Il "vaso di Pandora" dell'occidente e le lacrime guerrafondaie del PD
Mentre Kiev ammette lentamente la disfatta e la NATO spinge sull'escalation, le opposizioni "progressiste" piangono per i ritardi negli invii di armi....
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
27 agosto. Per quanto ci riguarda, la notizia di apertura del giorno, sebbene l'accaduto risalga alla vigilia, è quella dell'assassinio di dieci persone e del ferimento di decine di altre nel centro di Donetsk, in seguito al terroristico attacco missilistico ucraino su un centro commerciale del capoluogo della DNR, in pieno centro cittadino, nell'ora di punta di un giorno feriale. Poche ore prima, i nazigolpisti di Kiev avevano attaccato con un drone un autobus della linea Lisichansk-Stakhanov, sulla strada tra Zolotoe e Pervomajsk, nella LNR, uccidendo nove persone e ferendone altre sei.
Ma, per i corifei italici del regime nazigolpista, i fascioleghisti di governo si mostrano troppo “timidi” nel sostenere Kiev, nonostante che, come assicura la signora Lia Quartapelle, del PD, su Repubblica, «Meloni in questi anni ha fatto una cosa giusta: sostenere l’Ucraina». Peccato che tale sostegno, lacrima la fervente guerrafondaia, si stia «molto affievolendo».
Il problema, secondo la signora in questione, consisterebbe nel fatto che gli “aiuti” da Roma giungano a Kiev con colpevole ritardo – se ci fossero loro, i tempestivi del PD, al governo, gli aiuti sarebbero molto più celeri: naturalmente, per il bene di “famiglie e imprese”, come recita la formula saragattiana di rito – e, soprattutto, senza dire cosa contengano. Al contrario, sostiene la “pdemocratica”, se «i cittadini sapessero che cosa mandiamo e a che cosa serve, credo che il sostegno agli aiuti militari tornerebbe a crescere». “Famiglie e imprese” sarebbero ovviamente felici di sapere che Roma sta “lavorando per la pace”, mandando ai nazigolpisti di Kiev armi e mezzi militari, installando impianti di produzione militare direttamente in Ucraina e farebbero certamente quadrato attorno a quella sorta di agglomerato affaristico-padronale chiamato PD, nella sua scelta di celerità guerrafondaia. Per la verità, la signora Quartapelle avrebbe potuto benissimo aprire una pagina a caso di un quotidiano a caso (o no?) dei circoli d'affari italici, uso da centocinquant'anni, dalla sede di via Solferino, a cantare i peana di ogni singolo diverso governo del paese, per scoprire che non c'è alcun mistero sulla consistenza degli aiuti di Roma a Kiev e che tali “aiuti” sono un vero e proprio “inno alla pace” e alla diplomazia: altro che quegli “insulsi” inviati di Washington e del Vaticano a Moskva. Così, il Corriere della Sera indica che Il tredicesimo “pacchetto di aiuti” a Kiev «è quasi completato e sarà poi sottoposto, come da prassi, al Copasir. Il tutto, avverte Crosetto, “in tempi abbastanza rapidi”. Il ministro della Difesa parla di “sostegno variegato” alla causa ucraina anche sul fronte energetico» e, forse per venire incontro al rammarico del PD, il «ministro risponde alle critiche delle opposizioni (M5s e Avs) con questo ragionamento: «Mi colpisce, però, che si parli genericamente e in modo ideologico di “aiuti” all’Ucraina con tanto livore. E persino nella settimana in cui Putin ha rifiutato un’offerta di pace concreta e seria di Zelensky che poteva ancora una volta porre fine al conflitto e da subito». Già, quella “offerta di pace”, così cinicamente “rifiutata da Putin”, che non era altro che l'ennesimo tentativo della junta nazigolpista di riprender fiato e, in attesa di quegli “aiuti”, riorganizzare le forze per cercare di impedire un troppo repentino crollo del fronte. E invece, guarda un po', da Roma, come da Londra, Parigi, Berlino, si “aspira alla pace” e, per carità, tutto quello che si fa è “per la pace” e perché, per la gioia della signora Quartapelle, «torni a crescere» il sostegno alla junta nazigolpista da parte delle masse italiche che, in un crescendo di entusiasmo per le ennesime sforbiciate a salari, sanità, pensioni, scuola, sono felici di apprendere che tali “aiuti” vengono «prodotti da Fincantieri e da Leonardo»: come dire che, in un abbraccio interclassista caro ai liberal-europeisti del moderno social-fascismo, le mazzate sulla testa a lavoratori e masse popolari, sono solo una “toccasana” per il “bene del paese”, cioè di banche e monopoli.
