Partecipazioni statali e la sudditanza italiana alle follie del neoliberismo

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di Alessandro Volpi*


Abbiamo bisogno di politiche industriali per contrastare l'impoverimento della stragrande maggioranza della popolazione del nostro paese. Per realizzarle servirebbe una visione complessiva che sappia mettere a frutto le condizioni che, in parte, già esistono e sono totalmente snaturate. Il Ministero dell'Economia ha partecipazioni in 13 società quotate alla Borsa di Milano che hanno un valore di 263,5 miliardi, di cui poco meno di 90 sono di proprietà pubblica.

Si tratta di società fondamentali per la vita economica italiana, tra cui spiccano Enel, di cui lo Stato possiede il 23,6%, Eni il 28, Leonardo il 30, Poste il 66, Fincantieri il 72, Terna il 30, Saipem il 32, Italgas il 30. In pratica stiamo parlando di un pezzo fondamentale dell'energia e dell'industria che è stato oggetto nel corso del tempo di privatizzazioni, ma soprattutto che è stato affidato a gestioni finalizzate al rendimento finanziario in maniera del tutto autoreferente.

Per essere più chiari queste società hanno operato singolarmente preoccupandosi di remunerare gli azionisti, in larga parte grandi fondi privati, senza alcuna visione d'insieme. Lo Stato, in tale ottica, ha mirato solo a fare cassa, senza alcuna idea generale del futuro del paese. Così gli utili, sempre consistenti anche per la condizione di monopolio di cui alcune di tali realtà godono, sono stati tradotti in dividendi e gli azionisti sono stati remunerati anche con ricchi buy back. Solo per dare le dimensioni del fenomeno è possibile citare alcuni dati: nel 2024, Eni ha realizzato utili per 6,4 miliardi di euro, Enel 5,8, Poste 3, Italgas 500 milioni, Terna 1 miliardo, Snam 691 milioni.

La domanda allora è spontanea. Ma perché lo Stato non ha provato e non prova a riacquistare la proprietà e il controllo di queste società creando poi un organismo in grado di definire le politiche economiche italiane, a partire da settori così strategici? Piuttosto che cedere altre quote, bisognerebbe ricomprarle e concepire un coordinamento vero che non ripeta gli errori del Ministero delle partecipazioni statali ma che non ceda, costantemente, alla litania del mercato. Se alle 13 società quotate, si aggiungono le società non quotate in cui lo Stato ha una partecipazione rilevante, come nel caso di Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie dello Stato, Sace, Sogin, Ita, Sogei, Sogin e Tse, il valore della quota pubblica arriva a superare ampiamente i 100 miliardi di euro.

E' possibile che non esistano una strategia che presieda alle scelte di questa vasta realtà e, al contempo, un progetto per riportare in mani pubbliche, per intero, strumenti indispensabili per un'economia di interesse pubblico? Avere partecipazioni per oltre 100 miliardi di euro e limitarsi a gestirle, caso per caso, in termini finanziari a chiaro vantaggio di grandi azionisti privati, in larga parte americani è l'ennesima dimostrazione della follia del neoliberalismo e di quanto tale impostazione sia funzionale alla sudditanza verso i monopoli finanziari d'Oltreoceano.

*Post Facebook del 4 agosto 2025

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