Malvinas, la verità dietro il racconto occidentale

Dalla conquista del 1833 alle nuove strategie per il controllo dell'Atlantico del Sud: storia, diritto internazionale e interessi geopolitici dietro una disputa ancora aperta

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Malvinas, la verità dietro il racconto occidentale

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di Fabrizio Verde

 

Nei giorni che precedenti la sfida ai Mondiali tra Inghilterra e Argentina, e anche a tutt’ora, è tornata a circolare una versione della storia delle Malvinas che merita di essere smontata pezzo per pezzo. È una narrazione che si è fatta strada soprattutto sulla stampa mainstream e sui social network che, con un'abilità quasi chirurgica, riesce a rovesciare i termini della vicenda: l'occupazione britannica di un arcipelago sudamericano diventa un dettaglio quasi amministrativo, mentre la sconfitta argentina nella guerra del 1982 viene presentata come un bene collettivo, il colpo che avrebbe finalmente fatto cadere la dittatura militare. È un ragionamento che suona rassicurante per chi lo scrive, perché toglie di mezzo la domanda scomoda - e cioè con quale diritto Londra tiene ancora oggi un pezzo di Sudamerica sotto la propria bandiera - sostituendola con un racconto morale in cui il Regno Unito avrebbe involontariamente fatto un favore alla democrazia argentina. È una lettura comoda, ma è anche profondamente disonesta e ipocrita, perché confonde una conseguenza politica interna con la legittimità di un'occupazione coloniale che dura da centonovantatré anni.

Vale la pena allora ripartire dai fatti che la cronologia registra senza bisogno di aggettivi.

La storia, prima di ogni tifo

Le Malvinas non hanno mai avuto una popolazione originaria. I primi europei a vederle furono i marinai della spedizione di Magellano, e fu un cartografo di quella stessa spedizione, Andrés de San Martín, a tracciarne la prima mappa nel 1520. Da quel momento l'arcipelago finì dentro la giurisdizione spagnola, sancita dalle bolle pontificie e dal trattato di Tordesillas, e per tutto il Cinquecento furono solo le navi di Madrid a percorrere quelle rotte. Fu nel Settecento che Francia e Inghilterra iniziarono a guardare alle isole come a un avamposto strategico di fronte allo stretto di Magellano: i francesi fondarono Port Louis nel 1764, gli inglesi arrivarono clandestinamente l'anno dopo e nel 1766 edificarono un forte a Port Egmont. La Spagna protestò con tale fermezza che entrambe le potenze finirono per fare marcia indietro, e con il trattato di San Lorenzo del 1790 Londra si impegnò formalmente a non fondare insediamenti su quelle coste.

Quando l'Argentina si affrancò dalla Spagna, ereditò quel territorio come parte del proprio patrimonio territoriale, ed esercitò un'autorità continuativa attraverso una successione di governatori, tra cui il comandante David Jewett, che nel 1820 prese possesso dell'arcipelago a nome delle Province Unite del Rio de la Plata senza che nessuna potenza sollevasse obiezioni ufficiali. Fu solo il 3 gennaio 1833 che una nave da guerra britannica, la corvetta Clio, si presentò a Puerto Soledad ed espulse con la forza il governatore e le truppe argentine. Non ci fu guerra dichiarata, non ci fu trattato, non ci fu alcun atto giuridico che legittimasse quel passaggio di sovranità: fu semplicemente un atto di forza compiuto in tempo di pace, ai danni di un paese con cui il Regno Unito manteneva relazioni diplomatiche regolari. L'Argentina protestò da subito e non ha mai smesso di farlo, portando la questione davanti a ogni foro internazionale disponibile.

