In Germania un piano per strangolare il voto popolare
Coercizione federale, esclusione dai tavoli decisionali e sospensione dei fondi: i tre scenari per neutralizzare un governo sgradito
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero, spietato e profondamente antidemocratico del progetto europeo.
L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di fatto a un eventuale governo regionale dell’opposizione (il partito AfD, Alternativa per la Germania) di esercitare il proprio mandato, qualora vincesse le elezioni nel land della Sassonia-Anhalt. Non si tratta di confutare idee con altre idee, né di sottoporre le leggi al vaglio della corte costituzionale. Si parla invece di “opzione nucleare”, di coercizione federale, di tagli ai fondi, di esclusione dai tavoli decisionali e persino di “muri informativi” per negare l’accesso a dati sensibili a ministri legittimamente eletti.
Stiamo parlando di uno Stato membro dell’UE, non di una cosiddetta Repubblica della Banane. Un paese che viene definito come un modello di democrazia e convivenza liberal/liberista. Eppure il lessico usato è quello della guerra preventiva contro il nemico interno.
Tre scenari da regime autoritario
Il primo scenario prevede di escludere i rappresentanti della Sassonia-Anhalt dalle riunioni su temi sensibili. Tradotto: si nega il diritto di partecipazione a un governo regionale che ha ottenuto i voti dei cittadini. Un professore emerito di diritto costituzionale ammette che l’idea è “perfettamente concepibile”, salvo poi chiedersi se i tribunali la tollererebbero. Ma è proprio questo il punto: si ragiona su ciò che si può fare, non su ciò che è giusto fare.
Secondo scenario: alzare un “muro” nei sistemi informativi condivisi. Un esponente socialdemocratico dichiara senza mezzi termini che si dovrebbe “tenere l’AfD lontana da tutte le informazioni sull’estremismo di destra e sullo spionaggio”. In altre parole, un governo eletto verrebbe deliberatamente tenuto all’oscuro di dossier cruciali per la sicurezza, rendendolo di fatto incapace di governare. Questo, dicono, sarebbe “legalmente possibile”. La domanda è: democraticamente accettabile?
Terzo scenario: il più grottesco. La Sassonia-Anhalt riceve ogni anno quasi 3 miliardi di euro dalla perequazione fiscale federale, pari a un quinto del suo bilancio. La minaccia è quella di ridurre o sospendere quei fondi per “rendere difficile la gestione” a un governo sgradito. Il ministro delle Finanze del Baden-Württemberg, quasi con sprezzo, ricorda che “il sistema è ancorato alla Costituzione”, come se bastasse un articolo a nascondere l’intento politico di soffocare finanziariamente una regione ribelle.
Questo è il vero spirito dell’Unione Europea
Ora, proviamo a mettere questi fatti nel contesto più ampio. Per decenni, Bruxelles ha impartito ai Paesi del Sud Europa lezioni nno richieste sulla “buona governance”, l’austerità, il rispetto dei parametri. Ma quando il vento politico gira, quando i cittadini osano votare contro il pensiero unico, scatta il piano B: l’assedio istituzionale. Non importa che l’AfD abbia posizioni discutibili o radicali. Quello che qui è in gioco non è il merito del programma, ma il principio: se una forza politica vince le elezioni, il potere deve poter essere esercitato. Altrimenti, a che servono le urne?
E invece no. L’establishment tedesco, che è lo stesso che detta l’agenda europea, dimostra che la democrazia è tollerata finché produce risultati ritenuti giusti. Quando il popolo ‘sbaglia’, si ricorre alla coercizione, ai tagli, all’isolamento. Questo è il metodo che l’UE ha utilizzato con la Grecia, con l’Italia, con i governi “ostili” all’ortodossia fiscale. E ora intende replicarlo proprio nell’epicentro del neoliberismo.
Ma c’è di più: l’articolo 37 della Legge Fondamentale tedesca, menzionato come base legale per una possibile “coercizione federale”, non è mai stato applicato in 75 anni di storia della Repubblica. Eppure, lo si evoca come uno spauracchio. Perché? Perché il potere non tollera concorrenza. Perché il neoliberismo europeo ha bisogno di governi docili, disposti a obbedire agli ordini di Berlino e Bruxelles, a mantenere le frontiere aperte agli interessi delle multinazionali ma chiuse alla sovranità popolare.
Guerrafondai e custodi del pensiero unico
Non dimentichiamo che questa stessa classe dirigente è quella che ha spinto per decenni verso una politica estera sempre più aggressiva nei confronti della Russia, che ha alimentato il conflitto in Ucraina con forniture militari crescenti, che ha trasformato l’Europa in una caserma armata fino ai denti, dimenticando la vocazione diplomatica e pacifica che vorrebbe in teoria essere il suo tratto distintivo. E lo ha fatto senza mai chiedere un vero mandato popolare, imponendo sanzioni, spese militari e rotture diplomatiche come fossero automatismi burocratici.
Ma attenzione: quando un partito come l’AfD propone di chiudere le frontiere o di uscire da Schengen, improvvisamente la democrazia diventa pericolosa. Allora scattano i piani di contenimento, i “muri informativi”, i tagli di bilancio. La coerenza? Inesistente. Quello che conta è mantenere il monopolio del potere.
Una costruzione neoliberista e antidemocratica
Questa vicenda è la cartina al tornasole di ciò che l’Unione Europea è davvero: non un’alleanza tra popoli liberi, ma una macchina neoliberista e tecnocratica che considera il voto popolare un incidente di percorso, da correggere con ogni mezzo, purché costituzionalmente “plausibile”. Si parla di “stato di diritto” solo quando conviene. Quando processi democratico o pseudo tali producono un governo sgradito, si cerca il modo di aggirarlo, di svuotarlo, di renderlo innocuo.
Non è questione di estrema destra, estrema sinistra o populismo. A tenere saldamente il potere nelle proprie mani è un ceto politico trasversale che si sente legittimato a decidere per tutti, anche contro la volontà popolare. È la prova che l’Europa dei trattati e dei vincoli fiscali non ha paura del dissenso: lo teme. E per questo è pronta a calpestare il principio più elementare della tanto decantata democrazia liberale - che chi vince le elezioni deve poter governare - pur di non perdere il controllo.
Quindi bisogna chiamare l’Unione Europea con il suo vero nome: un regime mascherato da democrazia, dove il popolo vota, ma il potere reale decide in base ai propri interessi. E guai a chi prova a cambiare le regole del gioco. Perché, in fondo, l’unica alternativa ammissibile è quella già conosciuta. Tutto il resto è eversione da soffocare, magari con la scusa della Costituzione o della democrazia in pericolo. Quella stessa democrazia che i liberal/liberisti hanno da termpo cancellato.


