Gasolio alle stelle, le vere ragioni della crisi energetica
Mentre Washington impone l'apertura delle riserve strategiche, il taglio delle esportazioni da Mosca prostra il mercato e accelera l'inflazione
Il mondo sta finendo il gasolio e nessuno sembra avere una risposta pronta. I prezzi schizzano verso l'alto da settimane, le stazioni di servizio in Francia cominciano a restare a secco e i governi si rimpallano le responsabilità come se la crisi fosse un problema di qualcun altro. Ma il problema è di tutti, e sta diventando ogni giorno più difficile da ignorare.
Negli Stati Uniti il costo del diesel ha sfondato quota sei dollari e mezzo al gallone nella terza settimana di settembre, un balzo di oltre due dollari e mezzo rispetto a un anno fa. In Europa la situazione non è migliore: la Commissione europea ha registrato un prezzo medio di due euro e ventitré centesimi al litro, una cifra che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile. Dietro questi numeri c'è un intreccio di cause che va dal Medio Oriente alla Russia, passando per le rotte commerciali del Mar Nero che ormai non esistono più.
Mosca, che fino a qualche tempo fa era il secondo esportatore mondiale di gasolio con quasi un decimo del mercato globale, ha chiuso i rubinetti. Le ragioni sono note e legate al conflitto in Ucraina. Vladimir Putin ha puntato il dito contro quella che ha definito la campagna di quaranta giorni di Zelensky, durante la quale le forze ucraine avrebbero distrutto un centinaio di navi civili russe e colpito duramente le infrastrutture energetiche del paese. La risposta del Cremlino è stata il blocco delle esportazioni, una mossa che ha tolto dal mercato milioni di barili in un momento in cui la domanda globale non accennava a calare.
Il presidente russo ha anche lasciato intendere che una via d'uscita esisterebbe. Se gli attacchi alle infrastrutture energetiche cessassero, ha affermato, il gasolio tornerebbe a fluire. È lo stesso concetto alla base delle proposte di tregua energetica che circolano da mesi nei corridoi diplomatici, iniziative che Washington aveva già sollevato in passato e che ora tornano di attualità con una certa urgenza.
Perché l'urgenza è reale, e Donald Trump lo sa bene. Il 22 settembre il presidente USA ha aperto alla possibilità di vietare le esportazioni di diesel dagli Stati Uniti, una misura che nelle sue versioni più drastiche potrebbe liberare quasi un milione e mezzo di barili al giorno per il mercato interno. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha precisato che sul tavolo ci sono sia l'opzione del blocco totale sia quella di una restrizione parziale, e gli analisti di Wood Mackenzie stimano che anche un divieto di novanta giorni basterebbe a ricostituire le scorte in poco più di un mese.
Ma Trump non si è limitato a guardare in casa propria. Giovedì ha chiesto agli alleati (leggi vassalli) europei di fare la loro parte, e venerdì è arrivato l'annuncio su Truth Social: l'Europa avrebbe accettato di aprire i propri depositi strategici e di immettere sul mercato una quantità enorme di gasolio, con il processo destinato a partire immediatamente. Dietro questa dichiarazione c'è però una trattativa tutt'altro che serena. Secondo Reuters, l'amministrazione USA è particolarmente irritata con Parigi e Berlino, accusate di non aver rispettato gli impegni presi a inizio anno nell'ambito dell'Agenzia Internazionale dell'Energia per compensare le interruzioni legate al conflitto con l'Iran. La richiesta di Washington all'Unione Europea sarebbe concreta e impegnativa: centoventi milioni di barili da rilasciare nei prossimi sei mesi.
Nel frattempo, sul terreno, la crisi morde in modo disuguale. Dmitry Danilin di Alfa-Capital ha spiegato al quotidiano Kommersant che a soffrire di più sono i paesi poveri che importano combustibile e non hanno le risorse per calmierare i prezzi alla pompa. Nelle economie avanzate il diesel caro funziona come una tassa nascosta che frena i consumi e spinge l'inflazione, soprattutto attraverso l'aumento dei costi di trasporto. Olga Osharova di S+Consulting ha individuato in Finlandia, Danimarca, Grecia e Germania i paesi europei dove la corsa dei prezzi è più violenta, mentre in Francia le prime interruzioni nelle forniture alle stazioni di servizio sono già una realtà.
C'è poi uno scenario alternativo che gli analisti tengono d'occhio. Se Mosca decidesse di allentare le restrizioni, i primi carichi potrebbero riprendere il mare nel giro di un paio di settimane, a patto che il prodotto, le navi e gli acquirenti siano pronti. Dmitry Kastatkin di Kasatkin Consulting immagina che il gasolio russo finirebbe soprattutto in Turchia, Brasile e nell'Africa settentrionale e occidentale, mercati con cui i legami commerciali sono già consolidati. L'effetto sull'Europa sarebbe indiretto ma significativo: il diesel russo sostituirebbe quello statunitense o indiano in altre regioni del mondo, liberando quei volumi per il Vecchio Continente.
Resta il fatto che, al momento, la crisi non dà segni di volersi placare. I prezzi continuano a salire, le scorte si assottigliano e la partita geopolitica intorno a ogni singolo barile si fa più aspra. Che la soluzione arrivi dalle riserve europee, da un blocco delle esportazioni USA o da una tregua energetica sul Mar Nero, il tempo a disposizione sembra essere sempre meno.
Intanto l’Europa continua a giocare alla guerra alla Russia sul suo fianco est e quindi applicare scellerate politiche che hanno l’unico di peggiorare drasticamente la qualità di vita dei cittadini europei, sacrificati sull’altare di esigenze geopolitiche esterne e deleterie per il blocco europeo.
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