"Smentite gli avvertimenti su Hamas": la missione segreta di Netanyahu dagli Emirati
Secondo indiscrezioni di stampa, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sarebbe recato segretamente negli Emirati Arabi Uniti per chiedere al presidente Mohamed bin Zayed di smentire le voci secondo cui Abu Dhabi avrebbe avvertito Israele dell'imminente minaccia di Hamas prima del sanguinoso attacco del 7 ottobre.
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Netanyahu è da tempo al centro di dure polemiche per le notizie secondo cui avrebbe ignorato molteplici segnalazioni giunte da diversi Paesi della regione prima dell'incursione guidata da Hamas — attacco che ha provocato circa 1.200 vittime, 251 ostaggi e lo scoppio del conflitto a Gaza.
Secondo quanto riferito dall'Associated Press, che cita due fonti informate sul viaggio, Netanyahu avrebbe incontrato bin Zayed ad Abu Dhabi per circa un'ora con l'obiettivo di ottenere una smentita ufficiale sul presunto allarme.
La ricostruzione era stata anticipata dal quotidiano Haaretz, secondo cui l'intelligence emiratina aveva allertato lo Shin Bet (il servizio di sicurezza interna israeliano) su una possibile operazione di Hamas su vasta scala. In seguito a tale segnalazione, lo stesso bin Zayed avrebbe telefonato a Netanyahu circa dieci giorni prima dell'attacco, avvertendolo che il piano avrebbe potuto scatenare un bagno di sangue e destabilizzare l'intera regione.
Netanyahu avrebbe tuttavia minimizzato il pericolo, dichiarandosi convinto che Hamas avrebbe agito piuttosto nella Cisgiordania occupata e assicurando che Israele era pronto a ogni evenienza. Il suo ufficio ha respinto con forza l'inchiesta di Haaretz, definendola una "totale falsità" e negando che tale conversazione sia mai avvenuta.
Oltre agli Emirati, anche l'Egitto avrebbe lanciato l'allarme in anticipo. Secondo The Atlantic, l'allora capo dei servizi segreti egiziani, Abbas Kamel, si sarebbe recato in Israele meno di due settimane prima dell'attacco per avvisare le autorità dei preparativi di Hamas. Il Wall Street Journal ha inoltre rivelato che Il Cairo ha inviato almeno tre avvertimenti — tra cui uno indirizzato direttamente all'ufficio del premier pochi giorni prima dell'incursione — continuando a contattare Israele fino a 48 ore prima dell'assalto. Netanyahu ha smentito di aver ricevuto qualsiasi preavviso dall'Egitto.
A ciò si aggiunge che l'intelligence israeliana era già venuta in possesso di un piano d'attacco dettagliato di Hamas, noto come "Muro di Gerico", che descriveva un'assalto transfrontaliero, l'occupazione di postazioni militari e la presa di ostaggi. Come rivelato dal New York Times, il documento coincideva quasi perfettamente con le modalità dell'attacco del 7 ottobre, sebbene i vertici israeliani abbiano poi ridimensionato la portata del dossier, sostenendo che non fosse stato considerato un pericolo imminente.
Le accuse nei confronti del premier si registrano anche sul fronte interno: l'ex capo di stato maggiore delle IDF, Dan Halutz, ha accusato Netanyahu di aver nascosto gli avvertimenti ricevuti, parlando di un fallimento "totale e sistemico" la cui responsabilità politica ricade interamente sul primo ministro. Inoltre, i familiari delle vittime e degli ostaggi hanno reso pubblico un dossier di 12 pagine sostentendo che la tragedia non sia stata solo un errore d'intelligence, ma il risultato di una precisa linea politica portata avanti negli anni dai governi Netanyahu.
La controversia infiamma il dibattito politico in vista delle elezioni parlamentari del 27 ottobre. Netanyahu, impegnato a fronteggiare la candidatura dell'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, ha rispedito le accuse al mittente, definendo l'inchiesta di Haaretz una "speculazione politicamente motivata" orchestrata dalla sinistra.



