"Ruderi" della costa a Bari diventano alloggi per turisti
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di Antonio Di Siena
Bari. C’è stato un tempo in cui il destino del rudere di Mitiladriatica non era soltanto un problema urbanistico da risolvere ma un tema sentito, oggetto di dibattito quotidiano tra i cittadini del quartiere. Ricordo bene di aver partecipato attivamente a quel dibattito e - da consigliere municipale - di aver proposto pubblicamente di trasformarlo in qualcosa di coerente con la sua storia e la sua ubicazione a pochi passi dal porto di S. Spirito: un piccolo polo per gli sport nautici (vela, canoa, canottaggio, windsurf ecc), una casa accogliente per singoli e associazioni sportive e non che a fatica conservano e tramandano vocazione e tradizione marinara del quartiere. Un luogo pensato per i residenti, in primis giovani e bambini.
E invece no.
Negli ultimi anni la fantasia urbanistica barese sembra essersi ridotta a un’unica domanda: “come possiamo trasformarlo in un alloggio turistico?”. E poco importa che si tratti di ruderi, pub sociali, spiagge, appartamenti, palazzine oppure interi isolati. Cambia il contenitore ma la risposta è sempre la stessa, e ogni problema trova sempre la stessa identica soluzione.

Un po’ come accaduto sempre a S. Spirito con la ex sciala San Michele: sepolto sotto tonnellate di burocrazia e mancanza di fondi il progetto (allora circoscrizionale) di una spiaggia libera attrezzata per bagnanti con disabilità, è diventata l’ennesimo lido con gli ombrelloni di paglia. Una roba assolutamente inutile, ma pienamente coerente con il nuovo corso dello sviluppo territoriale che sta trasformando l’intero litorale nord nell’ennesima mangiatoia a cielo aperto dove il massimo azzardo dell’imprenditorialità è proporre la pita gyros con la papaya dentro.
Come se la città - insieme a parti consistenti del suo governo e del suo tessuto sociale e imprenditoriale - fosse divenuta di colpo incapace di immaginare e pianificare il proprio futuro senza guardarlo attraverso la lente della ricettività. E c’è pure qualcuno che ha il coraggio di chiamare tutto questo “rigenerazione urbana”.
Al contrario, ciò a cui stiamo assistendo - in centro come in periferia - è la specializzazione economica di una intera città verso un unico settore: il servizio al turista. E poi ci si stupisce se i residenti non trovano casa, se i quartieri perdono presidi territoriali, se il lavoro è sempre più precario e se pezzi più o meno consistenti dell’economia reale finiscono nelle mani della malavita organizzata.
Niente di tutto questo è un effetto collaterale. Ma solo il prodotto finito e coerente col modello di sviluppo implementato e sostenuto da una politica ridotta a gestire la città come fosse un tour operator.




