"Dipendiamo dalle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti per riequilibrare le forze". Intervista a Juan David Correa, ex ministro della Cultura colombiano

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"Dipendiamo dalle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti per riequilibrare le forze". Intervista a Juan David Correa, ex ministro della Cultura colombiano

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di Geraldina Colotti

Juan David Correa, ex ministro della Cultura della Colombia e insigne intellettuale, è l'attuale direttore del progetto Conversaciones Pendientes. Con lui abbiamo conversato sulla situazione in Colombia e nel continente, a ridosso delle elezioni in Brasile. 

 

Quale bilancio fa del processo di cambiamento portato avanti dal governo progressista di cui ha fatto parte in Colombia, e come interpreta le accuse di frode elettorale e le manovre di destabilizzazione che sono state denunciate dall'ex presidente Gustavo Petro di fronte all'attuale scenario politico?

Io credo che abbiamo vissuto e viviamo un processo inedito di cambiamento in Colombia; un cambiamento irreversibile, culturale, riformista, di discorso e di politicizzazione della società colombiana, e credo che questo sia l'aspetto principale. Si sono ottenute riforme sociali importanti come quella del lavoro e delle pensioni, l'avvio di una vera riforma agraria, un forte scossone culturale, una proposta educativa di fondo — che non si è riusciti a portare a termine completamente, ma che è fondamentale —, e un modo nuovo di intendere l'organizzazione sociale, il sindacalismo, la riconquista dei diritti lavorativi, la sconfitta della fame e l'idea stessa del bene pubblico come patrimonio di tutte e tutti contro il neoliberalismo. Gli attacchi, ovviamente, sono stati brutali e spietati. Se solo avessimo fatto il 5% di ciò che ha fatto in appena quaranta giorni l'autoritario e commediante che abbiamo oggi come presidente, probabilmente ci avrebbero messo alla gogna. Per aver difeso un modello diverso di società a partire dalla democrazia e dalle istituzioni, senza violare la Costituzione, ci hanno sottoposto a umiliazioni e a una tortura pubblica che questo governo illegale, antidemocratico, brutale e fascista non ha subito neanche nella misura del 5% rispetto a come fummo contestati noi dai media e dalle élite imprenditoriali.

Di fronte all'avanzata esponenziale della destra e al risorgere di un trumpismo aggressivo nel continente, come si ridisegna la correlazione di forze per i progetti popolari e progressisti in America Latina?

Credo che la correlazione di forze sia tutta da vedere. Dipendiamo dalle elezioni brasiliane della prossima domenica, dipendiamo ovviamente da un eventuale ballottaggio a fine ottobre e dalle elezioni che si terranno il 4 novembre negli Stati Uniti. Questo ci darà una risposta molto più vicina a quello che potrà essere il futuro.
Se il trumpismo dovesse riuscire a imporsi usando tutte queste strategie mendaci, manipolatrici, sporche, fasciste e autoritarie, è evidente che ci troveremo di fronte a una salita ripidissima che ci costringerà a ripensare la nostra rotta. Se invece Trump verrà fermato e le forze democratiche e socialiste trionferanno negli Stati Uniti, avremo l'opportunità di riequilibrare i rapporti di forza. I fascisti del momento, impiegati di Donald Trump come presidenti in America Latina, dipendono esclusivamente da lui: non hanno una forza sociale propria né partiti politici solidi. Sono semplici operatori di un'idea corporativa secondo cui "lo Scudo delle Americhe" si imporrà in tutto il continente.

Qual è la sua lettura delle recenti denunce di Petro sulle ingerenze di Donald Trump in processi elettorali chiave, come le presidenziali in Brasile e quelle di metà mandato in Messico?

Sono denunce sostanziate e lampanti. Oggi la Bolivia è sotto minaccia, i pubblici ministeri vengono arrestati dalla polizia, e c'è un'ingerenza e un'intromissione diretta e deliberata per prendere d'assalto l'America Latina per mano di questi personaggi spregevoli che sono arrivati al potere in modo fraudolento nei nostri paesi. Credo che la partita tra sovranità territoriale e digitale si deciderà anche grazie a quelle elezioni che ho già menzionato.

Pensando alle debolezze elettorali e politiche delle forze alternative, quali considera siano le cause strutturali e soggettive che impediscono di consolidare una maggioranza sociale ed elettorale stabile?

Credo che stiamo cadendo in un inganno interpretando che non abbiamo una maggioranza sociale. Nel sondaggio Ipsos dello scorso maggio, il 34% della popolazione colombiana si identificava con la sinistra, circa il 28 o 29% con la destra, mentre con il fascismo non si identificava nessuno apertamente o perlomeno non in modo pubblico e deliberato. Quello che sta accadendo in qualche modo, non solo in America ma nel mondo, è la costituzione di una moltitudine che ha iniziato a capire che dobbiamo occupare le strade e gli spazi pubblici per difendere la nostra vita, perché altrimenti ci spazzeranno via. Questo colloca la correlazione di forze su un altro piano, almeno per quanto riguarda i movimenti sociali.

