Rapporto Coop 2026: l'Italia non cresce più, ascensore sociale fermo e giovani in fuga
L’Italia del 2026 è un Paese che non cresce economicamente e stenta a rialzarsi. A certificarlo è l'ultimo Rapporto Coop ("Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani"), redatto in collaborazione con le Università di Parma e Milano-Bicocca.
Il documento descrive una nazione immobile sotto molti aspetti, che impallidisce al confronto con altre realtà europee dotate di indicatori di sviluppo sociale decisamente migliori. Negli ultimi mesi, dossier di questo tipo si sono susseguiti: da più parti il Governo viene richiamato a un’azione incisiva su occupazione, investimenti e ammodernamento produttivo. Eppure, dopo quattro anni, siamo ancora davanti al solito teatrino. Da una parte il vittimismo della destra, che si professa bersaglio delle denigrazioni delle opposizioni (a loro volta accusate di non aver combinato nulla negli anni di governo); dall'altra una serie di critiche su scuola, sanità e lavoro che stentano a tradursi in un'opposizione politica e sociale concreta. Per essere caustici ma realistici: le piazze restano vuote e le chiacchiere molte.
Maggioranza e opposizione dovrebbero invece prendere sul serio le analisi dei centri di ricerca, che restituiscono l'immagine critica ma veritiera di un Paese stagnante.
Non si tratta di diffondere allarmismi né di celebrare trionfalismi d'accatto. Bisognerebbe avere a cuore una fotografia obiettiva della realtà, senza nascondersi dietro la retorica patriottica. Soltanto così si potrebbero denunciare i ritardi nel potenziamento del welfare e nei processi innovativi, affermando un principio chiaro: la produttività migliora se si investe e si comprendono i bisogni reali della popolazione, non se si abbassa il costo del lavoro precarizzandolo progressivamente.
Analizzando cosa finisce sulle tavole degli italiani emerge una disuguaglianza sociale crescente: per molte famiglie il pesce fresco, le verdure di stagione e i cibi non ultra-processati stanno diventando un lusso per pochi.
Con entrate medie in calo, viene meno la tradizionale propensione al risparmio e scattano i tagli: spese mediche, spesa alimentare, riscaldamento in inverno e aria condizionata in estate.
A questo si aggiunge la Pubblica Amministrazione, dove la burocrazia resta la principale causa di scarsa produttività tra regole astratte e valutazioni inefficaci. Nel frattempo, la crescita economica resta sotto l’1% e la demografia subisce un'ulteriore contrazione (-1,5%): siamo sempre più un Paese di anziani. Registriamo meno laureati rispetto agli standard europei e, per chi consegue il titolo, trovare un impiego coerente è un’impresa; senza contare che oggi un laureato guadagna, in proporzione, meno rispetto a vent’anni fa.
Un Paese che non innova resta fermo e alimenta le disuguaglianze salariali, complice un indice IPCA che continua a erodere il potere d'acquisto dei salari. La crescita irrisoria degli stipendi spinge così molti giovani qualificati a emigrare all'estero in cerca di remunerazioni adeguate. La crisi burocratica e strutturale italiana viene poi ulteriormente acuita dalle tensioni geopolitiche, dai rincari dell'energia e dalle interruzioni nelle catene di approvvigionamento.
Senza addentrarsi negli scenari internazionali o nella fiducia — spesso mal riposta — nell'Europa come argine democratico e baluardo della transizione ecologica, resta il dato di fatto: il motore della crescita è spento. Tra aspettative deluse, ascensore sociale bloccato e un livello di stress o burnout che colpisce ormai il 30% degli italiani, il concetto stesso di benessere è cambiato. A testimoniarlo è il boom del mercato dell'usato — dalle auto all'elettronica, fino all'abbellimento della casa —, segno tangibile di consumi obbligatoriamente contratti.
Questa è la realtà con cui la politica deve, prima o poi, fare i conti.


