Perché la Russia è l’ultimo baluardo della cultura umanista europea

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Perché la Russia è l’ultimo baluardo della cultura umanista europea

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di Alessandro Bartoloni

E se nella guerra tra Occidente e Russia in ballo ci fosse molto di più che territori contesi e interessi geopolitici? E se tutte le analisi che abbiamo sentito in questi quattro anni non cogliessero la ragione fondamentale di questo scontro che va avanti da più di un secolo?

Anche perché c'è qualcosa che non torna.

Perché le élite occidentali hanno preparato una guerra con Mosca proprio mentre la Cina si stava affermando come nuova superpotenza economica e militare? In questo modo, l'impero americano ha posto le basi di quell'alleanza tra Russia e Cina e per il rafforzarsi dei BRICS, che sta oggi accelerando spaventosamente il suo declino.

Insomma, il mero calcolo strategico avrebbe portato a scelte completamente diverse, e avrebbe evitato il disastro attuale.

Anche perché un'alternativa c'era: finita la guerra fredda, i popoli europei, americani e russi erano pronti a far finalmente finire il Novecento e la guerra civile europea cominciata nel 1914. E la Russia, nella speranza di una pace duratura, era arrivata agli inizi degli anni Duemila a chiedere l'adesione alla NATO. E invece eccoci qui, di nuovo a contare più di un milione di morti e una guerra che nessuno sa come far finire.

E allora cosa è successo veramente?

È la domanda a cui ha cercato di rispondere il filosofo e analista tedesco Hauke Ritz nel suo libro «Perché l'Occidente odia la Russia», edito in Italia da Fazi Editore.

Il titolo italiano è una citazione della domanda che la youtuber polacca Ania K rivolse nella primavera del 2024 all'ex soldato e ispettore ONU Scott Ritter. E quella che sembra una domanda un po' semplicistica e infantile, scrive Ritz, è in verità un varco ai segreti più nascosti della nostra epoca.

Anche perché per il professore tedesco, la rinascita della politica e della cultura europea — oggi in rovina a causa proprio della guerra a Mosca e della sottomissione a Washington — non può che passare da un nuovo rapporto di fiducia e collaborazione con i principali attori del continente euroasiatico.



UNA NUOVA GUERRA SUL TERRITORIO EUROPEO

Partiamo da noi.

Negli ultimi trent'anni la maggior parte degli europei ha vissuto senza accorgersi che nel nostro continente era nuovamente in corso una guerra. Una guerra portata avanti in modo quasi invisibile per lunghi periodi di tempo.

La militarizzazione dello spazio, lo scudo missilistico, l'intero processo dell'allargamento a Est della NATO, i colpi di Stato in Ucraina nel 2004 e nel 2014, le sanzioni economiche, la martellante propaganda negativa sulla politica e la società russa diffusa da tutta la stampa occidentale: sono stati gli ingredienti di pressione militare, politica e culturale che le élite occidentali hanno esercitato contro la Federazione Russa dopo la fine della guerra fredda.

L'obiettivo, messo nero su bianco in documenti come Extending Russia: Competing from Advantageous Ground della RAND Corporation, pubblicato nel 2019, era quello di creare i presupposti per un cambio di classe dirigente nel paese, che portasse al potere una nuova leadership disposta a orientare la propria politica estera sulla base di quella occidentale e a condividere il controllo e i profitti delle proprie materie prime.

Una Russia privata della sua sovranità e ridotta a uno status simile a quello dell'Italia o della Germania. E la guerra su vasta scala in Ucraina, scoppiata il 24 febbraio del 2022, sarebbe dovuta essere la tappa finale di questo processo. Come si legge in diversi documenti dell'epoca, stiamo parlando di una strategia preparata già a partire dagli anni Novanta, come mostra benissimo anche Salvatore Minolfi nel suo libro «Le vere cause del conflitto russo-ucraino».

Come abbiamo capito, il piano non è riuscito. La tenuta interna della Russia e le sue vittorie sul campo di battaglia contro la guerra per procura della NATO si sono rivelate un disastro per tutto il sistema di potere occidentale, rafforzando l'alleanza anticoloniale dei BRICS+ e accelerando probabilmente di decenni il declino del vecchio ordine mondiale americanocentrico.

Insomma, le previsioni si sono rivelate sbagliate, e dal 2022 è cominciata un'altra storia. Ma la domanda che non dovremmo mai smettere di farci è: perché?



1989: QUELLO CHE SAREBBE POTUTO ESSERE

Alla fine della guerra fredda, riflette Ritz, ci sarebbero state tutte le condizioni perché le cose andassero diversamente e la richiesta di pace dei popoli venisse finalmente accontentata.

