L'ANALISI DEL MESE - Da attore regionale a soggetto globale: la trasformazione strategica dell'Iran
La geografia come arma, la pazienza come strategia, il multipolarismo come orizzonte
di Fabrizio Verde
«Non li consideriamo una superpotenza e abbiamo già dimostrato al mondo intero che non lo sono».
Queste parole di Abbas Araghchi, ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, non sono un'opinione, né un auspicio: rappresentano la constatazione di un fatto geopolitico compiuto. Una nuova fotografia strategica confermata dai fatti sul campo di battaglia. Mentre gli Stati Uniti sferravano i loro attacchi contro le infrastrutture costiere iraniane - colpendo radar, impianti energetici, ponti e ferrovie vicino allo Stretto di Hormuz, causando vittime civili - l'Iran non restava inerte sulla difensiva, ma rispondeva con un certo successo. E lo faceva su più livelli: colpendo obiettivi statunitensi in Bahrein, Kuwait e nella regione del Golfo attraverso le Guardie Rivoluzionarie, e rivendicando la propria capacità di condizionare il traffico marittimo vitale dello Stretto di Hormuz, con le petroliere colpite da mine.
Ma il vero segnale di cambiamento epocale non sta tanto negli scambi militari, quanto nella frattura simbolica che essi rivelano. Per decenni, la dottrina statunitense si è retta su un assunto mai veramente sfidato: la superiorità incontrastata della potenza bellica statunitense, alimentata anche dall’operazione in Venezuela che ha portato al sequestro del presidente Nicolas Maduro, tale da imporre unilateralmente la propria agenda geopolitica in ogni teatro regionale. L'Iran, con la sua resistenza pluridecennale - dalle sanzioni alle operazioni asimmetriche, fino alla costruzione di un asse di alleanze che attraversa il Levante e la penisola arabica - ha rotto quel paradigma. Gli attacchi statunitensi e siraeliani, lungi dall'essere una dimostrazione di forza, appaiono oggi come il riflesso di una frustrazione strategica: non riescono né a piegare Teheran, né a fermare la sua proiezione regionale, né tantomeno a ripristinare quella credibilità di "superpotenza" che Aragchi ha dichiarato definitivamente superata.
«Erano completamente innocenti e non permetteremo mai che il loro sangue sia stato versato invano. L'Iran è la nostra patria, da nord a sud e da est a ovest. Difenderemo ogni centimetro del nostro territorio fino all'ultimo respiro».
Questa non è la frase di un ministro in difficoltà. È la dichiarazione di uno Stato che ha trasformato la resistenza in dottrina costitutiva, che ha interiorizzato il conflitto come dimensione permanente della propria esistenza politica e che, da quella condizione, trae una coerenza e una determinazione che le potenze occidentali, abituate a guerre rapide e a consensi interni fragili, non possono più contrapporre.
L'analisi che segue parte da questo presupposto: l'Iran non è un attore che "reagisce" all'aggressione statunitense, ma un polo che sta ridisegnando gli equilibri del Golfo e del Medio Oriente allargato a partire da una nuova centralità. Una centralità che non chiede permesso, che non riconosce gerarchie ereditate e che, come dimostrano gli attacchi alle basi statunitensi nei paesi limitrofi, estende il proprio raggio d'azione ben oltre i propri confini. Gli esperti occidentali parlano di "preparazione a future operazioni di terra" da parte USA: potrebbe essere vero vista l’imprevedibilità di Trump e della dirigenza statunitense, ma leggono il futuro con gli occhiali del passato. Perché sul terreno, oggi, è l'Iran che detta i tempi, i luoghi e le regole dello scontro.
Quindi, analizzeremo come la nuova posizione regionale della Repubblica Islamica si sia costruita non nonostante la pressione statunitense, ma proprio a partire da essa abbia trovato nuovo slancio. E come le parole di Araghchi - lungi dall'essere un mero atto di sfida - siano la traduzione diplomatica di una realtà militare, politica e sociale già ampiamente maturata: quella di un Iran che non è più un "attore regionale" tra gli altri, ma un attore globale che ha spezzato il monopolio della forza occidentale. E che, da questa frattura, sta riscrivendo le mappe del potere in Medio Oriente.
L'ANALISI DEL MESE E' UNO DEI CONTENUTI ESCLUSIVI PER I NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME CONTINUARE A LEGGERLA E SOSTENERE LA LUNGA MARCIA DE L'ANTIDIPLOMATICO.
CLICCA QUI