Come valuta lo stato attuale dei dialoghi e del processo di pace in Colombia, e quali ostacoli persistono per smantellare le radici del conflitto armato e della violenza statale-paramilitare?

I dialoghi di pace nel paese sono stati sospesi; hanno chiuso tutte le vie di negoziazione. Questo è un progetto militarista e narcotrafficante che cerca di cooptare le economie illegali a proprio beneficio e di dominare attraverso alleati territoriali, armati e organizzati che fanno parte della sua stessa storia.
La storia del paramilitarismo in Colombia è profondamente legata a coloro che oggi detengono il potere. L'attuale mandatario è stato consulente tramite FIPAS, un'organizzazione creata a San José del Guaviare per consigliare i paramilitari. Lui e il suo socio Gutiérrez — oggi direttore di Ecopetrol — hanno fatto parte di quell'organizzazione, sono stati in quei dialoghi, sono amici dei principali capi paramilitari della regione e mantengono legami innegabili con altri gruppi criminali e mafiose della Colombia. Gli Stati Uniti hanno accuse contro di lui in tal senso, e ovviamente la partita si giocherà quando questo equilibrio comincerà a dare notizie su come si evolverà questo scenario.

Facendo un parallelo con la Quarta Trasformazione in Messico, quale ruolo assegna alla cultura, alla memoria e alla battaglia ideologica nella costruzione di un'egemonia popolare che riesca a trascendere le istituzioni ereditate dallo Stato borghese?

Sono momenti diversi. Il Messico ha avuto sei anni per organizzarsi, nonostante la prima frode del 2006 che fece reagire la gente. A noi è costato questo quadriennio con tutte le sue risposte violente e non abbiamo avuto abbastanza tempo per organizzarci. Tuttavia, credo che questo tempo, per quanto avverso sia, sia proprio il momento indicato per farlo. Ci tocca creare una rete — più che un'egemonia in stile fascista — che sia molecolare, diversa, interculturale, e che metta in connessione i tanti territori del paese che sono con noi: tutto il Pacifico, il Catatumbo, le frontiere dalla Guajira fino al sud, parti della zona andina, i contadini, i popoli indigeni, gli afrocolombiani, le donne, le diversità LGBTQ+, i giovani, gli intellettuali e gli accademici. Tutti loro possono costituire una grande forza sociale che si opponga a questo senso illiberale, tecno-narco e neoliberale.

Nel quadro geopolitico globale, di fronte al progressivo indebolimento della legalità internazionale, che ruolo giocano oggi organismi come l'ONU e il regime di sanzioni economiche?

Come sta già dicendo tutto il mondo, o si prendono decisioni dall'Europa o davvero l'equilibrio andrà perduto per sempre, e a quel punto dovrà esserci un nuovo patto globale. Un patto che consideri che Cina, Russia, i BRICS e gli Stati Uniti hanno una conversazione in sospeso. L'Europa, sentendosi emarginata per non aver agito, passerà sicuramente a essere un attore di secondo piano, e questo riordinamento globale dovrà necessariamente prodursi con nuove regole. Naturalmente, questo dipende dalla caduta di Trump a novembre.

Come giudica la resistenza dei popoli e dei governi assediati — dalla eroica solidarietà con Cuba e la causa incrollabile del popolo palestinese fino alla fermezza dell'Iran — di fronte all'unilateralismo imperialista?

Il caso di Cuba va denunciato, insistendo sul fatto che si sta commettendo un altro genocidio attraverso un blocco inumano in cui si sta lasciando morire la gente di fame. Al di là della discussione su un regime e sulla sua legittimità o meno, nessun paese al mondo ha il diritto di calpestare la sovranità altrui, ed è esattamente quello che gli Stati Uniti stanno facendo con il Venezuela, che stanno cercando di fare in Iran, che stanno perpetrando nel nostro Caribe e promettendo di farlo in Colombia, Ecuador, Bolivia e Cile, dopo essere già riusciti a catturare il Venezuela.

Come valuta l'impatto politico e istituzionale del sequestro di Nicolás Maduro, e quale lettura da della linea di pragmatismo sotto estorsione che la presidenta incaricata incaricata sta assumendo di fronte alle pressioni dell'imperialismo e alle contraddizioni interne?

L'impatto del sequestro di Nicolás Maduro non l'abbiamo ancora compreso appieno. Il fatto che un paese entri nel territorio di un altro e sequestri il suo presidente — al di là di qualsiasi considerazione politica — dimostra che l'azione deliberata, sebbene non nuova, degli Stati Uniti ha un altro tono, un modo di esprimersi molto più diretto. Sebbene fin dagli anni '60 e dalle nostre indipendenze l'ingerenza statunitense sia stata diretta tramite colpi di stato, soffocamento economico, lawfare e ogni sorta di ricatto, oggi viene attuata in diretta televisiva: bombardando, sequestrando e delegittimando democrazie e sovranità nazionali come quella del Venezuela.
Al di là del dibattito su quel regime, su quello cubano o su qualsiasi altro, il mondo ha un ordinamento e gli Stati Uniti lo hanno calpestato, così come fa Israele commettendo un genocidio e saltando ogni limite. Sarà capace l'umanità di fermarli? Questa è la grande domanda.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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