Nidi, il grande inganno dei bonus: perché le famiglie povere sono escluse
Ogni volta che si parla di asili nido, lo si fa in modo parziale o strumentale. Il nido serve alle giovani madri per trovare lavoro? L'apertura di nuovi centri aiuta le aree svantaggiate a colmare il divario con gli standard nazionali ed europei? I nidi privati convengono agli Enti Locali perché abbattono i costi del lavoro? Non importerebbe la modalità di gestione — che vi operino dipendenti comunali o delle cooperative — purché le strutture siano unite dal medesimo progetto educativo.
Abbiamo provato a sviluppare alcune riflessioni per inquadrare la questione in un contesto ampio, immune da strumentalizzazioni: per farlo, occorre analizzare il welfare, le norme di bilancio degli Enti Locali, i servizi a domanda individuale e i limiti del nostro sistema produttivo.
Il problema irrisolto: un servizio a domanda individuale
Se gli asili nido fossero stati esclusi dai servizi a domanda individuale, oggi l'Italia conterebbe percentuali di frequenza superiori alla media comunitaria. Da oltre quarant'anni la normativa regola questi servizi erogati dagli Enti Locali su esplicita richiesta dei cittadini, a prezzi calmierati ma con un'incidenza rilevante a carico dei beneficiari (in base all'Isee).
Quando i rapporti di forza in Parlamento erano differenti e il tema mobilitava sindacati e genitori, si è perso tempo, lasciando morire la battaglia per far rientrare i nidi nella Pubblica Istruzione. Oggi ci troviamo di fronte all'avanzata della gestione indiretta, con strutture affidate in appalto prevalentemente alle cooperative, per non parlare dei nidi totalmente privati. Negli anni passati, molti Enti Locali hanno esternalizzato la gestione (soprattutto verso il Terzo Settore) per ridurre l'impatto della spesa di personale sui bilanci, mantenendo la supervisione pedagogica tramite il coordinatore aziendale.
Di fatto, la gestione è affidata a bandi e capitolati d'appalto: i tagli alle risorse hanno causato la perdita di ore per il personale educativo e ausiliario e la fine del lavoro collegiale nelle strutture. Oggi nessuno propone più di inserire i nidi nella Pubblica Istruzione. Le conseguenze di questo silenzio da parte di Stato, sindacati ed Enti Locali sono la privatizzazione strisciante, gli appalti al ribasso e una logica che riduce il nido a mero "parcheggio" anziché a presidio educativo, come dimostrano le richieste di apertura dei plessi per 10-11 ore al giorno.
L'astuzia non si tramuta in intelligenza
Preso atto dei numeri ridotti di posti negli asili a gestione diretta e indiretta, il Governo attuale — al pari dei precedenti — ha scelto di monetizzare il sostegno alle famiglie erogando il bonus asilo nido, usufruibile in qualsiasi struttura. La misura non è un'invenzione recente: esiste da dieci anni ed eroga un contributo economico per i bambini fino a tre anni, con importi progressivamente incrementati.
Bonus e non strutture pubbliche: come si giustifica il disimpegno
Gli importi del bonus variano in base alle fasce Isee e al nucleo familiare. Nel 2025 il bonus è stato erogato a circa 530 mila famiglie (meno del 36% del totale). La misura avvantaggia soprattutto le fasce socio-economiche medio-alte, mentre incide poco sui redditi bassi (Isee sotto i 25.000 euro). La ragione è semplice: le rette restano elevate rispetto ai servizi della Pubblica Istruzione e le cifre richieste scoraggiano le famiglie meno abbienti.
Sussiste inoltre un ostacolo culturale, legato al pregiudizio secondo cui i bambini sotto i tre anni dovrebbero restare con i parenti. Tuttavia, è la barriera economica la causa principale della scarsa adesione da parte dei ceti popolari: non si tratta di analfabetismo informatico o di barriere burocratiche, ma di povertà salariale e precarietà lavorativa. In un simile contesto, la retta diventa insostenibile proprio per chi ne avrebbe più bisogno, costringendo molte donne a rimanere a casa o a usufruire di permessi non retribuiti almeno fino al terzo anno di vita del figlio. Nelle famiglie monoreddito o con due contratti part-time, la gestione diretta del bambino diventa una scelta obbligata per risparmiare.
Le contraddizioni del contributo economico
Il bonus non ha risolto le criticità per i redditi medio-bassi, pur costituendo un aiuto per le fasce più agiate. Dietro questo strumento si cela il progressivo disimpegno pubblico nella gestione diretta delle strutture. Storicamente, i bonus sono serviti a ridurre l'offerta pubblica di servizi sul territorio, delegando al cittadino la scelta di dove acquistare la prestazione.
Ciò genera due contraddizioni principali:
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Sociale e di classe: favorisce chi ha già risorse economiche disponibili.
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Territoriale: accentua il divario con il Mezzogiorno e le Isole, aree storicamente carenti di strutture e lontane dai target di copertura europei.
Il bonus non è la panacea di tutti i mali
Considerare il bonus come la soluzione unica è un errore. Sarebbe necessario incrementare i nidi a gestione diretta (e coordinata), integrando il servizio nella Pubblica Amministrazione. Solo così si potrebbero calmierare i costi, coprire le aree carenti, rilanciare la funzione educativa pubblica e arrestare la deriva privatizzatrice che colpisce sanità e servizi alla persona.
Limitarsi a considerare gli asili nido nell'ottica ristretta dell'occupazione femminile fa perdere di vista l'impatto sociale ed educativo. Inoltre, mancano investimenti strutturali e governativi sulla formazione delle donne: i corsi promossi dalle Province sono scomparsi e non vi sono borse di studio volte a favorire l'inserimento in impieghi stabili.
Il contributo economico non basta se non è accompagnato da strutture pubbliche sul territorio, dalla riduzione delle rette e da politiche attive per l'occupazione delle giovani madri. I bonus continuano invece a essere impiegati per ridimensionare lo stato sociale. Anche i fondi del PNRR avrebbero potuto produrre un impatto maggiore se la revisione del Piano non avesse ridimensionato alcuni obiettivi sociali. Mentre la copertura media europea supera il 45%, l'Italia resta ferma al 33%, con alcune regioni del Sud che non raggiungono il 20%: dati che confermano l'inadeguatezza dell'approccio adottato finora.