Nel 1989 l'Europa avrebbe potuto finalmente porre fine alla guerra civile europea cominciata nel 1914. Nel '91 cade l'URSS, nel '92 viene fondata l'Unione Europea. Gorbaciov, El'cin e Putin — nel suo primo mandato — esprimono non solo il desiderio di una nuova stagione di pace e collaborazione, ma addirittura di essere integrati nel sistema economico e militare occidentale. Nel 2000 Putin chiede di poter aderire a certe condizioni alla NATO.

In questo modo sarebbe nata un'alleanza tra Stati Uniti, Russia e Unione Europea, ispirata a una cultura e a una storia comune, che sarebbe rimasta intrinsecamente fedele ai principi del diritto internazionale e li avrebbe posti come fondamento di un futuro mondo multipolare.

La cooperazione con la Russia avrebbe infatti consentito all'Occidente di estendere la sua influenza all'intero emisfero settentrionale, avendo poco da temere anche dalla crescita economica della Cina e dell'India. Non solo: un mondo occidentale che avesse stretto una partnership con pari diritti con quello che un tempo era il suo avversario socialista avrebbe mandato al resto del mondo un segnale chiaro — che anche l'Occidente aveva preso le distanze dal suo passato imperialista e aperto un nuovo capitolo della storia.

Tutto molto bello.

E allora perché non è stata imboccata questa strada? Perché le élite occidentali, contro la volontà dei propri popoli, hanno rifiutato una collaborazione che non fosse sottomissione, scegliendo di mettere costantemente sotto pressione Russia, Cina e Iran, e creando così un blocco antioccidentale a cui si sta aggiungendo gran parte del mondo arabo, africano e latinoamericano?

Ritz individua tre ragioni fondamentali. Vediamo le prime due.



LE TRE RAGIONI DELL'ODIO

La prima è che gli Stati Uniti, per cultura e continuità delle forme politiche, sono i diretti eredi degli imperi coloniali europei, che guardavano al resto del mondo come a popoli inferiori da sottomettere e terre da sfruttare per trarne profitti e potere. Gli Stati Uniti abbinano la teoria ebraica di essere il popolo eletto da Dio con l'universalismo europeo: un mix che si concretizza nell'idea di dover salvare le anime del mondo imponendo i propri modelli culturali e stili di vita. Così, finita la guerra fredda, parte delle élite nordamericane non potevano vedere la pace mondiale se non come un'americanizzazione integrale del mondo — allo stesso modo in cui un Cortéz o un Pizarro pensavano a una cristianizzazione delle Americhe da imporre, se necessario, con la guerra e la cancellazione dell'altro.

La seconda ragione, meno culturale e più inerente al funzionamento delle società capitaliste, è questa: agli occhi delle oligarchie economiche statunitensi ed europee, la caduta del socialismo reale non fu vista come l'opportunità di una nuova stagione di pace e democrazia. Al contrario: come l'occasione per ristabilire i rapporti di forza — sia interni che internazionali — pre-1917.

Dopo la Rivoluzione socialista in Russia e fino alla caduta dell'URSS, i popoli occidentali erano stati in grado di imporre il welfare, lo stato sociale e una redistribuzione della ricchezza e del potere come mai era successo nella storia. E anche sul piano internazionale, la Rivoluzione bolscevica aveva innescato il moto irresistibile della decolonizzazione dagli imperi europei.

Ma dopo l'89, le oligarchie interne ai paesi occidentali hanno sfruttato i nuovi rapporti di forza mondiali per riprendersi tutto quello che erano state costrette a concedere — abolendo gradualmente gli spazi sociali e democratici nei propri paesi, e tornando a guardare liberamente al resto del mondo con gli occhi rapaci del capitale, che non accetta collaborazioni o cooperazioni da pari che ne possano limitare gli appetiti espansionistici.

Questo inquietante mix ha espresso negli anni Novanta la propria ideologia e fazione politica: i cosiddetti neocon. Che hanno plasmato le politiche della Casa Bianca negli ultimi quarant'anni.

Un chiaro esempio è il documento Defense Planning Guidance 1994-1999, redatto il 18 febbraio 1992 e consegnato poco dopo al «New York Times». Il documento fu messo a punto da Paul Wolfowitz e dal suo ex assistente Zalmay Khalilzad, solo sette settimane dopo il crollo dell'Unione Sovietica, e fu caldeggiato da Dick Cheney, allora a capo del Pentagono. Gli autori, in una pura logica di potenza, chiedevano che gli Stati Uniti orientassero la propria politica estera in modo da evitare in ogni modo l'ascesa di futuri rivali.

«Il nostro obiettivo primario è evitare la comparsa di un nuovo rivale. È questa la riflessione più importante alla base della nuova strategia regionale, che richiede i nostri sforzi per impedire a tutte le potenze nemiche di dominare su una regione le cui risorse, se fossero controllate con certezza, basterebbero a creare una potenza globale. Fanno parte di queste regioni l'Europa occidentale, l'Asia orientale, il territorio dell'ex Unione Sovietica e l'Asia sudoccidentale.»

