Il piano segreto della CIA per distruggere la sinistra europea: Operazione Packet

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Il piano segreto della CIA per distruggere la sinistra europea: Operazione Packet

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di Alessandro Bartoloni

«Dicerie», «porcate dietrologiche», «fantasie complottarde», «fantapolitica».

Queste furono le reazioni dei media quando a metà degli anni Sessanta The New York Times pubblicò le prime rivelazioni sui finanziamenti della CIA ad alcune prestigiose riviste letterarie europee.

Ebbene, oggi sappiamo che quel "complotto" aveva il nome in codice di "Packet". E quei finanziamenti erano solo la punta dell'iceberg.

Packet era il programma segreto di guerra psicologica della CIA, varato con grande dispiegamento di mezzi e forze dopo la seconda guerra mondiale per «vincere senza combattere la guerra con l'Unione Sovietica» e far sparire le idee socialiste e comuniste dal vecchio continente.

Grazie al libro La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l'immaginario europeo della giornalista pluripremiata Frances Stonor Saunders, il mondo è venuto per la prima volta a conoscenza di tutte le tecniche di propaganda e strategie di soft power messe in atto dal governo statunitense per colonizzare le menti e i cuori degli europei e instaurare una nuova egemonia culturale liberale e filo-americana.

A guardare cosa è successo negli ultimi 40 anni, possiamo dire che si è trattata di un'operazione di straordinario successo.

Il libro della Saunders, che parte dai documenti declassificati dei servizi segreti CIA, è un esempio straordinario di giornalismo investigativo. Dopo anni di sparizione dal commercio, il 26 maggio scorso la Fazi Editore lo ha finalmente ripubblicato.

Un volume fondamentale, perché sono in gioco molti dei nomi più altisonanti del Novecento: scrittori e filosofi, scienziati e storici, registi e direttori d'orchestra, attori e critici d'arte, editori e giornalisti — alcuni consapevolmente, altri a loro insaputa — al servizio della propaganda della CIA.

Spesso associamo la guerra fredda alla corsa agli armamenti o alle storie di spionaggio care al cinema. Ma il Muro di Berlino, sostiene la Saunders, non è crollato a causa della superiorità dei sistemi d'arma occidentali: il fascino psicologico e culturale dell'Occidente svolse un ruolo determinante. E questo fascino era il frutto di un'operazione psicologica e culturale voluta e pianificata.

Prima che sia troppo tardi!

Prima di addentrarci nei documenti declassificati della CIA, immaginiamoci brevemente il contesto culturale della guerra fredda.

Alla fine della seconda guerra mondiale, le élite statunitensi erano letteralmente terrorizzate al pensiero che le idee socialiste potessero prendere il sopravvento in Europa. Nella politica, nella cultura e nella società europea la loro influenza era pervasiva: se si fossero tradotte in una maggioranza politica, avrebbero cancellato l'economia capitalista e fatto perdere a Washington la presa geopolitica sul continente.

Guardando la cartina geografica, questi timori non facevano che aumentare: l'Unione Sovietica era penetrata fino a Berlino e, con la vittoria di Mao nella guerra civile cinese, anche il paese più popoloso del pianeta era diventato socialista.

Nel macro-continente più importante del mondo — quello che possedeva la maggior parte delle materie prime e di gran lunga la maggior densità di popolazione — era nata un'alleanza che andava da Shanghai all'Elba, nella quale era stato posto un freno al potere del denaro e degli oligarchi, e dove al posto della libertà di mercato si ragionava in termini di giustizia sociale e potere popolare.

E se quelle idee avessero attraversato l'Atlantico? Impossibile: bisognava passare al contrattacco. Un'impresa titanica, complicata dal fatto che il liberalismo non era mai stato così debole.

Liberal-fascisti

La maggioranza degli intellettuali europei pensava che il liberalismo fosse un'ideologia superata. Quel modo di intendere l'economia e la società aveva portato alla prima guerra mondiale, agli errori del Trattato di Versailles, alla crisi del 1929 e, infine, all'ascesa dei fascismi e alla seconda guerra mondiale.

Dato quello che era successo in Italia e in Germania, faceva ormai parte del senso comune l'idea che le classi abbienti dei paesi europei fossero guidate da interessi particolari che avevano solo l'apparenza dell'ideologia liberale — e che, non appena i loro interessi venivano messi seriamente a rischio da una crescente opposizione socialista, quella stessa ideologia si trasformasse rapidamente in politica autoritaria e fascistoide. Per dirla in soldoni: il fascismo era in gran parte ritenuto una manifestazione estrema del liberalismo.

