Gli Stati Uniti stanno perdendo “la Guerra Mondiale a pezzi”?
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Molti osservatori e analisti leggendo il Memorandum Of Understanding tra gli USA e l'Iran sono arrivati alla conclusione che gli statunitensi abbiano perso la guerra contro l'Iran. Certamente l'opinione è suffragata dai fatti scolpiti nel Memorandum: gli USA e i suoi alleati si impegnano a riversare fondi per la ricostruzione dell'Iran per cifre ragguardevoli (si parla di oltre 300 miliardi di euro), inoltre gli USA si impegnano - sempre sul piano finanziario - a sbloccare i fondi congelati a causa delle sanzioni. Non solo, l'Iran di fatto si vede riconosciuta la propria sovranità (in coabitazione con l'Oman) sullo stretto di Hormuz e inoltre sul piano militare Teheran non si impegna in alcun modo a ridimensionare il proprio programma missilistico. A fronte di tutto questo, l'unica concessione fatta dagli ayatollah agli USA è quella di impegnarsi a non costruire mai una bomba nucleare; una concessione peraltro che ribadisce quanto l'Iran sostiene da sempre in materia di armi nucleari.
Vedremo come andrà a finire, considerato che le trattative tra Iran e USA in svolgimento a Ginevra per trasformare il Memorandum of Understanding in un vero e proprio trattato di pace tra i due paesi è ancora in svolgimento; ma una cosa si può dire, non è sbagliato sostenere la tesi che Washington è uscita perdente dal confronto militare.
Guardando però la situazione nell'ottica più generale degli equilibri geopolitici e geoeconomici mondiali, ovvero nell'ottica de “La Guerra Mondiale a pezzi” segnalata da Papa Francesco, le cose vanno viste diversamente. Se da un lato la guerra contro l'Iran non è stata vinta dagli Stati Uniti, il caos che ne è conseguito in tutto il Medio Oriente ha – a mio avviso – favorito gli interessi americani. Detto brutalmente, la guerra contro l'Iran ha enormemente danneggiato gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Baharain, il Kuwait e l'Arabia Saudita perché ora tutti sanno che il loro export di greggio è sostanzialmente legato al controllo dello Stretto di Hormuz e dunque dell'Iran; in altri termini Teheran ha dimostrato di avere la forza di bloccare il flusso di greggio in uscita delle petromonarchie e conseguentemente anche il flusso di risorse finanziarie in entrata che ne conseguiva. Tutto questo nell'ottica della Guerra Mondiale a Pezzi (GMP) non è un sottoprodotto tossico ma un vero e proprio obbiettivo primario per Washington: gli americani hanno dimostrato alle petromonarchie che possono infliggere danni indiretti enormi, magari con il supporto del “cane da guerra” israeliano.
Conseguentemente gli americani hanno mandato un messaggio strategico: le petromonarchie devono abbandonare i sogni di trovare un alternativa al petrodollaro magari nel nascente petroyuan e, soprattutto, devono abbandonare le velleità di uno sviluppo economico autonomo e diversificato rispetto ai proventi del petrolio.
La guerra contro l'Iran ha dimostrato che lo sviluppo immobiliare di città come Doha e come Dubai ha fondamenta fragilissime: qualunque investimento può essere mandato in fumo da un missile o da un drone iraniano.
Se si guarda bene la strategia americana di far scoppiare una guerra (anche) con il fine recondito di rimettere in riga gli alleati insubordinati è stata applicata non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa con la guerra fatta esplodere tra la Russia e l'Ucraina. I furbi europei che compravano l'energia e le materie prime a prezzi stracciati dalla Russia e rivendevano in USA i loro prodotti facendo un dumping asfissiante ai prodotti Made in USA sono stati messi in riga obbligandoli a mettere sanzioni alla Russia rovinose per gli stessi paesi europei. Ora, dopo lo scoppio del conflitto – fortemente voluto dagli USA (ricordate il “Fuck EU!” della Nuland?) - gli stessi europei si ritrovano con la competitività distrutta e costretti ad acquistare gas di scisto americano a prezzi esorbitanti visto che i rubinetti di gas di Mosca sono sostanzialmente chiusi.
