Perché tagliare le tasse non salverà l'economia italiana
Quando pensiamo alla riduzione delle tasse come panacea di ogni male e misura salvifica per l'economia, la strada intrapresa rischia di essere senza ritorno e con effetti benefici tutt'altro che certi.
Leggendo il Rapporto sulla Politica di Bilancio dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (Giugno 2026) e analizzando i recenti provvedimenti del Governo Meloni, alcune riflessioni si rendono necessarie. È l'intera area euro a palesare crescenti difficoltà: persino le previsioni meno rosee rappresentano un obiettivo ambizioso e difficile da raggiungere in una congiuntura economica sfavorevole per il Vecchio Continente, la cui crescita resta ancorata a un modesto 1% di media tra il 2026 e il 2027.
Le cause sono note: ritardo tecnologico, mancata innovazione, settori industriali in decadenza con i relativi indotti, il rincaro di gas e petrolio e le crisi di approvvigionamento. L'aumento dei prezzi energetici si ripercuote su commercio, consumi e costi produttivi. A ciò si aggiungono l'aumento dei tassi di interesse e gli impatti negativi sul welfare derivanti da un'economia di guerra.
In questo scenario di incertezza, aggravato dai conflitti e dalle spinte protezionistiche dell'amministrazione Trump, l'Unione Europea esce con le ossa rotte. Se la manifattura è in crisi, la compensazione offerta da servizi e costruzioni risulta sempre più debole, complice l'effetto del PNRR destinato a svanire a breve. L'inflazione italiana è stata inferiore alla media europea, ma bisogna considerare l'impatto dei sostegni statali.
Un Paese in salute combatte i divari di genere e territoriali, contrasta la denatalità e investe in rinnovabili e tecnologie di ultima generazione. Stiamo parlando dell'Italia? Evidentemente no. Le stesse stime economiche si sono rivelate fin troppo ottimistiche: l'UpB parla chiaramente di sovrastima, costringendo il Governo a rivedere al ribasso le previsioni e ad imputare l'errore al contesto internazionale.
Senza il PNRR, l'Italia verterebbe in una condizione nettamente peggiore rispetto agli altri Paesi UE. Al di là dei dati, occorre interrogarsi sull'operato del Governo e delle istituzioni europee: la crescita italiana sarà sostenibile una volta esauriti i fondi europei, o il Paese ha iniziato una pericolosa discesa?
Da un anno e mezzo il Governo annuncia il rientro tra i Paesi virtuosi, salvo essere smentito due volte in meno di dodici mesi. A giugno 2026, il rapporto debito/PIL è salito di 2,5 punti rispetto a due anni prima: attribuire questo incremento solo ai crediti fiscali edilizi è riduttivo. Nel frattempo, la riduzione del debito viene affidata a nuove privatizzazioni — un tempo definite "svendite" dalle opposizioni — con un primo pacchetto previsto per il prossimo anno.
Di fronte a un'economia capitalistica che palesa disuguaglianze crescenti, anche la tenuta democratica viene messa a prova. In Italia, le spinte protezionistiche rispondono a richiami ideologici ma scambiano la tutela dei prodotti con la difesa dello status quo, ignorando la necessità di una transizione tecnologica. Inoltre, si tende a gestire il disagio sociale con politiche repressive anziché affrontarne le cause.
La vera opzione rimasta inutilizzata riguarda la leva fiscale sui grandi capitali. Non serve solo tassare i super-ricchi, ma ripristinare aliquote progressive e introdurre una tassazione sulle grandi eredità per contrastare la concentrazione oligarchica del potere. Il Governo Meloni, tuttavia, muove nella direzione opposta. Alla luce di questi elementi, i dubbi sulla capacità del Paese di uscire autonomamente dalla crisi restano più che fondati.