Tutto, in attesa che Mosca arrivi a considerare anche Roma, al pari di Londra, partecipante diretta alla guerra con la Russia. Nello specifico della Gran Bretagna, ha dichiarato l'ex viceministro degli esteri russo Andrej Fëdorov in un'intervista alla BBC, non si può escludere una risposta "semi-militare" da parte della Russia, che preveda la distruzione delle industrie che operano nell'interesse del regime di Kiev. Fëdorov ha detto esplicitamente che gli inglesi, coinvolgendosi sempre più nella guerra contro la Russia a fianco dell'Ucraina, stanno aprendo il “vaso di Pandora”: «Bisogna capire una cosa. Il presidente Putin è sottoposto a una forte pressione politica e pubblica affinché adotti determinate misure contro la Gran Bretagna, considerata partecipe della guerra e l'assistenza britannica è percepita come un coinvolgimento diretto nel conflitto... la pressione viene dall'opinione pubblica, da giornalisti, media, militari». Nel contesto della situazione, ha detto l'ex viceministro, Londra «è percepita come il male numero uno» e, prevedendo un'ulteriore escalation del conflitto, ha aggiunto che «prima o poi la Russia potrebbe rispondere non solo verbalmente, ma anche con una reazione concreta» contro il paese, senza escludere la possibilità di attacchi di hacker o persino di azioni di «natura semi-militare... potrebbe accadere qualcosa alle imprese che producono droni per l'Ucraina... il problema per la società russa è che molti affermano che il presidente stia impiegando troppo tempo a rispondere alla Gran Bretagna e che una risposta, forse anche militare, avrebbe dovuto essere data» già da tempo, dato che Moskva considera il trasferimento di tecnologia britannica per la produzione di missili all'Ucraina come un «intervento militare diretto nel conflitto».
E se Londra è, al momento, in cima alla “lista degli obiettivi”, ecco che la Finlandia, forse sentendosi defraudata in questo ruolo, aspira al vertice della classifica dei bellicisti: bisogna colpire Mosca e Piter per provocare una rivolta in Russia che chieda la fine dell'Operazione militare senza che siano raggiunti gli obiettivi prefissati, dice il presidente finlandese Alexander Stubb in un'intervista alla Evropejskaja Pravda. A suo dire, non bastano gli attacchi «a lungo raggio proprio nel cuore della Russia» o i bombardamenti sulle raffinerie, i depositi o anche le fabbriche degli "Shahed": la situazione potrebbe cambiare davvero se invece la gente si ribellasse alla guerra. E ora vediamo che, secondo sondaggi più o meno attendibili, circa il 65% dei russi vuole porre fine alla guerra». La soluzione, dice Stubb: continuare a «fornire all'Ucraina i mezzi necessari per la guerra e per la resistenza... La seconda linea d'azione consiste nel proseguire la politica delle sanzioni, soprattutto nei confronti delle aziende russe che forniscono componenti per droni, missili o per l'industria militare in generale».
Sulla stessa linea “di pace” anche il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, secondo il quale in Germania cresce la consapevolezza che un conflitto militare diretto con la Russia sia del tutto possibile, dato che la contrapposizione è già in atto in molte sfere: «credo che dobbiamo trovare il giusto equilibrio: non avere paura, ma allo stesso tempo essere vigili e prepararci al meglio per un possibile confronto militare, applicando il principio antichissimo: se vuoi la pace, preparati alla guerra». La “pace” dei volenterosi di guerra. Così che suggerimenti utili vengono da chi di guerra se ne intende: l'ex Comandante supremo delle forze NATO in Europa, Wesley Clark, ha criticato gli attacchi ucraini contro i depositi della Wildberries. «Gli attacchi alle raffinerie e agli impianti di raffinazione del petrolio sono, ovviamente, molto importanti» dice Clark, dato che «riducono le entrate della Russia derivanti dal commercio di petrolio. Gli attacchi ai magazzini di Wildberries sono stati piuttosto significativi. Ma credo che gli attacchi contro le infrastrutture collegate ai consumatori russi non saranno efficaci a lungo termine quanto gli attacchi contro le installazioni militari russe: impianti di produzione di missili, lanciatori, caserme, quartier generali e così via. Se possibile, è meglio colpire le installazioni militari»; e che diamine!
