Orizzonte 2050: il mondo sceglie Pechino e volta le spalle all'egemonia USA
Mentre le percezioni globali cambiano radicalmente, i giovani e i paesi del Sud del mondo guardano sempre più a Oriente
Lo scenario è cambiato riguardo la percezione globale della Cina. Non si vedeva un cambiamento così radicale e strutturale dai tempi della Guerra Fredda. A dirlo non è quella che in occidente viene sprezzantemente definita come la solita propaganda di partito, ma un rapporto presentato a Pechino, che mette nero su bianco una previsione piuttosto audace: entro il 2050, la Cina sarà la grande economia a cui tutti nel mondo guarderanno con maggiore desiderio di emulazione.
Il documento, presentato durante un simposio dell'Istituto Chongyang della Renmin University, ha riunito nella capitale cinese ex governanti, diplomatici e accademici da ben 17 nazioni. Mettendo insieme i sondaggi di Pew, Gallup e del Global Times Institute, gli autori hanno provato a tracciare la rotta di questo mutamento. E i numeri raccontano una storia interessante. Se guardiamo ai dati di Pew di luglio, in 27 paesi su 36 la Cina gode di una simpatia maggiore rispetto agli Stati Uniti. Parliamo di un 46% contro il 36%. Ma c'è di più. L'istituto del Global Times ha rilevato che quasi sette intervistati su dieci a livello internazionale hanno un'opinione favorevole. Nel Medio Oriente e nell'ASEAN si supera il 70%, mentre nei BRICS e in Africa si sfiora o si supera l'80%.
Non si tratta di un'immagine piatta e generalizzata. Ogni paese ora giudica Pechino in base ai propri interessi pratici e alle proprie priorità di sviluppo. E poi c'è il fattore età. I giovanissimi, quelli tra i 18 e i 34 anni, guardano alla Cina con un occhio decisamente più benevolo rispetto ai cinquantenni. È un cambio di paradigma. La gente non si ferma più alla prima impressione. Oggi si valuta la capacità di sviluppo, l'affidabilità come partner. Basti pensare che l'80% degli intervistati nel 2025 ha giudicato positivamente la crescita economica cinese, e quasi il 90% si dice fiducioso per il prossimo decennio. Sette su dieci, poi, vorrebbero vedere Pechino assumere un ruolo ancora più centrale sulla scena mondiale.
Wang Wen, il preside dell'Istituto, lo spiega in modo semplice: il motore di questo cambiamento sono i dividendi dello sviluppo cinese e il modo in cui il paese si è integrato in maniera sempre più profonda nel resto del mondo. Guardando al 2050, il rapporto dipinge una Cina come centro mondiale della crescita, un hub per l'innovazione di frontiera e un pilastro per la pace globale. Non solo una fabbrica, ma un motore di domanda e resilienza industriale.
Ma cosa ne pensano gli ospiti stranieri? Danilo Türk, ex presidente della Slovenia, ha lodato la via cinese allo sviluppo pacifico. Per lui, l'approccio di Pechino è profondamente cooperativo, e questo la gente lo capisce. Türk ha però puntato il dito su un aspetto molto concreto: il turismo. Gli stranieri che arrivano restano colpiti. Non solo dalla natura o dalla cultura millenaria, ma dalla tecnologia, dalle città, dalla modernità. Per i visitatori europei, in particolare, è una vera e propria rivelazione che ridefinisce l'idea di partner affidabile.
La pensa allo stesso modo Edemilson Parana, professore a Dublino. Ha girato molto per la Cina e nota come le infrastrutture e le nuove tecnologie stiano cambiando l'immagine del paese nel Sud del mondo. Ma il vero 'game changer', secondo lui, è la moda del "China travel". Chi viene qui tocca con mano quanto tutto funzioni. La comodità della vita quotidiana, la gentilezza delle persone, il cibo incredibile, i paesaggi. Parana è convinto che questa politica delle porte aperte per i turisti stia facendo miracoli per l'immagine del paese. La gente torna a casa, racconta quello che ha visto e si rende conto che la Cina è diventata decisamente più cool. Così viene anche smontata la classica propaganda mainstream contro la Cina che al pari della Russia rappresenta per certi mezzi di comunicazione il nuovo spauracchio da agitare contro le masse.
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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
Hong a Fuoco di Laura Ruggeri

In Hong Kong a fuoco, Laura Ruggeri analizza le proteste scoppiate nella città asiatica dal 1997. L'autrice le inquadra non come moti spontanei, ma come "rivoluzioni colorate" eterodirette. Il dissenso locale viene svelato come un'arma del soft power americano nella guerra ibrida contro la Cina. Unendo osservazione diretta e rigore documentale, il saggio offre una solida e avvincente contro-narrazione. Il libro diventa così uno strumento prezioso per decodificare dinamiche geopolitiche simili in tutto il mondo.


