Oltre la frase isolata: cosa dice davvero Daniel Ortega (e cosa nasconde il mainstream)

"Pueblo Presidente" contro la Dottrina Monroe 2.0: la battaglia per una democrazia reale

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Oltre la frase isolata: cosa dice davvero Daniel Ortega (e cosa nasconde il mainstream)

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di Fabrizio Verde

Il 19 luglio scorso, davanti a una piazza gremita per il quarantasettesimo anniversario della rivoluzione sandinista, il comandante Daniel Ortega ha pronunciato un lungo e articolato discorso sul Nicaragua e, lo stato della democrazia e le conquiste della Rivoluzione Sandinista. Ma il circuito informativo mainstream, citiamo come esempio l’agenzia ANSA in Italia, ha deciso di evidenziare una sola piccola frase estrapolata dal discorso generale, che vale la pena leggere per intero prima di commentarla: qui non ci saranno più elezioni che permettano a "loro", i vassalli eterodiretti dagli Stati Uniti. di riprendersi il governo e il potere.

Ma quella frase non arriva isolata, e proprio per questo il modo in cui viene ritagliata dai titoli internazionali lascia fuori il resto del ragionamento. Nello stesso intervento Ortega ha detto, quasi con tono di sfida, che "qui è finita la storia dei partiti messi dagli yankee, messi dai somozisti" e che quei partiti "non torneranno mai, mai, mai" al governo. Ha aggiunto che chi crede che l'assenza di guerra aperta significhi pace si sbaglia, perché secondo lui c'è chi "vive nel cospirare, a organizzare partiti" in vista di elezioni pensate a tavolino altrove. È un linguaggio da comizio, carico di enfasi retorica, ma proprio per questo va riportato nella sua interezza: è una dichiarazione di legittima difesa pronunciata con la stessa chiarezza con cui vengono annunciati dagli USA i piani per una Dottrina Monroe 2.0.

Il punto, però, è cosa viene prima e cosa viene dopo quella frase, perché è lì che la copertura internazionale tende a fermarsi, volutamente, troppo presto. Ortega racconta una storia precisa, quella del 2018, quando un accordo di pace con il settore imprenditoriale nicaraguense saltò in pochi giorni: "Venne la pugnalata, organizzarono il golpe", ha denunciato, sostenendo che vennero usati fondi statunitensi "per preparare, addestrare, armare" giovani e adulti allo scopo di rovesciare "il governo legittimo del Fronte Sandinista". Ha parlato di sangue versato, "sangue di giovani, di adulti, di donne, di bambini", e ha rivendicato l'intervento della polizia contro i blocchi stradali, i tranques (tattica terroristica come le guarimbas in Venezuela), come l'unica via rimasta per liberare il paese. Da lì nasce l'annuncio delle riforme legislative: leggi che dovrebbero impedire a chi riceve fondi esteri per azioni contro lo Stato di candidarsi: un "muro” contro "golpisti" e "vendepatria", perché per quanti soldi diano gli "yankee", ha ripetuto tre volte, "non riusciranno". È un impianto che i soliti noti in servizio permanente contro i governi socialisti e antimperilisti in America Latina si affrettano a giudicare sporzionato o dittatoriale. Anche se la democrazia che immaginano loro è tutt’altro che democratica nel senso reale del termine.

Qui arriva il nodo più scomodo, quello che il dibattito pubblico occidentale evita quasi sempre: la sovranità popolare secondo Ortega non passa più dall'alternanza elettorale multipartitica, ma da un principio che lui stesso ha proposto di inserire in Costituzione, quello del "Pueblo Presidente". A sostegno di questa visione ha usato un'immagine quasi teologica, avvertendo che "le fiere diaboliche cercano sempre il modo di dominare i popoli per impadronirsi delle loro ricchezze", e presentando la propria azione di governo - scuola gratuita a ogni livello, case per i poveri, terra per i contadini, ospedali - come la posta in gioco reale che la "pace", intesa come assenza di competizione politica interna, dovrebbe proteggere. È un impianto ideologico diverso da quello liberale, e va discusso come tale, non liquidato in maniera superficiale. Chi in questi giorni prova a leggerlo solo come una deriva autoritaria sta semplificando una realtà molto più sfaccettata e complessa.

Ed è qui che il politologo britannico Colin Crouch, in ‘Postdemocrazia’, offre uno strumento utile anche se scomodo per chi guarda tutto questo dall'Europa. Crouch descrive un Occidente in cui le elezioni si tengono regolarmente, i governi cambiano, ma il dibattito elettorale è, nelle sue parole, uno spettacolo condotto da gruppi di professionisti della persuasione, mentre la massa dei cittadini resta passiva e la politica reale si decide altrove, nell'integrazione tra governi eletti ed élite economiche. “Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato – scrive il politologo in «Postdemocrazia» – condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici”. È una critica calzante per le democrazie liberali occidentali che vengono rpesentate come un modello di democrazia tout-court. Un avvertimento serio contro l'idea che il voto periodico basti da solo a garantire che il potere risponda davvero ai cittadini.

Sulla stessa linea, il giurista brasiliano Roberto Mangabeira Unger ha proposto da tempo l'idea di una "democrazia radicale", in cui la partecipazione non si esaurisce nell'urna ma si allarga alla gestione diretta delle risorse locali, sul modello dei consigli comunali sperimentati in Venezuela.

Il terreno su cui la critica di Ortega colpisce nel segno è quello dell'ingerenza statunitense nella regione, ed è lì che la stampa occidentale mostra davvero un doppio standard difficile da negare. In Honduras, tre giorni prima delle elezioni di fine novembre, Trump ha appoggiato pubblicamente il candidato della destra Nasry Asfura e il giorno dopo il voto ha graziato l'ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti a quarantacinque anni per narcotraffico. Organizzazioni sociali e osservatori elettorali indipendenti hanno definito il risultato, arrivato con un margine minimo e prima della verifica completa dei conteggi, un'imposizione esterna che apre la strada al ritorno delle reti di potere legate al narcotraffico. Anche in Colombia il presidente Gustavo Petro ha annunciato ricorso per contestare l'esito elettorale, e in Perù le accuse di manipolazione del processo a favore di Keiko Fujimori non sono mancate. Sono casi diversi tra loro, con dinamiche interne specifiche che meritano ciascuna un'analisi a parte, ma il filo comune di un'influenza statunitense pesante nei processi elettorali latinoamericani è documentato, non un'invenzione della propaganda sandinista o bolivariana.

La questione di fondo, in ultima analisi, non è se il Nicaragua di Ortega rappresenti una democrazia immacolata. La verità è che la "democrazia" che il mainstream pretende di difendere e esportare ha un perimetro ben preciso: è quella europea o statunitense. Un modello in cui i governi si alternano, le maggioranze si ribaltano, ma le politiche di fondo restano rigorosamente immutabili. Perché i pilastri di quel sistema non sono la sovranità popolare o il benessere collettivo, ma l'ortodossia neoliberista e il bellicismo NATO. Un perimetro d'acciaio in cui l'unica libertà concessa all'elettore è scegliere quale fazione dell'establishment dovrà gestire il proprio declino economico e firmare le proprie guerre. Contro questa finta alternanza, che garantisce solo la continuità del dominio, il Nicaragua ha scelto di alzare un muro. E il mainstream, naturalmente, non riesce a perdonarglielo.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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