Da Pablo Picasso ad Albert Einstein, un gran numero di intellettuali, scrittori, artisti e scienziati si dichiaravano socialisti. In Europa c'era una sostanziale egemonia culturale della sinistra. Il metodo di Hegel e di Marx, integrato dagli strumenti psicoanalitici di Freud, aveva sprigionato una grandissima creatività in tutte le discipline umanistiche.

Agli occhi degli Stati Uniti, queste erano le condizioni peggiori per affrontare una competizione ideologica con l'Unione Sovietica sul territorio europeo. Le opzioni erano due: la guerra nucleare — che oggi è tornata di gran moda — oppure avviare un'incredibile controoffensiva politico-culturale per riconquistare le menti e i cuori degli europei.

Per fortuna, fu scelta la seconda strada. Ed è qui che cominciano le storie, tutte vere, raccontate nel libro della Saunders.

Comunismo = Gulag

Packet: è questo il nome in codice del programma segreto della CIA per coordinare le diverse operazioni della guerra psicologica e culturale contro il socialismo europeo.

Lo scopo del programma Packet era quello di:

«disarticolare, a livello mondiale, gli schemi dottrinari che avevano fornito una base intellettuale al comunismo e alle altre dottrine ostili agli obiettivi americani»

L'idea era di creare confusione, dubbi e perdita di fiducia nei modelli di pensiero consolidati di comunisti convinti, attraverso:

«l'uso pianificato della propaganda e di altre attività, diverse dal combattimento, per comunicare idee e informazioni come mezzo per esercitare influenza su opinioni, atteggiamenti, emozioni e comportamenti di gruppi stranieri al fine di favorire il conseguimento di obiettivi nazionali»

Uno degli ispiratori di Packet era Frank Lindsay, veterano della CIA che tra il 1949 e il 1951 aveva organizzato in Europa la rete stay behind — la cosiddetta Gladio. Un documento CIA del 1951 stabiliva che il primo passo sarebbe stato fare ricorso agli intellettuali, studiosi e gruppi che creano opinione, al fine di creare quella che Gramsci chiamava una nuova egemonia culturale nel vecchio continente.

Fu così che nel 1950, a Berlino, nacque il Congresso per la Libertà della Cultura. All'apparenza sembrava un consorzio indipendente di intellettuali liberali riuniti in difesa della libertà d'espressione contro il totalitarismo sovietico. In realtà era — come Saunders documenta con atti e documenti — una creazione della CIA, finanziata con fondi neri sottratti al Piano Marshall.

Attivo in molti paesi almeno fino al 1967 attraverso una serie di rinomate riviste letterarie — «Encounter» in Inghilterra, «Der Monat» in Germania, «Preuves» in Francia, «Tempo Presente» in Italia — il Congresso raccoglieva uomini di cultura di estrazione liberaldemocratica o ex comunisti delusi dallo stalinismo.

Come si teneva in piedi tutto questo sistema? Con un meccanismo di finanziamento occulto di straordinaria complessità: fondi neri sottratti al Piano Marshall, fondazioni fantasma, intermediari, eventi di raccolta fondi fasulli.

Il caso più emblematico è la rivista Encounter — elegante periodico letterario pubblicato a Londra, diretto dal poeta Stephen Spender e da Irving Kristol, considerata la voce più sofisticata dell'intellettualità liberale occidentale. Era finanziata dalla CIA attraverso il Congresso per la Libertà della Cultura.

Il lettore della Saunders rimarrà impressionato dai nomi che incontrerà scorrendo queste pagine: da Bertrand Russell a John Dewey e Karl Jaspers, da Raymond Aron ad Arthur Koestler.

E, tra gli italiani: Benedetto Croce e Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte e Guido Piovene, Altiero Spinelli e Carlo Levi, Italo Calvino e Vasco Pratolini. Alcuni di loro certamente sapevano che il Congresso era una creatura della CIA. Altri venivano semplicemente usati.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, la Francia era caratterizzata dalla forte influenza di Jean-Paul Sartre. Con la sua rivista «Les Temps Modernes» egli aveva attratto gli intellettuali francesi più eminenti e faceva propaganda per una posizione neutrale nella guerra fredda. Fu identificato dalla CIA come intellettuale che doveva essere combattuto. Come conseguenza, la CIA fondò due riviste — la francese «Preuves» e l'italiana «Tempo Presente» — per contrastarne l'ascendente. La rivista italiana prese addirittura in prestito la testata dall'originale, tradotta semplicemente in italiano.