Nel 1997 nacque un nuovo think tank a cui fu dato il nome di Project for a New American Century (Progetto per un nuovo secolo americano), un'istituzione che radunava il fior fiore dei neoconservatori: falchi della politica estera come William Kristol, Donald Rumsfeld, Dick Cheney, Paul Wolfowitz, Richard Perle e Jeb Bush, fratello del futuro presidente.

Nel 2000 questo think tank pubblicò un paper dal titolo «Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources for a New Century», nel quale ci si auspicava che, in quanto unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti avrebbero dovuto integrare il resto del mondo in un grande impero globale.

E la Russia? Attraverso una combinazione di fattori come l'allargamento a Est della NATO, la destabilizzazione interna, l'accerchiamento militare e la guerra dell'informazione, la Russia doveva essere indebolita al punto da farla rinunciare alla propria pretesa di mantenersi sovrana e indipendente dall'Occidente.

I primi programmi in questa direzione furono esposti da alcuni rappresentanti americani nel 2000 a una conferenza di alto profilo a Bratislava. Secondo il politico della CDU Willy Wimmer, che partecipò alla conferenza, si parlò già di una cortina di ferro che si sarebbe estesa da San Pietroburgo all'Anatolia passando per l'Ucraina.

A inizi anni Duemila, dopo aver sperato in un clima differente, anche la Federazione Russa prese atto della vittoria delle strategie neocon ai vertici della Casa Bianca. E nella famosa Conferenza di Monaco del 10 febbraio 2007, Vladimir Putin si espresse per la prima volta — la prima di tante — così:

«Ciò che accade attualmente nel mondo è una conseguenza dei tentativi di trasferire proprio l'idea di un mondo unipolare nelle relazioni internazionali. [...] In questo momento stiamo assistendo a un uso eccessivo e quasi illimitato della forza — la forza militare — nelle relazioni internazionali, una forza che sta gettando il mondo nel baratro di conflitti permanenti. [...] Uno Stato, e con questo chiaramente intendo innanzitutto gli Stati Uniti, ha oltrepassato i suoi confini sotto ogni punto di vista.»



LA TRASVALUTAZIONE DI TUTTI I VALORI

Tutto questo, però, non tocca quella che è la ragione più importante dell'«odio» dell'Occidente americano verso la politica e la cultura russa.

Secondo il filosofo tedesco, in Europa sarebbe in corso una vera e propria rivoluzione culturale che, a differenza di quella avvenuta in Cina dal 1966 al 1976, si starebbe svolgendo in modo più graduale ma con un obiettivo altrettanto radicale nel lungo periodo: la distruzione della cultura umanista europea sviluppatasi tra il XVI e il XIX secolo, che aveva avuto nel socialismo e nella dottrina sociale della Chiesa i suoi più importanti sviluppi istituzionali e culturali.

Queste radici culturali erano diventate un ostacolo alla piena affermazione di una nuova cultura: quella tecnocratica, liberale e oligarchica — in una parola, pienamente capitalista — propria della società e della cultura statunitense.

Per raggiungere l'obiettivo di americanizzazione del mondo che le oligarchie ed élite nordamericane credevano di poter realizzare dopo la guerra fredda, tutti gli altri popoli che nel corso della loro storia avevano sviluppato un proprio progetto di civiltà differente dovevano essere drasticamente trasformati, tanto da non poter più derivare dalla propria storia alcun modello di civiltà alternativo.

Secondo Ritz, nel mondo in cui gli Stati Uniti si sono trovati dopo il crollo dell'Unione Sovietica erano presenti due attori che avrebbero potuto dar vita a progetti universalistici diversi.

Da un lato l'Unione Europea, che se si fosse emancipata avrebbe potuto sviluppare un modello di civiltà autonomo sulla base dell'eredità dell'Illuminismo e dell'umanesimo. Dall'altro, c'era la Russia, che con il socialismo aveva dimostrato di poter rappresentare un modello di civiltà alternativo che attingeva direttamente dal meglio della tradizione politica e filosofica europea.

Sebbene le nuove élite russe degli anni Novanta fossero incuriosite dalla democrazia e dal capitalismo, argomenta Ritz, avevano pur sempre ricevuto un'educazione sovietica — ufficialmente atea e umanista — per la quale si sarebbero probabilmente opposte a una visione del mondo che avesse rotto con l'eredità umanistica dell'Europa.

Se oggi la Federazione Russa — l'ultimo grande paese europeo finora in grado di contrastare l'americanizzazione della cultura europea — fosse in grado di difendere la propria sovranità e di sviluppare autonomamente una propria cultura, differenziandola dal liberal-capitalismo americano, allora nel continente europeo esisterebbero due politiche culturali differenti, con due diverse tradizioni culturali europee. Un pericolo da scongiurare in tutti i modi.

La guerra tra Stati Uniti e Russia è quindi, in ultima analisi, conclude Ritz, anche una guerra per il futuro della cultura europea.

 

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