Perché i nostri stipendi non bastano più?
di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
Parlando in termini schietti e diretti: le nostre buste paga vanno davvero di pari passo con il reale costo della vita?
Partiamo intanto da una verità consolidata: i nostri stipendi continuano a essere tra i più bassi dell’Unione Europea, specialmente in determinati settori. Un insegnante, un infermiere, un medico o un tecnico specializzato, in Italia, guadagnano molto meno rispetto alla maggior parte dei colleghi dei Paesi dell'UE. Parliamo di divari salariali decisamente marcati, capaci di ripercuotersi pesante sul valore delle future prestazioni previdenziali.
Se la contrattazione collettiva nazionale non è riuscita a recuperare il potere d’acquisto, la contrattazione decentrata non ha ottenuto risultati migliori. Anzi, ne segue le orme con dinamiche analoghe: fa perno principalmente su sgravi fiscali, detassazione dei premi di risultato e applicazione di istituti contrattuali che, se da un lato frammentano la classe lavoratrice, dall’altro generano un impatto economico del tutto modesto.
A questo scenario si aggiunge un elemento decisivo: l’aumento dei prezzi di greggio e gas non viene contemplato nel calcolo del costo della vita. Una distorsione sufficiente a mettere in discussione lo sfavorevole sistema di calcolo attualmente in uso, ossia l’IPCA-NEI (l'Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato al netto dei beni energetici importati). Introdotto dall’Istat nel 1997, tale indice costituisce il parametro di riferimento per molti Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), a partire da quello dei metalmeccanici. La sua adozione rappresenta, in sostanza, uno dei fattori principali che spiegano la sistematica ed inesorabile perdita di potere d’acquisto registrata a ogni rinnovo.
Su questo punto, tuttavia, dai sindacati confederali che ne hanno accettato l'introduzione non traspare alcun cenno di autocritica.
Al contrario, da vari decenni le maggiori sigle firmano intese sapendo fin dall'inizio che non permetteranno di ottenere le risorse sperate. Ciononostante, non mancano dichiarazioni trionfalistiche sugli ultimi rinnovi contrattuali. Risultati che nei fatti si rivelano penalizzanti: non solo gli aumenti concordati restano inferiori all'andamento reale dell'inflazione, ma parte dei presunti benefici viene rimandata alla contrattazione di secondo livello. Un meccanismo che spacca ulteriormente la forza lavoro, erogando a pochi porzioni di salario che spetterebbero di diritto a tutti e che, in ogni caso, non sono risolutive.
Oltre all’impiego di un indice strutturalmente parziale nel determinare il costo della vita, intervengono altri fattori. Il principale è la prassi di rinnovare la maggior parte dei contratti con anni di ritardo rispetto alla scadenza naturale. Questa circostanza viene strumentalizzata in chiave propagandistica: pur ottenendo intese al ribasso, i sindacati scommettono sull'estenuazione di lavoratrici e lavoratori, talmente provati dalle lunghe attese da non reagire di fronte a comunicati che spacciano per vittorie quelle che sono evidenti sconfitte.
Strettamente legato a questa criticità vi è un altro elemento: l’entità risibile dell’Indennità di Vacanza Contrattuale, ovvero l'incremento provvisorio erogato a partire dal terzo mese successivo alla scadenza del contratto. Tutti questi fattori convergono in una spirale retributiva al ribasso, ben documentata dai dati Ocse 2026^[1], che per l’Italia attestano una perdita del salario reale del 6,1% tra il primo trimestre del 2021 e il primo trimestre del 2026. Sulla stessa lunghezza d'onda si colloca l’Ufficio parlamentare di bilancio^[2], che per il settore privato evidenzia una contrazione delle retribuzioni lorde reali di almeno il 6% tra il 2019 e il 2025.
Alla luce di queste considerazioni, ed evidenziando la necessità di ulteriori approfondimenti, è possibile riassumere sinteticamente le fasi chiave che hanno condotto all’attuale crisi salariale:
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Riforma del 2009: La perdita del potere d'acquisto, già attiva da anni, registra una netta accelerazione con la riforma degli assetti contrattuali del 2009, che impone l'IPCA-NEI come parametro per il rinnovo dei CCNL.
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Crisi pandemiche e scenari bellici: La pandemia e l'emergere di una vera e propria economia di guerra determinano un ulteriore peggioramento, impedendo di fatto il ritorno ai livelli antecedenti al 2019.
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Ritardi nei rinnovi e aumenti marginali: La contrazione salariale si fa estrema nei settori in cui i contratti tardano anni ad essere rinnovati, senza contare i casi emblematici di contratti rinnovati nei tempi previsti ma con incrementi della paga base oraria del tutto irrisori.
In conclusione, appare evidente la mole di nodi strutturali da sciogliere. Il primo, non più rinviabile, riguarda proprio l’IPCA-NEI, un parametro inadeguato per valutare la reale evoluzione del costo della vita. Senza un suo superamento a favore di un criterio più obiettivo, la dinamica salariale destinata ai lavoratori continuerà inesorabilmente a peggiorare — una consapevolezza condivisa persino dagli economisti d'orientamento liberista.
A conferma di ciò, affidiamo la chiusura di questo contributo a una riflessione tratta da lavoce.info:
«L’Ipca-Nei non è il deflatore più adatto per misurare quanto i lavoratori possano effettivamente acquistare, soprattutto quando lo shock inflazionistico nasce proprio dall’energia. Escludere gli energetici importati significa eliminare dal calcolo una parte rilevante dell’aumento dei prezzi che le famiglie hanno comunque pagato»^[3].
Note
^[3] Marco Leonardi, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi, Il recupero dei salari non vale per tutti, in https://lavoce.info/archives/112410/il-recupero-dei-salari-non-vale-per-tutti/.


