Il voto su AfD e le vecchie beghine
di Alessandro Mariani
Ho inoltrato a conoscenti ed amici - tutti dichiaratamente di sinistra, ma che comunque hanno mantenuto negli anni un atteggiamento critico rispetto all’evoluzione degli ambienti politici e culturali progressisti dalla caduta del muro in qua - un recente articolo di Vincenzo Costa (AfD: chi l’ha votata, “L’Antidiplomatico” 7 settembre 26). L’ho fatto prefigurando in parte certe reazioni.
Come c’era da spettarsi qualcuno ha parlato della consueta rancorosità degli ex. Bersaglio mancato perché nel pezzo in questione la recriminazione dell’autore è chiaramente introspettiva.
Altri han detto di un linguaggio plebeo, non degno di un accademico, al che è stato facile replicare che, lungi dal doversi considerare un difetto, lo stile scabro ed essenziale sull’argomento costituisce un pregio. E ciò a maggior ragione date le circostanze (sol che si pensi alla recente polemica sui cittadini poco istruiti che votano a destra).
Solo su un punto le osservazioni hanno colto nel segno: quando mi si è fatto notare che se “l’università e gli studiosi, soprattutto quelli giovani, sono diventati il luogo della muffa” è perché i giovani, sull’esempio dei vecchi, si sono fatti un po' distrarre dall’inseguimento dei fondi comunitari. Ma credo che su questo punto lo stesso Costa concorderebbe.
Paradossalmente invece, la replica in cui poco è mancato che mi si desse dello stalker è quella che mi ha dato uno spunto di riflessione. Rispetto alla mia considerazione per cui la funzione reale della sinistra sia ormai doppiamente inconfessabile, volta essa com’è, oltre alla conservazione di certe prebende, al mantenimento e alla prosperità della pessima destra che continua a collezionare disastri su tutti fronti, definitivamente spazientito qualcuno mi ha detto:
“Boh...chiamali Pippo o Topolino la sostanza non cambia. O stai da una parte o stai dall’altra!”
Frase tranchant, nel peggior stile di Radio Popolare, che nella sostanza riflette e si appella al non-pensiero “modale” di chi, come dice Costa, non ha mai fatto e probabilmente mai farà pace con la realtà (riferito agli elettori si intende). Ca va sans dire invece che tra gli eleggibili e l’intellighèntsia di riferimento (dicesi “codazzo di Repubblica” et similia) c’è chi con la realtà si è pacificato da tempo e fin troppo.
E comunque dicevo, stavo per rispondere a tono quando invece ho capito che la frase del mio amico andava presa alla lettera: al bando l’ambiguità, o si sta da una parte o si sta dall’altra. Ma giammai sugli schieramenti bensì sugli argomenti.
Il ma-anchismo (Veltroni e a seguire) di vecchio conio riformulato attraverso varie fasi fino alla declinazione schleiniana è quanto di più deleterio possa esistere nell’impasse attuale. Occorre dire e dire con chiarezza da che parte si sta sulle questioni cruciali!
Questioni che in definitiva sono appena più delle dita di una mano, dicesi Ucraina, Palestina, riarmo, superprofitti, sanità ed immigrazione.
Se qualcuno mi rivolgesse la domanda sarebbe fin troppo facile rispondere; per lo meno relativamente ai primi cinque punti.
Non avrei alcun dubbio sul fatto che occorre buttare alle ortiche il ridicolo concetto di “pace giusta”, sproloquio storico e concettuale, giustificativo dell’orrenda carneficina che ha il solo ed unico scopo di tenere in vita il regime nazi-criminale di Kiev.
Fin troppo facile poi esprimersi sulla questione palestinese. Ma quanti avrebbero il coraggio di parlare delle responsabilità storiche di Israele e degli israeliani? Quanti concorderebbero con Ilan Pappè sul fatto che la pacificazione di quell’area travagliata non può che passare attraverso la fine di Israele?[1]
Quanto al riarmo europeo (altra cosa è l’esercito unico) esso va denunciato come l’ultimo atto dell’ormai ottuagenaria sudditanza atlantica: il re è nudo ma dice che lo siamo noi e pretende di venderci i vestiti!
La polemica sui superprofitti è poi la classica foglia di fico. “Ai soldi gli vuol bene chi ce li ha”, recita un vecchio adagio. Infatti dacché lo stato non ne ha più si tira in ballo il “contributo volontario”, una sorta di elemosina petita ai padroni del vapore.
Eadem ratio riguardo alla sanità avviata a divenire, nella sua dimensione pubblica, una sorta di convento dove la povertà cresce in parallelo alla ricchezza di alcuni frati. Non a caso l’otto per cento delle segnalazioni di corruzione nelle strutture pubbliche (fonte ANAC) riguarda proprio la sanità.
Uno stato degno di questo nome dovrebbe ritrovare la forza e la dignità per imporre le condizioni a tutti i soggetti privati. Ma su questo punto come su quello precedente (grazie anche ai governi di sinistra sedicente tale) siamo passati dall’eutanasia del rentier (Keynes) a quella del Welfare.
Dulcis in fundo, in un mondo ormai sempre più affollato dove più ci si accalca e più ci si sente soli, e dove l’ AI sfuggita di mano agli apprendisti stregoni potrebbe (come dicono alcuni esperti del settore) determinare nel volger di una decina di anni l’estinzione della stessa umanità, resta la questione immigrazione.
Qui, così come non ce le ho io, credo che risposte accettabili e definite non le abbia nessuno. Viceversa, quelle inaccettabili e indecenti abbondano da una parte e dall’altra. Alla voce che dice accogliamoli tutti fa il verso colui che sbraita ributtiamoli in mare.
Riconoscere che comunque, lungi dal costituire una risorsa (come disse improvvidamente un ex presidente della Camera), l’immigrazione costituisce da millenni il problema dei problemi sarebbe un passo avanti, così come lo sarebbe la scrematura di tutta una serie di sigle ed organizzazioni che sono benefiche in primis pro domo loro. Dire che gli immigrati fanno ormai i lavori che gli italiani non vogliono più fare è una sciocchezza colossale.
Altrettanto lo è la polemica per cui lo scopo della destra sarebbe suscitare rabbia e fobia dei penultimi contro gli ultimi. In realtà (come dimostra la vittoria di AfD) è proprio il limen tra le due categorie che nel farsi indistinto genera rabbia ansia e fobia e conseguente rifiuto d’integrazione.
Ma chi non si avvede (e ravvede) per aver concorso alla secessione privilegiata che, partita dall’occidente, ha infestato il mondo intero, resterà ceco e sordo a questo genere di richiami. Qualcuno magari venderà la Tesla per fare un dispetto a Musk o escogiterà qualche altra genialata che poi gli si ritorcerà contro.
Per una reale integrazione non basta affrontare la questione povertà in termini assoluti. Essa va affrontata anche e soprattutto in termini relativi.
Questi i punti essenziali, tutto il resto, da quel che ruota intorno alla telenovela Ranucci e al suo ego smisurato, alle giaculatorie sul cambiamento climatico (tra un po' si arriverà a proporre gruppi di preghiera) sono armi di distrazione di massa. Di quella “massa” vieppiù ristretta (anche per ragioni anagrafiche), dove l’unione non è più una condizione di forza ma di debolezza e che, come una vecchia beghina, continua a seguire quel che il prete dice senza curarsi di quello che fa.
[1] Ilan Pappè, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi editore, 2025


