Armenia: il fronte USA-NATO di guerra si allarga al Caucaso

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Armenia: il fronte USA-NATO di guerra si allarga al Caucaso

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Scontri tra polizia e manifestanti di fronte al parlamento a Erevan. Ci sarebbero decine di feriti e di fermati. Le proteste sono rivolte direttamente contro il primo ministro Nikol Pašinjan, di cui si chiedono le dimissioni, accusato di svendere gli interessi territoriali armeni, con l’aver sguarnito le frontiere, lasciando così via libera all’Azerbajdžan nel tentativo di annettere alcuni villaggi nella regione di Tavuš.

La situazione all’esterno del parlamento, dove da inizio settimana erano accampati i manifestanti, si sarebbe ulteriormente inasprita dopo che, in aula, sarebbero avvenuti tafferugli tra deputati filogovernativi e opposizione, per le parole dello stesso  Pašinjan, che avrebbe accusato di tradimento alcuni generali.

Gli osservatori parlano di malcontento anche per il corso filo-occidentale del governo e per gli ammiccamenti alla NATO: in particolare, per l’ipotesi ventilata da Pašinjan di una prossima uscita dell’Armenia dal ODKB (Organizatsija Dogovora o Kollektivnoj Bezopasnosti-Organizzazione dell’accordo sulla sicurezza collettiva: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Kirgizija, Tadžikistan): «quando il governo lo riterrà opportuno», avrebbe detto Pašinjan, accusando nemmeno tanto implicitamente l’Organizzazione di non adempiere ai propri obblighi, in combutta con l’Azerbajdžan.

Peraltro, dal febbraio scorso, Erevan ha già “congelato” l’associazione al ODKB e ora arrivano le parole del primo ministro: «È possibile che noi usciamo dal ODKB. E saremo noi a decidere quando. La colpa è di coloro che hanno dato vita a un'alleanza unificata, i cui membri, invece di adempiere ai loro obblighi, hanno pianificato una guerra contro di noi d’accordo con l’Azerbajdžan. Sono  loro i colpevoli». Parole non prive di ipocrisia, dal momento che i manifestanti accusano proprio il governo di aver svenduto il territorio armeno a Baku.

A quanto riportato dalle agenzie, immediata sarebbe stata la reazione di Mosca alle parole del primo ministro armeno: «proprio con tali idee e parole d’ordine di uscita dal ODKB e dalle strutture euroasiatiche, Pašinjan aveva dato vita alla rivoluzione coi soldi di Soros, infrangendo il sistema di diritto armeno e violando ogni ammissibile procedura democratica» nel 2018, avrebbe detto un alto funzionario del Ministero degli esteri russo.

Il politologo armeno Arman Gukasjan osserva che nelle proteste si sarebbero inseriti circoli facenti capo all’arcivescovo Bagrat Galstanjan e rappresentanti del precedente governo, non esattamente “stimati” dalla popolazione armena, il che renderebbe abbastanza fragili le prospettive della attuali proteste.

D’altra parte, i più recenti passi di Erevan sono stati in direzione di un allontanamento da Mosca, nonostante la Russia sia la principale importatrice delle produzioni armene e, d’altro canto, abbia sinora ricevuto da USA e UE solo vaghe promesse in campo economico. Per quanto riguarda, ad esempio, i prodotti energetici e nonostante l’embargo introdotto in Russia sull’esportazione di benzina, le quote dirette ai paesi della Unione economica euroasiatica (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirgizija: in vigore dal 2015) sono rimaste invariate.

Un altro osservatore armeno, l’ex deputato Arman Abovjan, afferma che «Per quanto riguarda l’ODKB, Pašinjan stesso dichiara di voler forzare gli eventi. La sua popolarità sta rapidamente diminuendo ed è già in caduta. Sta perdendo di legittimità. Così, L'Occidente gli mette fretta, l'Europa lo incalza».

Ma, sul prossimo periodo, ciò che più impensierisce Mosca è proprio l’ipotesi dell’uscita di Erevan dal ODKB. Appena sei mesi fa era stato completato il sistema di difesa aerea dell’Organizzazione e, per l’appunto, le stazioni di radiolocalizzazione della base militare russa in Armenia coprono l’intero settore meridionale del territorio russo.

Di più: proprio nei giorni scorsi Pašinjan si è incontrato con l’assistente del Segretario di stato USA per gli Affari europei ed eurasiatici, James O’Brien, con cui ha convenuto di rafforzare i rapporti Armenia-USA, portandoli al livello di “partnership strategica”. Concretamente, ciò è esplicitato dalle parole del segretario NATO Jens Stoltenberg: «Metterete le vostre forze armate sotto controllo democratico. E parteciperete attivamente ai programmi di partnership NATO. Noi rafforzeremo la nostra partnership e lavoreremo insieme». Cosa ci può essere di più chiaro del «controllo democratico» NATO?

Ancora più chiaro: la più forte ambasciata in tutto lo spazio della CSI è quella americana a Erevan ed è diretta dall’ex Chargé d’Affaires yankee in Ucraina, Kristina Kvien, di stanza a Kiev fino al 2022 e ora riposizionata nel Caucaso.

Nel 2020, osserva REN-TV, a Erevan c’era tutt’altra retorica: si era grati alla Russia per aver fermato la guerra armeno-azera e introdotto forze di pace in Nagornyj-Karabakh. Ora che la regione è persa, Pašinjan afferma che sia stata l’ODKB a non reagire, anche se Erevan non si è mai rivolta ufficialmente per aiuto all'Organizzazione.

In generale, le cose USA-UE-NATO sul fronte ucraino vanno effettivamente male. È tempo di provvedere ad allargare le prospettive di guerra. E il Caucaso è stato, sin dal 1918, (insieme a estremo nord russo, Ucraina e Siberia orientale) una delle aeree di intervento delle potenze occidentali: allora contro la giovane Russia sovietica; oggi contro l’avversario geopolitico dell’unipolarismo euro-atlantico.

 

 

 

 

 

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