"Sovranità finanziaria" e l'ultimo rapporto di Banca d'Italia (di Alessandro Volpi)

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"Sovranità finanziaria" e l'ultimo rapporto di Banca d'Italia (di Alessandro Volpi)

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di Alessandro Volpi - Altreconomia*

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.

Il dato più finanziariamente sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.

 

 

In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi Pspp e Pepp non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.

Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.

Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi, e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.

Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.

Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del Prodotto interno lordo mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.

La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire -tra Stati e privati- un debito così infinito, che matura circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.


*Fonte originale: https://altreconomia.it/la-sovranita-finanziaria-dellitalia-e-un-debito-pubblico-pari-a-3-2072-miliardi-di-euro/

Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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