Ecco perché la Russia non sta avanzando “lentamente” in Ucraina
di Alessandro Bortoloni
Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, una domanda continua a dominare il dibattito pubblico e le analisi militari sul conflitto in Ucraina: perché l'esercito russo avanza così lentamente?
Per molti osservatori occidentali, la lentezza dell'offensiva rappresenterebbe la dimostrazione dell'inefficacia strategica di Mosca. Prima della caduta di Pokrovsk e Kostjantynivka, il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington stimava che le forze russe avanzassero rispettivamente di circa settanta e cinquanta metri al giorno. Se confrontati con i grandi sfondamenti della Seconda guerra mondiale, questi numeri appaiono inevitabilmente modesti e alimentano la narrazione secondo cui la Russia sarebbe incapace di ottenere risultati decisivi sul campo di battaglia.
Questa lettura, tuttavia, poggia su un presupposto che raramente viene messo in discussione: che la velocità dell'avanzata territoriale sia il principale indicatore del successo militare.
Naturalmente nessuno, al di fuori della leadership militare di Mosca, conosce i piani operativi classificati del Cremlino. Tuttavia, nel corso dell'ultimo secolo, il pensiero strategico russo ha sviluppato una tradizione teorica sorprendentemente coerente, attraverso le opere di alcuni dei suoi più importanti studiosi militari: Aleksandr Svechin, Boris Shaposhnikov, Michail Tucha?evskij, Vladimir Triandafillov, Georgij Isserson, Nikolaj Ogarkov e, più recentemente, il generale Valerij Gerasimov.
Pur appartenendo a epoche profondamente diverse, questi autori condividono alcuni principi fondamentali. Tutti pongono al centro l'analisi della natura della guerra, il rapporto tra strategia e organizzazione dello Stato, la distruzione del sistema operativo del nemico piuttosto che delle singole unità, la capacità di mantenere lo slancio offensivo e l'adattamento continuo alle innovazioni tecnologiche.
Se si osserva il conflitto ucraino attraverso questa tradizione teorica, la rapidità dell'avanzata territoriale rappresenta soltanto una delle molte variabili prese in considerazione. Esistono infatti numerose ragioni per cui un comandante potrebbe deliberatamente rinunciare ad accelerare le operazioni: limitare le perdite, evitare di esporre grandi concentrazioni di truppe alla crescente vulnerabilità dei moderni sistemi di sorveglianza e preservare il proprio potenziale militare fino al raggiungimento degli obiettivi politici della guerra.
Svechin: è la strategia, non la velocità, a determinare il ritmo della guerra
Il primo grande teorico da cui partire è Aleksandr Svechin, spesso definito il "Clausewitz sovietico" e considerato uno dei padri dell'arte operativa.
Nel suo celebre volume Strategija, pubblicato nel 1926, Svechin sostiene che tra la tattica e la strategia esista un livello intermedio: quello delle operazioni. Le singole battaglie, per quanto importanti, non garantiscono di per sé la vittoria. Acquistano significato soltanto se inserite all'interno di una sequenza di operazioni coordinate che conducono al raggiungimento di un preciso obiettivo politico.
Da questa impostazione deriva una conseguenza fondamentale. Località come Bakhmut o Avdiivka non vengono conquistate per il loro valore simbolico o geografico in sé, ma per la funzione che svolgono all'interno di un disegno operativo più ampio.
Shaposhnikov: anche la mobilitazione segue la natura della guerra
Il secondo grande autore è Boris Shaposhnikov, maresciallo dell'Unione Sovietica e autore dell'opera monumentale Il cervello dell'esercito.
Se Svechin poneva al centro il rapporto tra strategia e politica, Shaposhnikov concentrava la propria attenzione sul ruolo dello Stato Maggiore e sulla mobilitazione dell'intero apparato nazionale. Industria, trasporti, logistica e produzione militare dovevano essere organizzati in funzione della guerra che realmente si stava combattendo, non di quella immaginata in tempo di pace.
La sua idea fondamentale è riassunta in una formula tanto semplice quanto decisiva: è la natura della guerra a determinare il carattere della mobilitazione.