Ma questa incredibile strategia americana che vede l'intero globo come una enorme scacchiera su cui muovere le pedine che portano a guerre e rivoluzioni sta dando qualche frutto concreto alla boccheggiante economia statunitense?
Proprio ieri la Federal Reserve di Saint Louis ha rilasciato i dati della Posizione Finanziaria Netta Statunitense relativa al primo quadrimestre del 2026 e notiamo un miglioramento importante sul piano congiunturale, ovvero della misura della variazione sul periodo immediatamente precedente e quindi in questo caso rispetto al quarto trimestre del 2025:
Quarto Quadrimestre 2025: - 21.873.581 milioni di dollari;
Primo Quadrimestre 2026: - 21,270,237 milioni di dollari;
Variazione Congiunturale: 603.344 milioni di dollari
Dunque si può notare che in un solo trimestre vi è stato un enorme miglioramento della posizione finanziaria netta di oltre 600 miliardi di dollari, il che significa una diminuzione della dipendenza dai capitali esteri del sistema finanziario americano per una cifra equivalente.
Sul piano tendenziale, ovvero della misura della variazione rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, possiamo notare un peggioramento di questo dato fondamentale per comprendere la stabilità finanziaria e monetaria di un paese:
Primo Quadrimestre 2025: - 20.951.384 milioni di dollari;
Primo Quadrimestre 2026: - 21,270,237 milioni di dollari;
Variazione Tendenziale: - 318.853 milioni di dollari
Certamente su base annua vediamo un peggioramento ma in un quadro di più generale stabilizzazione del dato (basta vedere la rappresentazione grafica fornitaci dalla FED di Saint Louis); il che è chiaramente da vedere come un elemento positivo che sembra attestare, allo stato, la fine dell'emorragia finanziaria verificatasi negli anni precedenti.
Dunque possiamo dire che gli USA hanno risolto il proprio problema di dipendenza dai capitali esteri, di crisi della bilancia commerciale e della bilancia dei pagamenti che espone il sistema finanziario (e lo stesso dollaro) ad un grave rischio di implosione?
Credo si possa dire senza tema di essere smentiti che la strada del risanamento finanziario per gli USA è ancora lunghissima visto che permane l'astronomica cifra di oltre 21 trilioni di dollari di passivo. Una vera enormità che lascia presagire che la Guerra Mondiale a pezzi (GMP) ideata dagli strateghi di Washington continuerà ancora, spostando – a mio parere – sempre di più il proprio baricentro verso l'estremo oriente, ovvero verso quella Cina Popolare vista da Washington come l'avversario strategico da soggiogare a qualsiasi costo.
Una simile previsione si può fare anche sulla base della capacità degli statunitensi di riuscire a catturare sempre nuovi proxy pronti a sacrificarsi per la propria strategia. Dopo l'Ucraina e il comunque super privilegiato Israele vediamo sempre più gravitare verso gli interessi di Washington paesi come la Moldavia, l'Armenia e la Malaysia. Nel caso della Moldavia si segnala, oltre che la costruzione di una base secondo standard Nato anche il voto della camera bassa rumena per l'annessione del paese ex sovietico. Per quanto riguarda l'Armenia ormai il distacco dalla Russia e l'avvicinamento sempre più forte alla Nato e alla UE è sempre più consolidato. Anche la Malaysia è sempre più nell'orbita statunitense soprattutto sul piano militare e ciò dimostra come la volontà/necessità di spostare l'asse del confronto direttamente con la Cina sia sempre più forte.
Tutto insomma lascia presagire che si siano altre crisi in arrivo. Per paradosso proprio grazie al miglioramento sul piano dei conti nazionali statunitensi che hanno procurato le crisi ancora in corso.


