La folle corsa della NATO verso l'abisso

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La folle corsa della NATO verso l'abisso

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di Vincenzo Brandi

Roma, 30 maggio 2026

 

Mentre nello scacchiere dell’Asia Occidentale Israele continua a colpire con i suoi attacchi criminali la popolazione civile del Libano, costringendola anche a sfollare dalle proprie case per aprire la strada ad un’occupazione permanente del Sud del paese, dopo averlo etnicamente ripulito; e mentre continuano le minacce e gli attacchi degli USA nel vano tentativo di costringere  l’Iran a cedere su tutta la linea nelle trattative in corso, si fa sempre più preoccupante il quadro della situazione nello scacchiere europeo/ucraino.

È sempre più evidente la volontà dei paesi europei aderenti alla UE e alla NATO di cercare ogni pretesto per aumentare la tensione diretta contro la Russia e cercare con ogni mezzo di alimentare in modo permanente la guerra in Ucraina nel tentativo di indebolire la Russia e fiaccarne la resistenza.

L’ultimo episodio è l’enfasi con cui i governi dei paesi europei della NATO (comprese le dichiarazioni di fuoco della nostra prima ministra Meloni) hanno commentato la caduta in territorio rumeno di un drone che ha provocato due feriti leggeri. Si tratta di un episodio certamente di scarsa rilevanza in una zona di guerra, visto che la città rumena di Galati dove è caduto il drone si trova nella regione del delta del Danubio al confine con l’Ucraina e di fronte alla regione ucraina di Ismaili che era sotto attacco.

In queste circostanze è facile che la traiettoria di un drone sia deviata dalla contraerea. Tuttavia, la richiesta del governo russo che la Romania fornisca le prove che il drone fosse russo (e non, come del tutto possibile, il frutto di una provocazione ucraina) è stata respinta. Le parole in proposito del dirigente per la sicurezza russo Medvedev sono state definite come “provocazioni” sui media europei occidentali.

Questo episodio fa seguito alle continue provocazioni fatte dall’Ucraina, con l’attacco continuo con missili e droni, forniti in massima parte dai paesi europei della NATO, su impianti energetici e obiettivi civili russi, partendo anche dai paesi baltici per colpire la Russia dal Nord. Queste provocazioni sono culminate con il massacro deliberato di 21 studenti tra i 14 e i 18 anni che si trovavano in un convitto nella regione di Lugansk, ora annessa alla Russia dopo il referendum del 2022.

Il bombardamento di ritorsione su Kiev da parte dei Russi con 700 droni e missili è stato anch’esso presentato dai governi e dai media dell’Europa occidentale come un atto di estrema aggressività dei Russi. Si è ignorato il fatto che i morti ucraini sono stati solo 4 e certamente del tutto casuali. Se i Russi avessero voluto fare una strage con migliaia di morti non avrebbero colpito con precisione chirurgica, di notte, solo siti che erano sicuramente disabitati e sgombri.

Ma fino a quando potrà durare la moderazione dei Russi che stanno agendo con una mano legata dietro la schiena? Forse non tutti sanno che i componenti dei droni che colpiscono la Russia sono prodotti in massima parte in Occidente e poi assemblati in Ucraina. Tra le fabbriche che li producono quattro sono italiane, e si trovano una in provincia di Venezia (CDM), una in provincia di Milano, una in provincia di Lecco, ed una ad Omegna in Piemonte.

Oltre alle armi e le munizioni fornite all’Ucraina (spese sottratte alla sanità pubblica, alla scuola, e tutto lo stato sociale europeo), tutta l’intelligence, la logistica, i piani operativi sono dei paesi europei della NATO, mentre anche gli USA – nonostante i colloqui tra Trump e Putin – ci mettono la loro quota. Senza questi aiuti l’Ucraina – che è sostanzialmente uno stato fallito governato da governanti corrotti di fede nazifascista - andrebbe rapidamente a fondo. Il governo di Kiev ci mette essenzialmente solo la carne da macello dei suoi giovani e meno giovani, molte volte renitenti, ma rapiti per strada e inviati al fronte.

La campagna di sostegno militare per la continuazione della guerra è accompagnata da una forsennata campagna propagantistica antirussa condotta non solo dai Macron e dagli Starmer, ma anche da un nutrito gruppo di furie scatenate, dalla Von Der Leyen, all’estone Kallas, dalla Pina Picierno vice presidente del Parlamento europeo, all’ex ministra degli esteri tedesca Annalena Baerbok (chi dice che le donne sarebbero più pacifiste degli uomini in politica?).

Tuttavia il primato dell’ossessione bellicista spetta al cancelliere tedesco Merz che spinge per un riarmo massiccio della Germania evidentemente per una (impossibile) rivincita sulla Russia. A Merz deve bruciare il ricordo di quando i soldati dell’Armata Rossa sovietica nel 1945 issarono la bandiera rossa sul tetto del Reichstag tra le rovine di Berlino. Ma continuare a provocare un paese sovrano armato di potenti e inarrestabili missili ipersonici e di 6000 testate nucleari potrebbe far finire ancora peggio una nuova insensata avventura guerresca della Germania e della NATO.

Vincenzo Brandi

Vincenzo Brandi

Vincenzo Brandi: ex ricercatore scientifico all’ENEA nel settore energetico, ora in pensione, negli anni ’50 e ’60 aveva militato nella FIGC e nel PCI. Dopo l’uscita dal PCI ha partecipato alle lotte del ’68 essendo uno dei leader della contestazione ed occupazione dell’ENEA. Ha militato poi in Lotta Continua e più recentemente nel PRC da cui si è allontanato per gravi divergenze con la linea di Bertinotti. E’stato tra i fondatori del Comitato No NATO insieme a Giulietto Chiesa e Manlio Dinucci. Attualmente è presidente del gruppo G.A.MA.DI (Gruppo Atei Materialisti Dialettici), membro del gruppo NO WAR e del Comitato con la Palestina nel Cuore. Partecipa al Coordinamento Palestina ed al Coordinamento No NATO

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