Questa prospettiva offre un'interessante chiave interpretativa dell'evoluzione del conflitto dopo il febbraio 2022.
Quella che inizialmente sembrava concepita come un'operazione militare limitata, finalizzata a costringere Kiev al negoziato, si è progressivamente trasformata in una lunga guerra industriale contro uno Stato completamente mobilitato e sostenuto dalla NATO.
Secondo la logica di Shaposhnikov, un simile cambiamento avrebbe inevitabilmente richiesto una trasformazione dell'intero sistema militare russo: reclutare nuove forze, ampliare la produzione industriale, sostituire gli equipaggiamenti perduti e costruire nuove unità capaci di sostenere una guerra di lunga durata.
Anche la mobilitazione parziale annunciata da Vladimir Putin nel settembre 2022 può essere letta attraverso questa lente teorica. Il richiamo di circa 300.000 riservisti non avrebbe potuto produrre effetti immediati sul campo di battaglia: uomini e mezzi dovevano prima essere addestrati, equipaggiati, organizzati e integrati nelle strutture esistenti prima di poter incidere concretamente sul piano operativo.
La profondità operativa: perché conquistare territorio non basta
Se Svechin e Shaposhnikov avevano posto al centro il rapporto tra strategia, politica e mobilitazione dello Stato, una seconda generazione di teorici sovietici cercò invece di rispondere a una domanda diversa: come si sconfigge un esercito moderno, protetto da sistemi difensivi sempre più profondi e resilienti?
Fu questa la grande questione lasciata aperta dalla Prima guerra mondiale. Il fronte statico, le trincee e la potenza di fuoco avevano dimostrato quanto fosse difficile trasformare un successo tattico in una vittoria strategica. Da questa riflessione nacque uno dei contributi più originali del pensiero militare sovietico: la teoria della profondità operativa.
Tucha?evskij: non conta quanto territorio conquisti, ma quanto riesci a disgregare il sistema nemico
Tra i protagonisti di questa elaborazione vi fu Michail Tucha?evskij, maresciallo dell'Unione Sovietica e uno dei principali artefici della dottrina della Battaglia in profondità (Glubokij Boj).
L'idea di fondo era semplice ma rivoluzionaria. Un esercito moderno non combatte come un insieme di singole unità isolate: è un sistema complesso formato da comando, logistica, artiglieria, comunicazioni, riserve, infrastrutture e capacità industriale. Colpire soltanto le truppe schierate in prima linea non basta. Occorre disarticolare l'intero organismo che permette all'esercito di continuare a combattere.
In questa prospettiva, la conquista di una città rappresenta soltanto un mezzo e non un fine.
Se il nemico mantiene intatte le proprie linee logistiche, continua a ricevere rinforzi, conserva il comando delle operazioni e riesce a ricostituire rapidamente il fronte, anche le vittorie tattiche più spettacolari rischiano di produrre effetti limitati.
L'obiettivo decisivo diventa quindi la disintegrazione operativa: distruggere progressivamente il funzionamento dell'intero sistema militare avversario.
Questa chiave di lettura permette di osservare sotto una luce diversa anche il conflitto ucraino.
Più che inseguire grandi avanzate territoriali, la Russia sembrerebbe concentrare una parte crescente dei propri sforzi sul logoramento dei centri di comando, delle reti logistiche, delle infrastrutture energetiche, dei sistemi di ricognizione e delle capacità di coordinamento dell'esercito ucraino. L'obiettivo non sarebbe semplicemente occupare nuove porzioni di territorio, ma ridurre progressivamente la capacità dell'Ucraina di sostenere uno sforzo bellico organizzato nel lungo periodo.
Allo stesso tempo, però, il conflitto mostra anche i limiti della stessa teoria della Battaglia in profondità.
La diffusione capillare di droni, campi minati, satelliti e sistemi d'arma a lungo raggio rende oggi molto più difficile trasformare una breccia tattica in un collasso operativo dell'intero fronte. La tecnologia è cambiata profondamente rispetto agli anni Trenta, ma l'obiettivo strategico rimane sostanzialmente identico: disarticolare il sistema nemico prima ancora che conquistarne il territorio.
