L’Europa che non ci sta più: Francia e Spagna contro austerità, rendita e precarietà
Dalla Francia alla Spagna, qualcosa sta iniziando a muoversi sotto la superficie dell’Europa neoliberista. Due proteste diverse per protagonisti e rivendicazioni, ma accomunate da una stessa insofferenza: quella di chi non accetta più che scuola, casa e servizi essenziali vengano sacrificati sull’altare dei bilanci, della rendita e della finanza. In Francia tutto è partito dal liceo Saint-Exupéry di Créteil, dove circa 1.500 studenti si trovano stipati in strutture e classi ormai incapaci di garantire condizioni dignitose. Gli studenti hanno bloccato la scuola chiedendo una cosa elementare: avere insegnanti, personale e opportunità paragonabili a quelle dei coetanei dei quartieri più ricchi. In meno di due settimane la protesta si è estesa a centinaia di istituti e a decine di campus universitari.
Il ministero dell’Interno ha contato 356 licei bloccati, mentre l’Union étudiante ha definito la mobilitazione storica. Le immagini degli incendi e degli scontri hanno però finito per dominare il racconto pubblico, oscurando le ragioni sociali all’origine della protesta. La repressione ha aggiunto un ulteriore elemento di tensione: studenti e personale scolastico sono rimasti feriti e l’IGPN ha aperto diverse inchieste sull’operato della polizia. Per i manifestanti, il ricordo dei gilet gialli e dell’utilizzo dei flashball contro i dimostranti è ancora vivo. Il problema, tuttavia, va ben oltre la scuola. La Francia affronta una pesante crisi dei conti pubblici e il governo prepara una manovra di riduzione della spesa, mentre le risorse destinate alla difesa continuano ad aumentare. È proprio questa contraddizione a diventare sempre più difficile da spiegare a una generazione alla quale viene detto che per insegnanti, servizi e welfare non ci sono abbastanza soldi.
La stessa frattura emerge in Spagna, dove circa 25.000 persone hanno manifestato a Madrid contro l’emergenza abitativa. Cinquecento di loro hanno deciso di occupare Puerta del Sol, trasformando una delle piazze simbolo della capitale in un accampamento permanente. A far esplodere la protesta è stato anche il caso di Maricarmen, 87 anni, sfrattata dopo settant’anni trascorsi nello stesso appartamento. Ma dietro la sua vicenda ci sono numeri che raccontano una crisi strutturale: nel secondo trimestre del 2026 i prezzi delle abitazioni spagnole sono aumentati di oltre il 12%, mentre il Banco de España stima un deficit di circa 750.000 abitazioni. Le richieste del movimento degli inquilini puntano direttamente contro la trasformazione della casa in un prodotto finanziario: stop alla speculazione, blocco degli affitti, contratti stabili e nessuno sfratto senza un’alternativa abitativa. È qui che le due proteste si incontrano. In Francia è il diritto all’istruzione a entrare in collisione con la logica dei tagli; in Spagna è il diritto alla casa a scontrarsi con la finanziarizzazione del mercato immobiliare.
In entrambi i casi, beni essenziali vengono trattati sempre più come costi da comprimere o asset dai quali estrarre rendimenti. Il neoliberismo europeo ha promesso per decenni efficienza, crescita e prosperità. Il risultato percepito da una parte crescente della popolazione è invece un altro: servizi pubblici impoveriti, precarietà, abitazioni fuori portata e ricchezza sempre più concentrata. Ed è forse questo l’aspetto più importante delle mobilitazioni che stanno attraversando l’Europa. Non si tratta più soltanto di singole vertenze. A Créteil come a Puerta del Sol, giovani e lavoratori stanno mettendo in discussione un modello nel quale il mercato viene prima dei bisogni sociali. La protesta francese e quella spagnola mostrano così una stessa frattura: i popoli europei iniziano a ribellarsi al neoliberismo selvaggio e alla trasformazione dei diritti fondamentali in merci. La domanda che emerge dalle piazze è semplice e sempre più difficile da ignorare: se non ci sono risorse per una scuola dignitosa o per garantire una casa agli anziani, ma le risorse si trovano quando si tratta di finanziare la rendita e il riarmo, quali sono davvero le priorità delle società europee?
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