Occorre agire subito in quella direzione; tanto più che il tanto raccontato “crollo della Russia” è orai alle porte. Come annunciato alla riunione del Consiglio di Sicurezza ONU dal rappresentante permanente dell'Ucraina, Andrej Mel'nik, «la Russia sta già perdendo e alla fine verrà sconfitta in questa guerra». Ma, in diretta contrapposizione a cotanto vaticinio, l'ex ministro della guerra Mikhail Fëdorov lamenta che «sembra che stiamo perdendo gradualmente, lentamente» e che Kiev «ha urgente bisogno di un piano per porre fine al conflitto». Ahi, ahi: ma lo saprà la signora Quartapelle e, in questa diatriba, chi sosterrà? Perché pare proprio che la mossa di Fëdorov sia indirizzata a scaricare le colpe della disastrosa situazione su Zelenskij, indicandolo come il principale responsabile dell'imminente catastrofe ucraina.
In realtà, afferma Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, la teoria più plausibile è che il giovane Fëdorov si sia lasciato coinvolgere in dibattiti tra adulti e abbia inavvertitamente rivelato la verità. A tal proposito, il rappresentante speciale del presidente russo Kirill Dmitriev ha scritto che «la realtà sta prevalendo, le false narrazioni stanno crollando e la ricerca dei responsabili dei fallimenti è iniziata». Tanto che Fëdorov non è il solo a parlare così apertamente: secondo uno dei principali esperti del think tank britannico RUSI, «alcuni fattori stanno ribaltando la situazione a favore di Putin». Per dire, nel mese di luglio, il numero di droni impiegati è aumentato di circa cinque volte rispetto a giugno, e gli attacchi missilistici balistici stanno battendo ogni record, causando devastazioni in Ucraina, sia al fronte che nelle retrovie». Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e logistiche stanno prosciugando i fondi che gli europei hanno racimolato per Kiev e reperire nuovi finanziamenti diventa sempre più difficile, mentre i problemi interni ai paesi UE si aggravano. Ancora: l'isolamento dell'Ucraina dal mar Nero ha ridotto le sue esportazioni al 10% rispetto all'anno scorso, mentre il flusso via mare di armi e rifornimenti dai “volenterosi” si è quasi azzerato. Le ultime riserve in relativa efficienza bellica, costituite dai nazisti di Azov, così amorevolmente santificati dai malvagi pannellian-torquemadisti de Linkiesta nelle loro uscite verso Slavjansk e Kramatorsk e tenute in serbo per i momenti difficili, ora arrivati, sono state inviate verso quei centri. Quindi, di fronte alle terribili perdite al fronte, racconta Strel'nikov, l'ex ministro della guerra ucraino Reznikov e l'ex rappresentante speciale di Donald Trump, Kellogg, hanno chiesto un'urgente riduzione dell'età di mobilitazione e l'arruolamento delle donne. Del resto, osserva Bloomberg, Moskva si è convinta dell'inutilità dei negoziati e ora intende dimostrare chi ha davvero il sopravvento, intensificando drasticamente i suoi già potenti attacchi «contro i settori più sensibili dell'economia e delle infrastrutture urbane ucraine».
Allo stesso tempo, scrive RIA, gli analisti occidentali notano la lentezza dell'avanzata sul campo. Come scrive il Centro per l'analisi delle politiche europee (CEPA), «la logica è che in una guerra di logoramento, si accumulano conquiste territoriali graduali e danni ripetuti... Moskva non ha bisogno che ogni offensiva porti a una svolta immediata: può mantenere la pressione finché per l'Ucraina non diventi impossibile mantenere singole posizioni, vie di rifornimento e città».
Che allora l'ex ministro Fëdorov, con le sue ammissioni, sia un “agente del Cremlino”? Certamente no, conclude Strel'nikov: è semplicemente impossibile chiamare nero il bianco, quando il terreno ti cede sotto i piedi. Molto prima del fallimento del brillante piano di 40 giorni di Zelenskij per "ribaltare le sorti" della guerra contro la Russia con una "guerra aerea totale", la rivista americana Foreign Affairs era stata tra le prime ad ammettere che «la determinazione dell'Ucraina non può nascondere il fatto che stia perdendo la guerra... Moskva potrebbe combattere per anni... Gli obiettivi della Russia sembrano essere perfettamente compatibili con le sue capacità e tendenze sul campo di battaglia. Gli obiettivi dell'Ucraina, al contrario, sembrano irraggiungibili».
Un vero peccato, vero, signora Quartapelle? Ah, se invece «i cittadini sapessero che cosa mandiamo e a che cosa serve, credo che il sostegno agli aiuti militari tornerebbe a crescere». Eh beh...