Triandafillov: la guerra moderna si vince con offensive successive
A sviluppare ulteriormente queste intuizioni fu Vladimir Triandafillov.
Nel suo volume La natura delle operazioni degli eserciti moderni (1929), il teorico sovietico sostiene che gli eserciti industriali non possano più essere annientati attraverso un'unica battaglia decisiva.
Per ottenere risultati strategici occorre invece costruire una sequenza continua di offensive. Dopo il primo sfondamento devono seguirne immediatamente un secondo, un terzo e altri ancora, fino a impedire al nemico di ricostituire il proprio dispositivo difensivo.
Nasce così il concetto dei successivi scaglioni operativi.
Le prime forze aprono una breccia nel fronte; quelle che seguono penetrano in profondità, colpiscono depositi logistici, centri di comando e linee di comunicazione, impedendo all'avversario di riorganizzarsi.
Per Triandafillov, tuttavia, questo modello non dipende soltanto dal coraggio delle truppe o dalla qualità dei comandanti.
È soprattutto un problema di logistica.
La velocità di un'offensiva è determinata dalla disponibilità di riserve, dalla densità delle forze, dalle capacità del genio militare, dai trasporti, dalle scorte di munizioni e dalla possibilità di alimentare continuamente ogni nuova fase dell'avanzata.
Ed è proprio qui che emerge una delle caratteristiche più innovative della guerra in Ucraina.
In un campo di battaglia permanentemente osservato da satelliti, droni e sensori elettronici, qualsiasi concentrazione di uomini e mezzi diventa immediatamente individuabile e vulnerabile al fuoco di precisione.
Il problema, quindi, non consiste tanto nello sfondare una linea difensiva, quanto nel riuscire a sostenere l'avanzata successiva senza esporre grandi masse di soldati a perdite devastanti.
Anche per questa ragione, sostiene questa tradizione teorica, il ritmo delle operazioni tende inevitabilmente a rallentare.
Isserson: la guerra è una campagna continua
L'ultimo tassello di questa elaborazione teorica è rappresentato da Georgij Isserson.
Nel suo libro L'evoluzione dell'arte operativa, pubblicato nel 1937, Isserson sostiene che la guerra moderna non possa più essere interpretata come una successione di operazioni isolate.
Ogni offensiva si collega alla precedente e prepara quella successiva, formando un'unica campagna militare continua.
Da questa prospettiva cambia anche il modo di valutare l'andamento della guerra.
Non bisogna chiedersi se una determinata offensiva abbia conquistato abbastanza territorio in poche settimane, ma se l'insieme delle operazioni stia progressivamente riducendo la capacità dell'avversario di rigenerare il proprio potenziale militare.
La logica rimane quella del logoramento strategico delineata già da Svechin: una sequenza di operazioni continue che, sommate nel tempo, finiscono per consumare la capacità del nemico di continuare a combattere.
Se questa interpretazione è corretta, allora il parametro fondamentale per giudicare l'offensiva russa non sarebbe la velocità con cui avanza la linea del fronte, bensì il grado di erosione del sistema militare ucraino nel suo complesso.
È proprio questo il filo conduttore che accomuna gran parte della tradizione dell'arte operativa sovietica e russa: la convinzione che la vittoria non dipenda tanto dalla conquista immediata del territorio, quanto dalla progressiva distruzione della capacità organizzativa del nemico di sostenere la guerra.
Droni, satelliti e guerra elettronica: perché la dottrina russa continua a privilegiare il logoramento
Se i teorici sovietici degli anni Venti e Trenta avevano elaborato il concetto di "profondità operativa" pensando alle grandi guerre meccanizzate del Novecento, la rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni ha profondamente modificato il modo in cui questo principio viene applicato.
Il protagonista di questa trasformazione è Nikolaj Ogarkov, maresciallo dell'Unione Sovietica e capo di Stato Maggiore tra il 1977 e il 1984, considerato uno dei principali teorici della cosiddetta Revolution in Military Affairs.
