Come finirebbe una guerra tra UE e Russia? Tre scenari per il 2030 (e le alternative alla linea dura)

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Come finirebbe una guerra tra UE e Russia? Tre scenari per il 2030 (e le alternative alla linea dura)

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di Alessandro Bartoloni

 

I responsabili politici europei ripetono spesso di non voler lasciare che la guerra in Ucraina degeneri in un conflitto più ampio. Eppure le politiche attualmente in atto comportano probabilità di escalation diverse. Facendo una sintesi di quello che dicono i principali analisti militari indipendenti ecco i tre scenari plausibili per i prossimi cinque anni (2025-2030), dal conflitto contenuto alla guerra regionale fino al confronto sistemico globale, con una stima dei relativi costi. Ogni scenario presuppone che l'agenda guerrafondaia di Kallas e von der Leyen continui a orientare la posizione dell'Europa.

 

Scenario 1 – Guerra limitata: il conflitto ucraino si protrae (status quo plus)

La guerra prosegue senza coinvolgimento diretto della NATO: nessuna delle due parti ottiene una vittoria decisiva, il fronte oscilla in offensive logoranti, l'Europa continua ad armare Kiev e le sanzioni restano o si inaspriscono, mentre la Russia resiste, indebolita ma non collassata.

Entro il 2030 l'Ucraina sarebbe devastata in ampie zone, con vittime militari e civili in forte crescita. La Russia uscirebbe militarmente logorata ed economicamente stagnante sotto le sanzioni, ma Putin (o un successore di simile orientamento) potrebbe restare al potere, in attesa che l'unità occidentale si incrini – un fronte congelato non dissimile da quello della Corea. Per l'Europa significherebbe sostenere, e probabilmente aumentare, gli aiuti attuali: già a fine 2023 l'UE aveva impegnato circa 12 miliardi di euro in aiuti economici e 5 miliardi in aiuti militari, con altri 50 miliardi promessi per il 2024-27. Proiettando questa traiettoria si arriverebbe a circa 50-70 miliardi di euro complessivi entro il 2030, con Paesi come Polonia, Baltici e Finlandia stabilmente sopra il 3% del PIL in spesa militare. Il riarmo europeo proseguirebbe su una scala consistente, anche se inferiore agli 800 miliardi ipotizzati da von der Leyen nello scenario più ambizioso: un incremento cumulativo stimabile in 200-300 miliardi di euro nei bilanci della difesa di UE e Regno Unito, a scapito però di investimenti in transizione verde, infrastrutture e welfare.

Sul piano globale, l'impatto economico di una guerra "contenuta" resta comunque rilevante ma gestibile: si stima un freno alla produzione mondiale di circa 1.500 miliardi di dollari nel primo anno, che nell'arco di cinque anni potrebbe totalizzare 3.000-5.000 miliardi di dollari di produzione persa, tra rincari energetici intermittenti e nervosismo dei mercati. Sul fronte umanitario, i rifugiati ucraini potrebbero salire dagli attuali 7 milioni a 10-12 milioni, con un costo sociale significativo per l'integrazione in Europa. In sintesi: uno scenario costoso – oltre un milione di vittime complessive, decine di miliardi spesi ogni anno, un fronte congelato e una Russia amareggiata e revanscista – ma che evita una guerra europea più ampia o uno scambio nucleare.

 

Scenario 2 – Guerra regionale: scontro diretto NATO-Russia

In questo scenario la guerra si estende oltre l'Ucraina: un attacco russo deliberato o accidentale contro un Paese NATO (uno Stato baltico, la Polonia), oppure un incidente che degenera – ad esempio forze russe che colpiscono un convoglio d'armi occidentale in territorio alleato – innesca la risposta militare della NATO. Il conflitto resta inizialmente convenzionale e circoscritto al teatro europeo, con la Cina che si tiene fuori militarmente.

