Salari bassi ed evasione: le crepe del sistema fiscale e contrattuale italiano
Nelle ultime settimane ho partecipato ad alcuni dibattiti sulla condizione sociale del nostro Paese. Per quanto possa sembrare paradossale, gli ambienti del cattolicesimo di base — attivi nel sociale e nel pacifismo — si stanno dimostrando tra i più avanzati e aperti a un confronto reale.
Quando si analizzano l'aumento della povertà e la crescente emarginazione sociale, emergono chiaramente alcuni fattori: l'erosione del potere d'acquisto dei salari dovuta ai limiti del meccanismo IPCA, la contrazione delle risorse destinate allo stato sociale e l'allargamento della forbice economica, con una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi.
Economisti come Branko Milanovic parlano espressamente di omoplutia, spiegando come l'ereditarietà della ricchezza sia diventata un fattore determinante nel bloccare l'ascensore sociale, accentuando le disuguaglianze di reddito.
Le contraddizioni del dibattito su fisco e sindacati
Un ulteriore elemento critico è la prolungata riluttanza di parte del mondo sindacale ad aprire un dibattito strutturale sul sistema di tassazione. In pochi sostengono il ripristino di un'effettiva progressività fiscale, e ancor meno mettono in discussione l'idea che il taglio delle tasse sul lavoro sia la soluzione principale per tutelare il potere d'acquisto.
Ci troviamo così di fronte a una contraddizione: la sinistra, compresa quella sindacale, considera il taglio del cuneo fiscale l'argine principale, mentre raramente la discussione sulle disuguaglianze economiche e sociali viene estesa alle dinamiche interne alla contrattazione collettiva.
I dati dello studio condotto da Itinerari Previdenziali sulle imposte dirette e indirette mostrano chiaramente il crescente squilibrio tra le diverse fasce di reddito. Dopo anni di riduzione delle aliquote a sole tre scaglioni, emerge che la pressione fiscale grava in modo sproporzionato sui lavoratori dipendenti e sui redditi medio-bassi, molto più di quanto accadesse quarant'anni fa, mentre i ceti più abbienti pagano in proporzione meno rispetto al passato.
Lavoro povero e le storture del sistema fiscale
Il sistema di welfare si regge sulle spalle di soli 8 milioni di contribuenti. Pensare di potenziarlo per rispondere ai bisogni della popolazione diventa possibile solo chiedendo un contributo maggiore a una quota estremamente ridotta di cittadini. A fronte di una popolazione residente di circa 58 milioni di persone, sorprende che meno di 43 milioni abbiano presentato la dichiarazione dei redditi.
Un elemento di riflessione riguarda gli 8,7 milioni di individui che dichiarano importi nulli o azzerati da deduzioni e detrazioni. Si tratta dell'effetto combinato del lavoro povero, dei part-time involontari e sottopagati nel settore degli appalti, oltre che di situazioni di precarietà diffusa un tempo del tutto inusuali.
Con la maggioranza della popolazione che non raggiunge i duemila euro netti al mese, la diffusione di retribuzioni insufficienti ha raggiunto livelli difficilmente sostenibili.
Le priorità per un reale cambiamento sociale
Per affrontare questa situazione non basta ritoccare le aliquote fiscali. È necessario aprire un dibattito sul livello delle retribuzioni contrattuali, garantire un gettito fiscale adeguato e rivedere il meccanismo delle detrazioni Irpef, che oggi favorisce le fasce di reddito tra i 55 mila e i 200 mila euro annui più di quelle inferiori ai 35 mila euro.
Il fatto che tra i contribuenti con i redditi dichiarati più bassi figurino categorie di autonomi e liberi professionisti rappresenta un segnale d'allarme sulla tenuta complessiva e sulla credibilità del sistema fiscale. Sebbene alcune professioni affrontino reali difficoltà economiche, i dati aggregati suggeriscono la presenza di un'evasione fiscale diffusa.
Il calo delle aliquote Irpef ha finito per penalizzare le fasce meno abbienti. Diventa quindi urgente ripensare il sistema delle imposte, le dinamiche distributive e la normativa sul lavoro per superare la precarietà strutturale: deve essere questa l'agenda delle priorità per garantire una reale giustizia sociale nel Paese.


