Succubi e complici di americani ed israeliani

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Succubi e complici di americani ed israeliani

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di Giuseppe Giannini

L’ Italia, in politica estera, è sempre stata un paese a sovranità limitata, a causa delle ingerenze degli americani, della Chiesa, e degli interessi nascosti dietro alle strategie della Nato. Tuttavia, in alcuni casi, ha cercato di mantenere una certa autonomia (competenza territoriale), pensiamo alla crisi di Sigonella del 1985.

 Non è avvenuto invece nella circostanza della strage del Cermis e in altri episodi in cui vi erano coinvolgimenti militari. La sudditanza bellica si è amplificata con la prima guerra del Golfo nel 1990 e con le “guerre umanitarie”, ad iniziare dai bombardamenti su Belgrado nel 1999 avallati da D’Alema e Mattarella. Tutto ha preso vita all’indomani della crisi del blocco dei Paesi dell’Est. Questa cessione di sovranità è stata completata dai i governi che hanno accettato il dogma della globalizzazione liberista e l’impianto tecno-austeritario della UE.

Ad aggravare le conseguenze derivanti dall’incapacità decisionale, o meglio dalla volontà di far decidere ad altri, con ripercussioni impattanti sulla vita quotidiana della popolazione, è giunta, in anni recenti, la vocazione guerrafondaia dell’Occidente. Dagli affari sporchi in Ucraina alla legittimazione del genocidio della popolazione palestinese. Israele giustifica i suoi crimini dicendo di agire in prima linea per difendere valori comuni ai Paesi occidentali contro il pericolo islamista. Una scusa che non regge più, anche se, soprattutto negli ambienti delle destre, dall’America all’Europa, ritorna la propaganda anti-araba. Il radicalismo che vende e fa notizia, con l’accettazione di pronunce razziste, quali sostituzione etnica o remigrazione.

Quando gli alleati sono invece le petromonarchie arabe, che inondano i mercati di soldi e petrolio, il sangue che scorre (il finanziamento al terrorismo, la repressione delle donne e del dissenso) non si vede. In questo caso nessun pericolo per i governi occidentali. L’ Europa, dopo la storica sudditanza verso gli Stati Uniti, ora è succube anche dei sionisti e di un mondo israeliano sempre più incattivito. I primi, mirando, continuamente, ai loro esclusivi interessi, stanno accompagnando il declino del Vecchio Continente, oramai sulla strada dell’irrilevanza politica.

I secondi, con metodi discutibili e la prepotenza, considerano ingenui gli europei, che ancora credono, formalmente, allo Stato di diritto. Anzi, sulla scia trumpiana cercano di smantellarne le difese, auspicando un futuro governo del mondo basato sulla forza. Dove combinare potenza economica e tecnologia con il nazionalismo estremo ed il razzismo. La legge suprematista che dà vita al capitalismo autoritario.

A causa di questi elementi criticare Israele od esprimere vicinanza ai palestinesi diventa un crimine da inventare. Così accade che, da oltre un anno, docenti e studenti, che hanno, semplicemente, partecipato a manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese, o ne hanno discusso a scuola siano stati "attenzionati" dalle forze dell’ordine. Con la scusa di ricercare cellule eversive o fanatici religiosi (non i sionisti però) l’intento è di zittire ogni voce critica.

In diversi luoghi d'Italia, in particolare nelle città "calde", che hanno una tradizione di sinistra e movimentista, gli insegnanti, anche se non appartenenti a nessuna realtà politica, hanno subito prepotenze da parte di dirigenti e colleghi, perquisizioni domestiche e altri provvedimenti limitativi della libertà personale. Restrizioni immotivate basate solo sulla vicinanza ideologica e la compartecipazione emotiva al dolore. All’interno di questo clima di caccia alle streghe la lista delle sopraffazioni e delle angherie di Stato è lunga: la circolare di fine 2025 con cui il ministro dell(a) (d)'istruzione chiedeva informazioni (schedatura?) sul numero di studenti palestinesi presenti nelle scuole; nei mesi precedenti, veniva inibita la bandiera palestinese in pubblico, al Giro d'Italia, durante spettacoli od eventi sportivi, sul balcone di casa propria.

Successivamente, quando le proteste oceaniche, in tutto il mondo, sono diventate virali (potenza della rete), allora i governi al servizio dei sionisti, malgrado le censure, la propaganda ed il supporto logistico-militare complice del genocidio non hanno potuto più nascondere quanto fosse evidente.  Allora le restrizioni sono state limitate. Dopo è arrivata la proposta di legge Gasparri-Delrio, che ha provato ad equiparare l'antisionismo all'antisemitismo. Ancora adesso, c'è chi, prima di parlare di genocidio attende la pronuncia dei demografi come Mieli (e in Ruanda? e a Srebrenica?); chi parla di escursionisti riguardo ai coloni (tg rai); e chi minimizza (Mentana) o sorvola ( Molinari, Sechi, le destre alleate dei criminali al governo in Israele e i sionisti "liberal-democratici"). D’altronde è il clima di repressione e censura che subiamo da anni.

E’ di questi giorni la notizia che il gruppo musicale inglese dei Massive Attack è stato bandito da Singapore per aver esposto la bandiera della Palestina. Per fortuna ci sono ancora artisti che hanno il coraggio di prendere posizione, a differenza di coloro che si astengono (vedi Francesco De Gregori) e si dichiarano sionisti (Erri De Luca). L’indifferenza è paragonabile a chi fa il tifo per i conflitti armati. Spingono per un esercito europeo in funzione antirussa e reclutano personalità della stampa ed esperti di fantomatici istituti di affari internazionali (enti che ricevono finanziamenti da privati, multinazionali ed anche dal Ministero degli Esteri) solo per promuovere la guerra.

 L’ultima è l’inquietante Nathalie Tocci, che sollecita l’invio di truppe in Ucraina, il che si traduce nel nostro coinvolgimento diretto (“l’Europa deve avere il coraggio di affrontare la guerra”, scrive). Carne da cannone per le donne in primo piano: Ursula von der Leyen, Kaja Kallas, Pina Picierno, fino alla Elly Schlein, che, finalmente, ha scoperto le carte. I pacifisti, invece, e chi pretende il dialogo tra le parti trattati come incoscienti o filoputiniani. La libertà di pensiero e manifestazione ostacolate dagli interessi militari. Non accade in Russia, Cina o Turchia, ma nelle cd. democrazie occidentali.

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