Come finirebbe una guerra del genere? Non c’è unità di vedute tra gli analisti. I più ottimisti (per parte occidentale) ritengono che NATO prevarrebbe probabilmente in una guerra convenzionale su vasta scala, grazie a una superiorità di truppe, mezzi e tecnologia anche senza il pieno coinvolgimento americano. Il rischio maggiore è che una serie di sconfitte sul campo spinga Mosca a ricorrere ad armi nucleari tattiche pur di evitare una disfatta totale. Anche restando non nucleare, sarebbe la guerra più grande in Europa dal 1945. In ogni caso,  le stime collocano l'impatto sulla produzione globale nel primo anno intorno all'1,3% del PIL mondiale (circa 1.500 miliardi di dollari), con l'economia europea in profonda recessione, possibili misure da economia di guerra (razionamenti, nazionalizzazioni industriali, ritorno della coscrizione) e limitazioni alle libertà civili. Le vittime potrebbero andare dalle decine alle centinaia di migliaia a seconda della rapidità con cui la NATO riuscisse a neutralizzare le forze russe, con 1-2 milioni di nuovi rifugiati solo dai Paesi baltici e infrastrutture critiche colpite su entrambi i fronti. Su cinque anni, il conto potrebbe salire a 3.000-4.000 miliardi di dollari di produzione persa più circa 1.000 miliardi di ricostruzione, in uno scenario che presuppone un conflitto convenzionale di 6-12 mesi seguito da anni di tregua tesa. È esattamente il tipo di guerra tra grandi potenze sul suolo europeo che l'integrazione europea è nata per prevenire – e la postura aggressiva che sta avendo la UE rischia di aumentare, anziché ridurre, la probabilità di un errore di calcolo che porti fin qui.

 

Scenario 3 – Guerra sistemica: conflagrazione globale su due fronti

Lo scenario peggiore vede fondersi in un unico conflitto lo scontro con la Russia e quello con la Cina (senza contare il fronte medio-orientale): una crisi su Taiwan che degenera in guerra USA-Cina mentre la NATO è già impegnata contro Mosca, o l'inverso – una potenza che approfitta della distrazione dell'altra. In questo caso l'uso di armi nucleari diventa una possibilità concreta da entrambe le parti.

Le stime economiche parlano di un costo pari al 10% del PIL globale nel solo primo anno per una guerra USA-Cina su Taiwan; sommato a un conflitto NATO-Russia in corso, si tratterebbe di una depressione globale paragonabile al periodo 1939-45, con una perdita cumulata stimabile in 20-30mila miliardi di dollari in cinque anni – sempre che il conflitto resti convenzionale. Le vittime si conterebbero a milioni tra combattimenti diretti, carestie da collasso del commercio globale e mancanza di forniture mediche; un uso anche "limitato" di armi nucleari tattiche potrebbe uccidere centinaia di migliaia di persone nell'immediato e innescare ricadute radioattive su scala continentale, con il rischio di un "inverno nucleare" capace di condannare alla fame miliardi di persone. È lo scenario che gli stessi falchi, Kallas inclusa, dicono di voler scongiurare puntando sulla deterrenza – ma che una gestione potrebbe comunque produrre.

 

Le alternative possibili

Di fronte a questo bivio, diversi analisti ed ex diplomatici propongono un percorso diverso da quello dei falchi di Bruxelles:

  • Canali di comunicazione militare con Mosca, sul modello del vecchio Consiglio NATO-Russia, per ridurre il rischio di incidenti ed errori di calcolo — un'eredità della gestione della crisi dei missili di Cuba nel 1962.

  • Rilancio del controllo degli armamenti attraverso l'OSCE, oggi in gran parte inattiva: nuovi limiti alle forze convenzionali, restrizioni ai missili a raggio intermedio, accordi su cybersicurezza, sul modello degli Accordi di Helsinki del 1975.

  • "Deterrenza senza pretesa di dominio assoluto": rafforzare la difesa europea in modo credibile ma esplicitamente non offensivo, per non alimentare la percezione russa dell'accerchiamento, assicurando a Mosca che l'obiettivo occidentale è la stabilità, non il cambio di regime.

  • Passi diplomatici incrementali: dal sostegno a corridoi per l'export di grano a una zona demilitarizzata intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, fino a dialoghi informali con controparti russe per preparare futuri negoziati ufficiali.

  • Maggiore coinvolgimento democratico: un ruolo più forte del Parlamento Europeo e dei parlamenti nazionali nelle grandi decisioni su riarmo e sostegno militare, per colmare quel deficit democratico che rischia di logorare nel tempo il consenso pubblico. Tenendo presente sempre una cosa: I POPOLI NON VOGLIONO LA GUERRA.

 

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