Xinjiang, una terra complessa e multiculturale
di Vito Petrocelli
Sono stato in Cina per visitare lo Xinjiang, per vedere con i miei occhi una terra e le persone che ci vivono, prima a Kashgar e poi a Urumqi.
La questione dello Xinjiang è diventata negli anni motivo di confronto politico tra la Cina e diversi Paesi occidentali. In questo contesto, distinguere tra fatti, interpretazioni politiche e interessi geopolitici è diventato sempre più difficile.
Negli ultimi anni sono state formulate accuse molto gravi riguardo alla situazione nello Xinjiang e riguardo alla popolazione di etnia uigura. Si è parlato di mancato rispetto dei “diritti umani”, “genocidio”, “lavoro forzato” e “persecuzione religiosa”. Sono accuse estremamente serie, che non possono essere semplicemente ripetute come slogan politici. Richiedono prove, verifiche e, soprattutto, la possibilità di conoscere direttamente la realtà dei fatti.
Allo stesso tempo, le autorità cinesi hanno precisato che lo Xinjiang ha attraversato una fase caratterizzata da gravi episodi di violenza terroristica e separatista. In parallelo alla lotta al terrorismo, le autorità hanno destinato ingenti risorse allo sviluppo economico, all’istruzione, alla sanità, alle infrastrutture e alla lotta contro la povertà nella regione autonoma.
Io non credo che la comunità internazionale possa basarsi sulla decisione, presa in anticipo, di chi abbia ragione e chi abbia torto tra Occidente e autorità cinesi, per poi cercare soltanto le informazioni che confermano le proprie convinzioni. Allo stesso modo, non credo che i diritti umani debbano diventare un ulteriore terreno di scontro in una nuova Guerra Fredda.
La questione dello Xinjiang mi porta quindi ad una domanda molto semplice ma essenziale: che cosa intendiamo quando parliamo di diritti umani? Quale idea dei diritti umani vogliamo difendere nel XXI secolo? Una concezione fondata sul dialogo tra Paesi e civiltà, oppure una concezione che si basa su un unico modello politico, economico e sociale valido per tutti?
Io credo che la seconda strada sia sbagliata. E credo che, in particolare, il caso dello Xinjiang ci obblighi a riflettere al di là degli schemi della propaganda, delle semplificazioni e dello scontro ideologico.
È evidente che tra la Cina e l’Occidente esistono differenze nel modo di concepire e tutelare i diritti umani, i diritti politici e la libertà religiosa. Non dobbiamo nascondere queste differenze. Ma se crediamo davvero che i diritti umani siano universali, allora non possiamo invocarli in modo selettivo, a seconda degli interessi geopolitici del momento.
Il diritto alla libertà è importante. I diritti politici sono importanti. Ma lo sono anche i diritti economici e sociali. È importante il diritto allo sviluppo, così come è importante il diritto di ogni popolazione a uscire dalla povertà. Questo aspetto assume un rilievo particolare quando guardiamo alla storia dello Xinjiang e ai dati relativi al suo sviluppo economico e sociale. Nel caso dello Xinjiang, dobbiamo restituire complessità a una questione che negli ultimi anni è stata spesso presentata attraverso categorie estremamente semplici e rigide. Dobbiamo invece collocare lo Xinjiang nel contesto della sua storia, della sua geografia, della sua economia e delle sue dinamiche sociali.
Questo dovrebbe essere il primo principio di qualsiasi seria politica sui diritti umani: conoscere prima di giudicare. Lo Xinjiang non è semplicemente una regione autonoma, è un territorio immenso e strategico, situato nel cuore dell’Asia. È da secoli un punto d’incontro tra popoli, religioni, lingue e culture. Per secoli è stato uno dei grandi crocevia della Via della Seta. Oggi è una regione nella quale convivono diversi gruppi etnici e religiosi e che rappresenta, per la Repubblica Popolare Cinese, un elemento fondamentale delle proprie strategie di sviluppo e dei collegamenti con l’Asia centrale.
Per comprendere lo Xinjiang, quindi, dobbiamo comprendere la storia della Cina, ma anche la storia dell’Eurasia. E soprattutto dobbiamo comprendere un elemento che spesso scompare dal dibattito occidentale: la questione dei diritti umani non può essere separata dalla questione dello sviluppo.
Che cosa significa veramente tutelare l’esistenza di una persona? Significa certamente garantire libertà, dignità, sicurezza e diritti civili e culturali. Ma significa anche garantire istruzione, assistenza sanitaria, lavoro, abitazione, infrastrutture, sicurezza sociale e una reale possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.
