Un Diego Bianchi in giacca e cravatta
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di Paolo Desogus*
Diego Bianchi si sta prendendo tutte le critiche che si merita. Avantieri dalla Gruber ha preso posizione in favore della guerra e lo ha fatto come sa fare lui, da caciarone. In modo rozzo e sciagurato ha affermato che la pace arriva sempre dopo le armi. In realtà la pace arriva sempre dopo la diplomazia, la grande esclusa degli attuali conflitti, soprattutto da parte occidentale che, in preda a una forma di ottusa e prolungata tracotanza, pretende di schiacciare gli avversari con l’obiettivo di riaffermare un primato che oramai ha perduto.
Ma passiamo oltre. La7 e la Gruber non si fanno mancare mai niente e dopo Diego Bianchi, ieri ha dato parola all’immarcescibile Franco Bernabè.
Bernabè appartiene a quella strana razza di ultra privilegiati, inventata di sana pianta negli anni Novanta, la razza dei “capitani di industria”, ovvero grandi dirigenti che hanno guidato le aziende pubbliche privatizzando i profitti e socializzando le perdite. I capitani di industria sono infatti gli esecutori della torsione neoliberale.
Bernabè rispetto ad altri si dà però anche arie da ideologo. Politicamente non ha un partito. Sceglie di stare sempre dove va il potere con l’obiettivo di condizionarlo. Ora dunque sta con la Meloni, da lui difesa in modo mai pienamente scoperto per non compromettersi troppo e soprattutto per tenersi pronto a fare il salto della quaglia qualora le condizioni lo imponessero.
Ieri si è dilettato in un confronto tra Meloni e Vannacci. Ha elogiato le qualità della prima per la sua esperienza, la sua capacità e il suo pragmatismo, che tradotto significa “capacità di adeguarsi all’indirizzo dell’establishment economico”. Di Robertus Vannacci si è invece limitato a dire che è un uomo di capacità ridotte, quasi una meteora per la poca esperienza e per il dirigismo derivante dal suo passato di generale.
Ora, Bernabè, nonostante quell’aria fantoziana da mega direttore galattico, non ha mai azzeccato un’analisi politica e su Vannacci si sbaglia (o, come è più probabile, finge di sbagliarsi). È indubbio che Vannacci si presenti nel modo più squallido possibile. Di lui bisogna però distinguere il personaggio mediatico dall’uomo politico, quest’ultimo tutt’altro stupido e anzi abile proprio per il suo passato in contesti di guerra molto complessi. L’unica cosa che unisce il personaggio Robertus dal politico è che sono entrambi fascisti. Vannacci dunque va temuto e checché ne pensino i capitani di industria andrebbe subito combattuto senza snobismi idioti, che di fatto si traducono subito in uno spot.
Politicamente Bernabè non è comunque un fulmine. Dopotutto è solo un Diego Bianchi in giacca e cravatta. A modo loro difendono entrambi il potere e lo status quo.
*Post Facebook del 21 settembre 2026


