L'illusione dell’alleato privilegiato
di Vito Petrocelli
La vicenda delle recenti tensioni tra Giorgia Meloni e Donald Trump rappresenta molto più di un episodio diplomatico. È la dimostrazione evidente di un limite che accompagna da anni la politica estera italiana: l’idea che il rapporto privilegiato con Washington possa sostituire una visione autonoma degli interessi nazionali.
Per lungo tempo il Governo Meloni ha raccontato la sintonia politica tra Palazzo Chigi e Casa Bianca come un valore aggiunto, sostenendo che la comune appartenenza all’area della destra conservatrice e ultraliberista avrebbe garantito all’Italia un ruolo speciale nelle dinamiche internazionali.
Poiché, al contrario, la geopolitica non conosce amicizie permanenti ma soltanto interessi permanenti, quando questi interessi cambiano, anche gli equilibri politici mutano rapidamente. Ed è quello che sta accadendo con le presunte “incomprensioni” tra Giorgia e Donald, a dimostrazione che nessuna vicinanza ideologica può garantire un trattamento privilegiato. Gli Stati Uniti continueranno inevitabilmente a tutelare i propri interessi strategici, così come fanno tutte le grandi potenze. La domanda che dovrebbe porsi Meloni è un’altra: quali sono i nostri interessi nazionali e come intende difenderli?
Negli ultimi trent’anni il nostro Paese ha progressivamente rinunciato a elaborare una politica estera autonoma. L’appartenenza alla NATO ha coinciso sempre con la delega alla priorità della politica strategica americana, mentre il processo di integrazione europea ha finito per limitare la capacità degli Stati membri di definire autonomamente le proprie priorità economiche, energetiche e industriali.
Un autentico disastro per l’UE e un profitto esponenziale per gli USA.
La leadership europea, debole e legata agli interessi delle oligarchie economiche, ha dimenticato che essere alleati non significa essere subordinati. Che l’alleanza autentica presuppone rispetto reciproco, pari dignità e possibilità di esprimere valutazioni diverse quando gli interessi nazionali lo richiedono.
Le guerre degli ultimi decenni dovrebbero aver insegnato qualcosa. Dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, dall’Ucraina all’aggressione all’Iran fino al genocidio sionista in Palestina, le oligarchie occidentali hanno imposto narrazioni con doppi standard, prodotto instabilità, crisi economiche, milioni di profughi e un sistema internazionale sempre più frammentato.
L’apice delle aberrazioni è stato toccato con il conflitto ucraino, dove la necessità di interrogarsi sulle responsabilità politiche e sulle cause storiche che hanno alimentato negli anni un clima di crescente contrapposizione tra Russia e NATO ha prodotto nei media mainstream la caccia alle streghe e la nascita della figura dei “filoputiniani”.
In realtà, il punto principale sempre negato è che la sicurezza europea deve essere sicurezza condivisa e non può essere costruita contro qualcuno. Deve essere costruita insieme ai popoli del continente attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e un nuovo equilibrio che tenga conto delle esigenze di tutti gli attori coinvolti. Tutto il contrario della farsa rappresentata negli anni dagli Accordi di Minsk.
L’unica vera opportunità per la pace, lo sviluppo e un futuro condiviso per l’umanità è oggi rappresentata dal progressivo consolidamento di un mondo multipolare.
L’espansione dei BRICS, il rafforzamento delle economie emergenti, il peso crescente dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina raccontano una realtà che non può essere letta con le categorie della Guerra Fredda e del predominio occidentale a guida USA.
La Cina rappresenta oggi il principale protagonista dello sviluppo economico mondiale e un interlocutore imprescindibile nelle grandi questioni globali: commercio, infrastrutture, innovazione tecnologica, transizione energetica. Lo stesso vale per numerosi Paesi del Sud globale, che chiedono un sistema internazionale più equilibrato e meno dominato da un unico centro di potere.
L’Italia dovrebbe essere protagonista di questa trasformazione, non spettatrice, come fatto nella purtroppo breve stagione dell’adesione alla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative). Un paese con la nostra storia diplomatica può svolgere una funzione di ponte tra Occidente e resto del mondo, valorizzando il Mediterraneo come spazio di cooperazione e non come frontiera militare. Questo richiederebbe una politica estera fondata sull’autonomia decisionale, sulla diplomazia preventiva e sulla ricerca costante del dialogo e non il vassallaggio perpetuo del governo Meloni.
La stessa Unione europea è chiamata a una profonda riflessione. O ha la capacità di diventare un soggetto politico credibile, con la propria autonomia strategica, superando la logica di rigidità burocratica e dipendenza dalle dinamiche geopolitiche altrui, oppure è meglio che scompaia.
Accanto alle sfide internazionali, c’è un’altra grande responsabilità che non può essere trascurata: la difesa dei valori costituzionali dell’antifascismo. Il contrasto al neofascismo, al neonazismo e a ogni forma di estremismo violento come quello sionista, dovrebbe essere un principio irrinunciabile della democrazia italiana e europea. La memoria storica deve servire a impedire ogni ritorno delle ideologie dell’odio, ovunque esse si manifestino e deve aiutare a combattere i doppi standard imposti da Bruxelles ai rapporti internazionali.
Anche sul piano economico è urgente un cambio di paradigma. Il modello neoliberista fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulle privatizzazioni indiscriminate e sulla compressione dei diritti sociali ha contribuito ad aumentare le disuguaglianze e a indebolire il tessuto produttivo italiano e europeo. Difendere la sovranità nazionale significa anche recuperare la capacità di pianificare politiche industriali, energetiche e tecnologiche che rispondano agli interessi dei cittadini e non esclusivamente a quelli dei mercati finanziari.
La crisi diplomatica tra Meloni e Trump lascia dunque una lezione che va oltre la cronaca e il suo epilogo, che credo sarà in ogni caso grottesco.
E si tratta di una lezione semplice, ancorché difficile da seguire per i nostri imbarazzanti leader.
L’Italia non dovrebbe misurare il proprio peso internazionale dalla vicinanza personale con il presidente americano di turno, né dalla capacità di dimostrarsi il più fedele alleato in ogni circostanza. La credibilità di una nazione si costruisce attraverso la coerenza della propria politica estera, la forza delle proprie istituzioni e la capacità di parlare con tutti senza rinunciare ai propri principi.
In un mondo sempre più multipolare, attraversato da conflitti e profonde trasformazioni economiche, l’interesse nazionale italiano coincide con la promozione della pace, della cooperazione internazionale, del rispetto del diritto internazionale, della sovranità degli Stati, della costruzione di un ordine mondiale fondato sull’equilibrio tra i diversi poli di sviluppo e soprattutto sulla certezza che l’umanità avrà un futuro solo se la costruzione dello stesso sarà condiviso.