Anche Pablo Neruda finì nel 1963 nel mirino del Congresso, quando fu resa nota la sua nomina per il Premio Nobel del 1964. Il CCF avviò una propria campagna per screditarne la candidatura, diffondendo voci e dichiarazioni a suo sfavore. Dai documenti emerge come anche Ernest Hemingway fosse sottoposto a stretta sorveglianza da parte dell'FBI a causa delle sue idee di sinistra.

Ma l'ambizione più grande di Packet, più che ostacolare la carriera degli intellettuali socialisti, era quella di far diventare egemonica un nuovo tipo di sinistra post-socialista: antisovietica, capitalista e filo-statunitense.

Vi ricorda qualcosa? È proprio quella che — grazie anche a questa straordinaria psyop della CIA — diventerà dominante in Europa dagli anni Ottanta in poi.

La CIA aveva capito che per combattere la sinistra socialista europea era inutile contrapporle idee conservatrici. Bisognava farle nascere dall'interno una nuova sinistra liberale, funzionale agli obiettivi egemonici americani. A questo servivano tutti quei finanziamenti e quel controllo delle attività culturali: far nascere una nuova classe di intellettuali di sinistra liberal che prendesse il posto di quella hegelo-marxista.

Un caso clamoroso — al quale dedicheremo una puntata a parte — è quello dei filosofi post-moderni francesi. Da un documento classificato della CIA, diventato di dominio pubblico nel 2011 grazie al Freedom of Information Act, è emerso come i servizi segreti americani guardassero con grande interesse al relativismo culturale e all'anticomunismo di Foucault, Lyotard e compagnia. Le loro idee erano perfettamente funzionali agli interessi nazionali statunitensi nel nostro continente.

Jackson Pollock era un “utile idiota?”

Immaginate questo: siete un pittore. Dipingete tele enormi, schizzi di colore caotico, nessun riferimento figurativo, nessun messaggio politico esplicito. Pensate di essere liberi, radicalmente liberi. Eppure, senza saperlo, state lavorando per la CIA.

Questa non è una metafora.

È esattamente ciò che è accaduto a Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning — pittori di punta del movimento espressionista americano. Grazie alla Saunders sappiamo che la CIA finanziò, organizzò e assicurò il successo di questo movimento artistico: attraverso il MoMA di New York, mostre, tournée internazionali, critici d'arte finanziati, riviste specializzate.

La logica era questa: il realismo socialista sovietico era figurativo, narrativo, didattico, collettivista. L'espressionismo astratto era l'opposto esatto: radicalmente soggettivo, non-narrativo, incomprensibile alle masse, senza messaggi politici espliciti. Sembrava la negazione stessa della propaganda. Ed era esattamente per questo che funzionava come propaganda.

Saunders ricostruisce come venne costruita la leggenda di Jackson Pollock. Era nato in un ranch del Wyoming, aveva lavorato negli anni Trenta nello studio del muralista comunista messicano Siqueiros, aveva simpatie di sinistra. Eppure fu trasformato nell'icona dell'America libera: il cowboy che dipinge come atto di libertà pura. I critici lo descrivevano come "un vero americano — non europeo, non di Harvard, senza influssi europei".

Il paradosso — che Saunders coglie con precisione — è che molti di questi artisti erano di sinistra, alcuni erano stati comunisti. Non avevano la minima idea di essere strumenti di un'operazione di intelligence. E questa inconsapevolezza era parte del progetto.

Come disse poi il funzionario CIA Donald Jameson:

«Quello che l'Agenzia intendeva ottenere erano persone che, per proprio ragionato convincimento, fossero convinte che qualsiasi cosa facesse il governo americano era giusta.»


L'offensiva egemonica della CIA ha funzionato alla grande. La sinistra socialista è tornata ad essere la sinistra liberal-capitalista di inizio Novecento. Il comunismo è associato ai peggiori crimini dell'umanità. E gli intellettuali che scrivono sugli inserti culturali dei quotidiani sono solo quelli che fanno una conscia o inconscia apologia dei rapporti di forza esistenti.

 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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