Se i diritti rimangono soltanto formali, mentre milioni di persone vivono in condizioni di povertà ed emarginazione, quei diritti restano incompleti. Questa è una delle idee centrali della concezione cinese dei diritti umani: il diritto alla sussistenza e il diritto allo sviluppo sono considerati condizioni fondamentali per la piena realizzazione degli altri diritti. È una concezione che il governo cinese ha esplicitamente posto alla base delle proprie politiche nello Xinjiang.
Possiamo discutere questo approccio. Possiamo criticarlo. Possiamo confrontarlo con la concezione europea e occidentale, ma non possiamo semplicemente manipolarlo.
Non possiamo perché, se vogliamo parlare seriamente di diritti umani, dobbiamo accettare l’idea che possano esistere percorsi diversi verso la modernizzazione e il benessere. La lotta alla povertà, la costruzione di infrastrutture e l’accesso alla sanità e all’istruzione sono anch’essi parte delle politiche per i diritti umani.
Se costruisco una strada in un villaggio isolato, sto garantendo un diritto. Se porto una scuola in una zona rurale, sto garantendo un diritto. Se garantisco l’accesso alle cure a una famiglia povera, sto garantendo un diritto. Se creo opportunità di lavoro e di reddito, sto garantendo un diritto. Se riduco la povertà, sto concretamente ampliando la libertà delle persone.
Un’analisi realmente indipendente delle politiche adottate nello Xinjiang deve prendere in considerazione le osservazioni internazionali, come ad esempio quelle contenute nel documento dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani intitolato “Assessment of Human Rights Concerns in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region, People’s Republic of China”, e confrontarle con una conoscenza diretta della realtà sul terreno.
Non dobbiamo avere paura di questo confronto. Al contrario, dovremmo pretenderlo. Alle semplificazioni della propaganda dobbiamo contrapporre un principio fondamentale: la valutazione dei diritti umani deve basarsi sulle prove, sulla trasparenza, sul confronto tra le fonti e sull’accesso diretto ai luoghi e alle persone interessate.
È questo che l’Occidente dovrebbe chiedere. Non nuove sanzioni automatiche. Non nuove campagne mediatiche. Non nuovi muri ideologici. L’Occidente dovrebbe chiedere accesso, dialogo, cooperazione, osservazione indipendente e confronto.
Lo Xinjiang è uno dei luoghi attraverso i quali sta prendendo forma la trasformazione dell’ordine globale. La Cina è una potenza economica, tecnologica e infrastrutturale che sta costruendo nuovi collegamenti con l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa, l’America Latina e l’Europa. La crescita dei BRICS e la progressiva affermazione di un sistema internazionale multipolare dimostrano che il mondo non può più essere interpretato soltanto attraverso la lente delle relazioni tra Washington e i suoi alleati.
È in questa prospettiva che dobbiamo collocare anche lo Xinjiang. Non come una periferia da giudicare, ma come un territorio nel quale si intrecciano sviluppo, sicurezza, identità culturale, commercio internazionale e competizione geopolitica.
La risposta dell’Occidente non dovrebbe essere quella di sostenere una nuova Guerra Fredda. Dovrebbe essere quella di costruire ponti. L’Italia, in particolare, dovrebbe seguire una politica estera autonoma, capace di dialogare con Pechino così come con Washington, Mosca, Nuova Delhi e i Paesi del Sud globale.
La strada da seguire è quella di costruire i diritti umani attraverso lo sviluppo e, allo stesso tempo, costruire lo sviluppo nel rispetto dei diritti umani. Una politica fondata sull’ascolto, sul dialogo, sulla cooperazione e sul rispetto della sovranità degli Stati, ma anche sulla responsabilità di tutti i Paesi nei confronti della dignità di ogni singola persona. Lo Xinjiang può diventare un banco di prova per una nuova politica internazionale, invece di trasformarsi in un nuovo fronte dello scontro geopolitico.
In un mondo che sta finalmente diventando multipolare, non possiamo continuare a pensare che esista una sola voce autorizzata a definire che cosa siano il progresso, la democrazia e i diritti umani. Esistono popoli diversi, storie diverse, culture diverse e percorsi diversi. Ciò che deve essere universale non è un modello politico imposto dall’esterno. Ciò che deve essere universale è la dignità umana.
E se vogliamo davvero proteggere questa dignità, dobbiamo avere il coraggio di guardare allo Xinjiang senza pregiudizi, senza propaganda e senza doppi standard. Dobbiamo guardarlo per quello che è: una terra complessa, strategica e multiculturale, attraversata da contraddizioni e da profonde trasformazioni.
E soprattutto dobbiamo guardarlo attraverso gli occhi delle persone che ci vivono. Perché, alla fine di ogni dibattito geopolitico, di ogni statistica e di ogni confronto tra potenze, ci sono loro: le persone, il loro benessere, il loro futuro, la loro dignità.


