Lavorare a 92 anni per l'affitto: il "sogno americano"

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Lavorare a 92 anni per l'affitto: il "sogno americano"

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La storia di Mary è diventata virale per caso. Una ragazza di ventun’anni, Brooklyn Green, l’ha notata mentre entrava in un cinema del Tennessee, l’ha vista stanca, gobba, provata. Non è andata via. Invece di pensare “poverina” e andare oltre, ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe. Voleva solo darle una chance, la possibilità di poter riposarsi alla sua veneranda età. In ventiquattr’ore sono arrivati centomila dollari. Poi centoquarantamila. Una cifra che per Mary rappresenta il prezzo della libertà che gli USA (autodichiarata patria delle libertà) non le hanno mai garantito.

Brooklyn ci ha provato a raccontarla bene, la storia. Ha spiegato che Mary lavora perché “ama farlo”. Il manager del cinema ha detto che tenersi occupata le fa bene. E chissà, magari è anche vero. Magari Mary ama davvero quel lavoro. Ma a novantadue anni, con la schiena piegata dal peso di decenni di fatica, l’amore per il lavoro non dovrebbe essere un obbligo. Dovrebbe essere un lusso, qualcosa che scegli quando hai già tutto il resto. Ma Mary aveva bisogno di lavorare. Perché se non lavorava, non mangiava. O meglio, non pagava le bollette, l’affitto, l’assicurazione. E nno è un caso isolato negli Stati Uniti.

Muriel Connick è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche lei novantadue anni, anche lei in Florida, anche lei in un negozio. April Steele, una cliente, l’ha incrociata un giorno. Ha visto una vecchia signora che piegava vestiti e ha capito che non lo faceva per hobby. Ha chiesto, ha ascoltato, ha scoperto che la pensione di Muriel non bastava per arrivare a fine mese. Non bastava per l’affitto, la macchina, la luce. Così ha aperto un’altra raccolta, ha scritto un post su Facebook, e la gente ha donato cinquantacinquemila dollari. Muriel piangeva quando glieli hanno consegnati. Pensava fosse una cartolina.

Queste due storie sono commoventi, certo. Ma sono anche un’accusa. Perché una società che costringe una donna di novantadue anni a lavorare per sopravvivere non è una società che merita di chiamarsi civile. È il capitalismo selvaggio che si mangia i suoi anziani, che li spreme fino all’ultimo respiro, che trasforma la vecchiaia in un lusso che pochi possono permettersi. E poi arriva qualcuno – una ragazza di ventun’anni, una cliente qualsiasi – a fare quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da tempo: garantire una pensione dignitosa, un tetto, la possibilità di invecchiare senza avere il badge da timbrare.

Quello che fa più rabbia è che Mary e Muriel sono solo le storie che abbiamo visto. Quelle diventate virali, quelle che hanno fatto commuovere tante persone e le hanno spinte a fare donazioni. Ma quante altre Mary ci sono? Quante altre donne e uomini curvi sui banchi di un negozio, dietro una scrivania, su una sedia a rotelle davanti a un computer, che non hanno avuto la fortuna di incontrare un’anima gentile con un account GoFundMe? Loro continueranno a lavorare. Fino a quando il corpo dice basta. Fino alla morte, praticamente. Questo è il capitalismo neoliberista.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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