Iran, USA, Israele: la partita rimane aperta
Grande risalto è stato dato dai mass media sul “memorandum” tra Iran ed USA che dovrebbe essere firmato venerdì 19 prossimo. Questa notizia giunge appena in tempo per salvare la faccia a Trump in occasione del suo 80° compleanno festeggiato davanti alla Casa Bianca con una festa costata 80 milioni di dollari e coincide con l’inizio dei Campionato del Mondo di Calcio, che dovrebbe dare lustro agli USA, quale paese organizzatore.
Trump ora può dire di aver ottenuto un risultato dopo mesi di estenuante tira e molla con l’Iran; ma le cose sono molto più incerte di quanto la dirigenza USA voglia ammettere,
Innanzitutto un “memorandum” non è un accordo, ma una specie di agenda che dovrebbe fissare i punti e gli indirizzi di una successiva trattativa. Inoltre molto significativo è il comunicato in proposito dell’agenzia di stampa iraniana Mehr che riassume in 14 punti i contenuti del memorandum.
Il documento prevederebbe innanzitutto la cessazione del fuoco anche sul fronte del Libano e l’impegno degli USA a non interferire negli affari interni dell’Iran. Inoltre gli USA dovrebbero togliere il loro blocco dello stretto di Hormuz entro 30 giorni e ritirare le truppe statunitensi da tutte le aree limitrofe all’Iran.
Dovrebbero essere tolte tutte le sanzioni, vecchie e nuove, di tipo energetico e finanziario all’Iran, e previsto un piano di ricostruzione dell’Iran a causa dei danni subiti, per un valore di 300 miliardi di dollari.
I negoziati dovrebbero durare 60 giorni durante i quali gli USA si impegnerebbero a non inviare altre truppe nella regione.
Gli USA si dovrebbero impegnare a sbloccare 24 miliardi di fondi iraniani sequestrati e congelati, di cui la metà sbloccati prima dell’inizio delle trattative (si dice che gli Emirati Arabi Uniti, alleati degli USA, abbiano già sbloccato altri 10 miliardi di loro competenza).
Da parte sua l’Iran si impegna a rispettare le disposizioni del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (come del resto ha fatto finora sottoponendosi anche ai controlli dell’Agenzia Atomica IAEA e rinunciando a produrre armi nucleari), ma senza subire imposizioni irragionevoli o ricatti.
L’accordo dovrà essere ratificato anche con una Risoluzione ufficiale dell’ONU.
Se si esaminano i punti precedenti, risulta evidente che la loro accettazione integrale da parte degli USA e dell’alleato Israele costituirebbe di fatto una pubblica ammissione della sconfitta subita nel precedente conflitto. La partita quindi rimane incerta ed aperta a tutte le soluzioni, anche ad un’eventuale ripresa delle ostilità.
Uno dei nodi più difficili da sciogliere è il coinvolgimento del “cane pazzo” Israele che difficilmente vorrà interrompere i bombardamenti, la pulizia etnica e l’occupazione di parte del Libano (e della Siria). La definizione di “cane pazzo” (che per la propria sopravvivenza dovrebbe continuare a terrorizzare tutti i vicini) non è mia, ma del più famoso generale israeliano di ogni tempo: Moshe Dayan, vincitore della Guerra dei 6 giorni del 1967.
Da notare che il problema non è solo costituito da Netanyahu o Ben Gvir, visto che il capo dell’opposizione Lapid ora accusa il governo Netanyahu di non aver usato la mano sufficientemente pesante per vincere la guerra. E’ inoltre difficile che USA e paesi europei della NATO facciano reali pressioni su Israele, che – per essere efficaci - dovrebbero consistere nel blocco delle forniture di armi e munizioni (che continuano), sanzioni, interruzione di ogni rapporto commerciale, economico, scientifico e diplomatico.
Mentre siamo ancora di fatto nell’incertezza, e certamente non siamo usciti dalla crisi, anche i paesi dell’Unione Europea (tra cui l’Italia) fanno sentire la loro flebile e ridicola voce dichiarando di voler inviare proprie navi a Hormuz dopo la cessazione delle ostilità, per sminare lo stretto
Immagino che gli Iraniani li accoglierebbero con un grande pernacchio, e li rimanderebbero a casa con la coda tra le gambe
Roma, 16 giugno 2026, Vincenzo Brandi