Secondo Ogarkov, il progresso nei sistemi di ricognizione, nelle comunicazioni e nelle armi di precisione avrebbe cambiato radicalmente il volto della guerra. In futuro non sarebbe più stato necessario penetrare fisicamente nelle retrovie del nemico per colpirne il sistema operativo. Grazie alla combinazione di intelligence, sensori, guerra elettronica e missili a lungo raggio, sarebbe stato possibile attaccare contemporaneamente l'intera profondità dello schieramento avversario.
Questa intuizione costituisce il fondamento teorico delle grandi riforme che, a partire dal 2008, hanno trasformato le forze armate russe.
Le riorganizzazioni promosse prima dal ministro della Difesa Anatolij Serdjukov e successivamente da Sergej Šojgu e dal generale Valerij Gerasimov affondano infatti le proprie radici proprio nelle riflessioni di Ogarkov. L'obiettivo è costruire uno strumento militare capace di integrare intelligence, ricognizione, guerra elettronica, fuoco di precisione e comando unificato all'interno di un unico sistema operativo.
Per molti aspetti, il conflitto in Ucraina rappresenta la prima applicazione su larga scala di questa trasformazione.
Le informazioni oggi viaggiano più velocemente degli eserciti. Un obiettivo può essere individuato nel giro di pochi secondi e colpito quasi immediatamente. Droni, satelliti e sistemi di sorveglianza permanente consentono di raggiungere in profondità il dispositivo nemico senza dover necessariamente avanzare con grandi formazioni corazzate.
La profondità operativa, in altre parole, non viene più conquistata soltanto con il movimento delle truppe, ma attraverso il controllo dell'informazione e la capacità di colpire con precisione l'intero sistema avversario.
Gerasimov e il campo di battaglia trasparente
È in questo contesto che assume particolare rilievo la figura del generale Valerij Gerasimov.
Diversamente dai suoi predecessori, Gerasimov non si limita a elaborare una teoria militare, ma si trova a dirigere una guerra convenzionale combattuta nel primo vero "campo di battaglia trasparente" della storia.
Satelliti commerciali, droni, ricognizione elettronica e sistemi di sorveglianza permanente rendono infatti estremamente difficile concentrare uomini, mezzi e logistica senza essere immediatamente individuati.
Ogni accumulo di forze rischia di trasformarsi, nel giro di pochi minuti, in un bersaglio per l'artiglieria o per gli attacchi di precisione. Anche i posti di comando devono essere costantemente mobili e protetti da sofisticati sistemi di guerra elettronica per evitare di essere localizzati.
Da questa prospettiva emerge una possibile risposta alla domanda da cui siamo partiti.
La lentezza dell'offensiva russa non deve necessariamente essere interpretata come incapacità di manovra.
In un ambiente operativo dominato dalla sorveglianza continua, il ritmo delle operazioni dipende innanzitutto dalla possibilità di conservare il proprio potenziale di combattimento e sfruttare temporanee finestre di opportunità.
Ogni accelerazione eccessiva potrebbe comportare concentrazioni di forze troppo vulnerabili agli attacchi nemici e tradursi in perdite molto più elevate.
Il comandante si trova così di fronte a un dilemma permanente: avanzare più rapidamente oppure preservare la capacità di combattimento delle proprie unità.
Una possibile chiave di lettura, non una verità definitiva
Naturalmente tutto questo non significa che la condotta russa sia stata esente da errori.
Problemi logistici, difficoltà di comando, limiti industriali o vincoli politici possono aver inciso, e continuano probabilmente a incidere, sull'andamento della guerra.
L'obiettivo di questa ricostruzione non è dimostrare che la strategia russa sia perfetta o inevitabilmente vincente.
Piuttosto, offre un diverso quadro interpretativo attraverso cui leggere il conflitto.
Se questa tradizione teorica viene presa sul serio, allora la domanda fondamentale cambia radicalmente.
Non è più: "Perché la Russia avanza così lentamente?"
Ma piuttosto:
"Il ritmo delle operazioni russe è coerente con la logica strategica che da oltre un secolo caratterizza il pensiero militare dello Stato Maggiore di Mosca?"


