Cento Anni di Fidel: il Coraggio e la Coerenza

La bussola morale per un mondo in cerca di nuovi equilibri

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Cento Anni di Fidel: il Coraggio e la Coerenza

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di Fabrizio Verde

Cento anni fa, tra le piantagioni di zucchero e la terra rossa di Birán, veniva al mondo un uomo destinato a costringere la storia a fare i conti con la sua intransigenza morale. Fidel Castro non si è limitato ad attraversare il tumultuoso Novecento da protagonista; lo ha sfidato, lo ha piegato e, in ultima istanza, lo ha superato, proiettando la sua influenza ben oltre la soglia del nuovo millennio. Rileggere la sua parabola a un secolo di distanza significa osservare il ritratto di un gigante politico, uno stratega visionario capace di leggere le correnti profonde della politica internazionale con un anticipo che oggi appare quasi profetico. In un'epoca dominata da grossolana ignoranza, narrazioni superficiali e da arroganze unipolari, la figura del leader cubano si staglia come un monolite di coerenza, incarnando la resistenza di un'isola che ha osato sfidare il destino scritto dalle dottrine imperiali.

Per comprendere l'eccezionalità della Rivoluzione Cubana bisogna guardare alla cartina geografica attraverso le lenti spietate della Dottrina Monroe e del cosiddetto Destino Manifesto. Washington aveva da tempo eletto il Mar dei Caraibi a proprio lago privato, considerandone le isole e le coste come un'appendice naturale del proprio impero, dove installare dittature feroci, sfruttare le risorse e garantire il controllo militare. L'irruzione della guerriglia sulla Sierra Maestra ha rappresentato uno schiaffo in pieno volto a questo ordine neocoloniale. Fidel comprese fin dal principio, studiando le lacerazioni e i tradimenti che avevano affossato le guerre d'indipendenza dell'Ottocento, che la sopravvivenza di un processo rivoluzionario a novanta miglia dalle coste della Florida richiedeva un'arma inedita, ma potente ed efficace. Quell'arma era l'unità. Non una parola d'ordine retorica, ma una ferrea necessità tattica e strategica. La paziente tessitura di alleanze, dal Patto di Miami al fronte comune con le diverse anime della sinistra, ha permesso a un pugno di ribelli di trasformarsi in un esercito di popolo, sventando i tentativi di frammentazione fomentati dall'esterno e gettando le basi per la costruzione di uno Stato sovrano in grado di resistere a decenni di assedio economico, a centinaia di attentati e a un isolamento diplomatico orchestrato dall'Organizzazione degli Stati Americani.

Ridurre Fidel Castro al ruolo di mero sopravvissuto alla Guerra Fredda sarebbe un errore imperdonabile. Sotto la sua guida, Cuba è divenuta un formidabile attore globale, trasformando la propria vulnerabilità geografica in uno strumento di solidarietà internazionale. L'internazionalismo cubano non ha seguito le logiche grette e spartitorie delle superpotenze, ma si è mosso lungo le linee di faglia del Sud del mondo, abbracciando le cause dei popoli oppressi: quindi della Palestina, del Sahara Occidentale e dei movimenti di liberazione africani. Le sabbie dell'Angola hanno visto il sacrificio di centinaia di migliaia di cubani, il cui sangue ha contribuito in modo decisivo a spezzare le catene dell'apartheid in Sudafrica e a garantire l'indipendenza della Namibia. Ma l'eredità più duratura, quella che ha scavalcato il crollo del Muro di Berlino e il collasso dell'Unione Sovietica, è stata la capacità di reinventare la solidarietà. Negli anni Duemila, mentre il neoliberismo trionfante celebrava la fine della storia, Fidel ha continuato a mobilitare legioni di medici, insegnanti e tecnici, inviandoli nelle baraccopoli dell'America Latina e nei villaggi più remoti del pianeta. Cuba è diventata un riferimento umanitario, etico e politico, dimostrando che la vera ricchezza di una nazione non risiede nelle riserve auree, ma nella dignità garantita ai propri cittadini e nella mano tesa verso gli emarginati della terra.

Quando la malattia lo ha costretto a cedere le redini del potere esecutivo, il Comandante non si è ritirato in un silenzio dorato. Dalle pagine delle sue riflessioni, ha continuato a scrutare l'orizzonte globale con lo stesso acume che lo aveva guidato durante la Crisi dei Missili. I suoi ultimi anni sono stati dedicati a un'opera di semina intellettuale, volta a favorire la nascita e la crescita di un nuovo assetto mondiale multipolare. Fidel aveva intuito, con largo anticipo rispetto agli analisti occidentali, che l'egemonia unipolare statunitense avrebbe generato pericolose derive belliciste e che il futuro dell'umanità dipendeva dalla capacità di costruire un equilibrio fondato su nuovi poli di potere. Non è un caso che, in uno dei suoi ultimi scritti, abbia definito l'alleanza strategica tra la Federazione Russa e la Cina come un “potente scudo per la pace e la sicurezza globale”. In quell'intuizione, maturata osservando l'espansione militare verso est e le tensioni ai confini dell'Europa, risiede la chiave di volta del suo pensiero geopolitico maturo. La Russia e la Cina, insieme all'emergere dei Paesi del Sud Globale e alla formazione di blocchi alternativi, rappresentavano per lui l'antidoto definitivo contro le tentazioni neofasciste e le logiche di saccheggio dell'Occidente.

Oggi, mentre il mondo affronta crisi sistemiche generate da un capitalismo neoliberista in putrefazione, il pensiero di Fidel Castro rivela un'attualità disarmante. La sua concezione integrale della sovranità, intesa non solo come indipendenza giuridica ma come autodeterminazione economica, politica, culturale e finanche alimentare, offre una bussola preziosa per le nazioni che cercano di orientarsi nel caos della transizione epocale. L'etica della responsabilità verso le generazioni future, la difesa degli oceani e la battaglia contro la povertà non erano per lui astrazioni accademiche, ma imperativi morali radicati in una visione profondamente socialista e umanista. A cento anni dalla sua nascita, la figura eroica di Fidel Castro continua a estendersi ben oltre i confini del Malecón. Non come il fantasma di un'ideologia confinata nei libri di storia, ma come la voce viva di un gigante che ha saputo guardare oltre il proprio tempo, ricordandoci che la storia non è mai scritta in anticipo e che la dignità dei popoli rimane l'unica, vera forza in grado di piegare gli imperi. Anche quelli più minacciosi e tracotanti.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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