Beppe Grillo e il socialismo con caratteristiche italiane

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Beppe Grillo e il socialismo con caratteristiche italiane

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di Vito Petrocelli 

 

C’è un tema sopra ogni altro nell’ultimo intervento di Beppe Grillo, e non è tanto la nostalgia del Movimento delle origini, né solo il semplice risentimento verso una classe dirigente che ha smarrito la propria missione. 

Il tema è quello della ricerca di un modello alternativo al capitalismo finanziario occidentale e della politica ridotta a semplice amministrazione dell’esistente.

L’ultimo duro affondo contro l’attuale Movimento 5 Stelle va letto in questo senso. Grillo sostiene che i rivoluzionari hanno finito per adattarsi ai palazzi e che il progetto nato per cambiare la politica è stato, al contrario, cambiato dalla politica stessa. È una critica che non riguarda soltanto il M5S ma l’intero sistema italiano, incapace di produrre una classe dirigente autonoma rispetto ai grandi interessi economici e agli equilibri geopolitici dominanti.

Ho sempre pensato che l’attenzione che il fondatore del Movimento dedica ormai da anni alla Cina parta da una riflessione di sistema. Mentre l’Occidente finanziarizza l’economia, delocalizza la produzione e smantella la propria capacità industriale, Pechino pianifica con orizzonti di lungo periodo, investe, forma milioni di giovani, costruisce infrastrutture, controlla le filiere strategiche, difende la propria sovranità tecnologica.

La Cina con il suo sistema di socialismo con caratteristiche cinesi considera la sovranità tecnologica il presupposto della sovranità politica. 

Sul blog di Grillo questo ragionamento ritorna continuamente. Dalla Nuova Via della Seta alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, dalla mobilità elettrica alla ricerca scientifica. Grillo ha sempre descritto una Cina che pensa in termini di decenni, mentre le democrazie occidentali sono incapaci di guardare oltre la prossima campagna elettorale.

Ecco perché leggendo il suo ultimo post, ho subito pensato a quanto la visione di Beppe per il nostro paese sia nei fatti quella di un socialismo con caratteristiche italiane.

Non si tratta di un socialismo burocratico, né di un ritorno alle categorie del Novecento. Piuttosto di un sistema nel quale lo Stato torna a svolgere una funzione strategica: indirizzare gli investimenti, difendere gli asset nazionali, sostenere ricerca e innovazione, programmare le scelte energetiche, ricostruire una politica industriale degna di questo nome.

Io credo che sia proprio questo il punto d’incontro tra la critica di Grillo al M5S e la riflessione sulla geopolitica contemporanea. Nel mondo multipolare che sta emergendo, la competizione si gioca sulla capacità degli Stati di pianificare, investire e proteggere i propri interessi strategici. La Cina rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questo fenomeno e Grillo lo sa molto bene. L’Italia, invece, continua a oscillare tra privatizzazioni, deindustrializzazione e dipendenza tecnologica.

Quando Grillo denuncia la trasformazione del Movimento 5 Stelle, il bersaglio non è soltanto una leadership politica, ma soprattutto l’abbandono di un’idea di sovranità nazionale intesa come capacità di progettare il futuro. 

Quindi il vero interrogativo che Grillo pone non riguarda il destino del partito di Conte, ma quello dell’Italia. 

È ancora possibile immaginare uno sviluppo fondato sull’interesse nazionale, sulla programmazione economica, sull’innovazione, sulla centralità del reddito, e su un welfare socialista oppure continueremo a inseguire modelli iperliberisti e guerrafondai?

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