L'ambasciatore russo critica il Quirinale: il retroscena sullo scontro con Mattarella e i trent'anni di tensioni NATO

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L'ambasciatore russo critica il Quirinale: il retroscena sullo scontro con Mattarella e i trent'anni di tensioni NATO

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L’ambasciatore russo ha recentemente criticato la narrazione proveniente dagli “alti colli” (ovvero dal Quirinale) che attribuisce alla Russia l’intera responsabilità per l’inizio e il perdurare della guerra in Ucraina.

Naturalmente, l’ambasciatore ha i suoi motivi per esprimere questo giudizio. Basta riesaminare fatti peraltro ben noti, che tuttavia è utile ricordare.

Alla fine della Guerra Fredda, i presidenti statunitensi Reagan e Bush, insieme al Segretario di Stato Baker, assicurarono all’ingenuo Gorbaciov che la NATO non sarebbe avanzata "di un centimetro verso Est". Gorbaciov – le cui responsabilità storiche meriterebbero un’analisi approfondita a parte – si fidò. Concordò l’annessione di fatto della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) alla Germania Occidentale, nonostante un referendum popolare nella DDR, tenutosi ben dopo lo smantellamento concordato del Muro, avesse espresso con il 75% dei voti la volontà dei cittadini orientali di mantenere l’indipendenza. Sciolse poi il Patto di Varsavia, nella convinzione che si sarebbe sciolta anche la NATO e che la Germania riunificata sarebbe rimasta neutrale.

In due libri – l’uno dell’ultimo ministro della DDR, Modrow, e l’altro del consigliere di Gorbaciov, Puskov, entrambi ex "gorbacioviani" della prima ora – la politica arrendevole dell’ultimo leader dell’URSS viene apertamente accusata di “irresponsabilità politica”.

Le potenze della NATO hanno approfittato di queste circostanze prima per penetrare nell’economia russa tramite il loro uomo di fiducia, Eltsin, e poi per far avanzare in modo spettacolare i confini dell’Alleanza verso Est, fino a inglobare ex repubbliche sovietiche come i Paesi Baltici. Di fatto, la Russia è stata posta sotto assedio, in attesa di una sua successiva disgregazione. Il giornalista e corrispondente da Mosca Marc Innaro, per aver sottolineato che bastava consultare una carta geografica per verificare questi fatti, è stato rimosso dalla RAI.

Uno degli episodi chiave dell’avanzata della NATO verso Est è stata la guerra d’aggressione del 1999 contro quanto rimaneva della ex Jugoslavia, alleata storica della Russia, che vide la partecipazione diretta del governo italiano guidato da D’Alema. All’epoca, l’attuale presidente Mattarella era Vicepresidente del Consiglio, ma forse non lo ricorda.

Il mutato atteggiamento – decisamente più fermo – del governo russo guidato da Putin, così come quello della diplomazia cinese e dell’Iran (specie dopo che Trump ha stracciato unilateralmente gli accordi sottoscritti dall’ala “riformista” iraniana e dall’amministrazione USA), è strettamente legato a questi avvenimenti.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, conducendo alla guerra aperta, è stata il cambio di regime del 2014 in Ucraina – paese fino ad allora neutrale –, orchestrato dai servizi statunitensi con la regia della nota neocon Victoria Nuland (allora vicesegretaria di Stato) e la complicità di gruppi ultranazionalisti ucraini.

La Russia ha cercato di trattare sottoscrivendo gli accordi di Minsk, con la mediazione della cancelliera Merkel e del presidente francese Hollande. Tuttavia, tali accordi non sono mai stati rispettati. Le regioni dell’Est che non avevano riconosciuto il cambio di governo a Kiev sono state bombardate e attaccate, causando migliaia di morti. In seguito, Merkel e Hollande hanno cinicamente ammesso che quegli accordi erano serviti solo come copertura per consentire il riarmo dell’Ucraina in funzione antirussa. Gli ultimi tentativi di Mosca di raggiungere un accordo sulla sicurezza reciproca alla fine del 2021 sono stati respinti con fermezza dalla NATO; successivamente, a Istanbul nel 2022, il primo ministro britannico Johnson è intervenuto per impedire che Russia e Ucraina raggiungessero un’intesa rapida subito dopo l’inizio del conflitto.

Ora i fautori della linea dura in Europa – dopo aver sostenuto all’inizio del 2022 che i russi combattevano con i chip rubati alle lavatrici e avrebbero ceduto in poche settimane – tentano di prolungare indefinitamente la guerra, che non sta andando bene per il governo di Kiev, rifornendo l’Ucraina di armi, munizioni, finanziamenti, intelligence e logistica.

Questo sfortunato Paese, che senza l’aiuto della NATO sarebbe ormai uno Stato fallito, ha subito un calo demografico impressionante (passando da 52 a circa 38 milioni di abitanti a causa delle fughe all’estero) e perdite enormi sui fronti bellici. Per giustificare la prosecuzione degli aiuti, i membri europei della NATO, complice il parziale disimpegno finanziario degli USA, sottolineano che la “grande Russia” si trova in stallo contro la “piccola Ucraina”. In realtà, lo scontro non è tra Russia e Ucraina, ma tra la Russia e i Paesi europei della NATO.

I droni e i missili usati dall’esercito ucraino provengono in gran parte dall’Europa – inclusa l’Italia, che contribuisce attraverso la produzione di quattro fabbriche nel Nord – e persino dal Canada. Inoltre, le Big Tech statunitensi sono intervenute direttamente nel conflitto: gli obiettivi da colpire in Russia o nel Donbass vengono individuati tramite il sistema satellitare Starlink di SpaceX (Elon Musk), mentre la nota azienda di intelligenza artificiale militare Palantir fornisce sistemi Skykit per il tracciamento dei bersagli. Persino la principale banca dell’Ucraina è oggi gestita da Amazon.

Le stesse Big Tech USA, peraltro, sono coinvolte nelle operazioni a Gaza per l’individuazione dei bersagli. L’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, contestato per queste attività che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, ha risposto che si trattava per la maggior parte di terroristi.

Nonostante il flusso continuo di aiuti da parte dei Paesi NATO e delle Big Tech, la situazione sul campo resta estremamente complessa e lontana dagli obiettivi prefissati, sia a Kiev che a Tel Aviv. Non resta che attendere gli sviluppi degli eventi.

Vincenzo Brandi

Vincenzo Brandi

Vincenzo Brandi: ex ricercatore scientifico all’ENEA nel settore energetico, ora in pensione, negli anni ’50 e ’60 aveva militato nella FIGC e nel PCI. Dopo l’uscita dal PCI ha partecipato alle lotte del ’68 essendo uno dei leader della contestazione ed occupazione dell’ENEA. Ha militato poi in Lotta Continua e più recentemente nel PRC da cui si è allontanato per gravi divergenze con la linea di Bertinotti. E’stato tra i fondatori del Comitato No NATO insieme a Giulietto Chiesa e Manlio Dinucci. Attualmente è presidente del gruppo G.A.MA.DI (Gruppo Atei Materialisti Dialettici), membro del gruppo NO WAR e del Comitato con la Palestina nel Cuore. Partecipa al Coordinamento Palestina ed al Coordinamento No NATO

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