Le Nazioni Unite, dal canto loro, non hanno mai avuto dubbi sulla natura del contenzioso. La risoluzione 1514 ha riconosciuto la natura coloniale della disputa, la 2065 ha validato esplicitamente i diritti argentini invitando le due parti a negoziare, e da allora sono state approvate decine di risoluzioni dello stesso tenore, puntualmente ignorate dai governi di Londra. La guerra del 1982, con i suoi oltre seicento morti argentini e oltre duecentocinquanta britannici, non ha cambiato nulla sul piano del diritto: la stessa Assemblea Generale, con la risoluzione 37/9, ribadì che il conflitto armato non alterava in alcun modo la sostanza della controversia di sovranità. È esattamente per questo che presentare la sconfitta militare argentina come una sorta di beneficio storico è un'operazione retorica sleale: la caduta della giunta militare fu il crollo di un regime già logorato dalla propria brutalità interna, dalla repressione, dai desaparecidos, da un'economia allo sfascio, non un regalo della corona britannica. Confondere le due cose serve a un solo scopo, ed è quello di spostare l'attenzione dal fatto che l'occupazione del 1833 resta, ancora oggi, un'occupazione.

Il trucco del referendum

C'è un altro tassello della propaganda britannica che va smontato con la stessa pazienza, ed è quello dei referendum organizzati sull'arcipelago per certificare la volontà degli abitanti di restare sotto la corona. Quello celebrato nel marzo 2013 è il caso più citato: una sola domanda sottoposta agli isolani, se desiderassero conservare lo status attuale di territorio d'oltremare britannico, con un risultato plebiscitario che la stampa londinese ha trasformato in prova definitiva della legittimità dell'occupazione. Solo che il meccanismo, guardato da vicino, è un cortocircuito logico prima ancora che politico. Ad avere il diritto di voto sono solo i cittadini britannici o dei territori britannici d'oltremare che abbiano ottenuto lo status di isolano dopo almeno sette anni di residenza continuativa, il che riduce il corpo elettorale a poche migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali di origine e cittadinanza britannica. È, in sostanza, un esercizio tautologico: sono i britannici a chiedere ai britannici se vogliono continuare a essere britannici, e il risultato non può che confermarlo.

Le Nazioni Unite lo hanno chiarito senza ambiguità già nel 1985, quando l'Assemblea Generale respinse a larga maggioranza due proposte britanniche che tentavano di inserire il principio di autodeterminazione nella risoluzione annuale sulla Cuestión Malvinas. Non è un dettaglio procedurale: significa che l'organismo che dovrebbe arbitrare la disputa ha stabilito, nero su bianco, che quel principio non si applica a un arcipelago dove non esiste un popolo sottomesso da liberare, ma una popolazione impiantata dalla stessa potenza occupante dopo aver espulso con la forza gli abitanti legittimi nel 1833. La risoluzione 1514 lo dice altrettanto chiaramente quando ricorda che nessun tentativo di spezzare l'integrità territoriale di uno Stato indipendente può essere compatibile con la Carta delle Nazioni Unite. Un referendum non può quindi sanare un'usurpazione, allo stesso modo in cui non basterebbe un voto tra i coloni per legittimare una colonia altrove nel mondo. Eppure quel copione - isolani intervistati, sorrisi, urne, percentuali bulgare - viene riproposto ogni volta che serve a spostare l'attenzione internazionale dal nodo reale, che resta quello della sovranità contesa tra due Stati, non un plebiscito tra sudditi della corona.

La geopolitica di un arcipelago che vale più di quanto sembri

Chi guarda alle Malvinas come a un residuato latinoamericano della Guerra Fredda sbaglia prospettiva. Quello che sta accadendo attorno a quelle isole negli ultimi due anni ha molto più a che fare con il petrolio, con la pesca e con il controllo dell'Atlantico del Sud che con la nostalgia coloniale. Un documento della strategia economica britannica per il periodo 2026-2040, circolato negli ambienti diplomatici argentini, descrive apertamente un piano quindicennale per consolidare l'autosufficienza finanziaria dell'arcipelago attraverso due pilastri: lo sfruttamento della pesca, che già oggi rappresenta più della metà del prodotto interno lordo della colonia, e lo sviluppo del giacimento petrolifero offshore Sea Lion, dove il consorzio Navitas-Rockhopper - una joint venture anglo-israeliana - ha già firmato le decisioni finali di investimento e punta a un flusso commerciale di greggio entro il 2028. Nello stesso documento Londra ammette apertamente le proprie fragilità, a partire dallo sfruttamento incontrollato della zona nota come Blue Hole, appena fuori dalla zona economica esclusiva delle isole, che rischia di compromettere proprio quella pesca da cui dipende l'apparato coloniale.

A questo si aggiunge una strategia diplomatica ben precisa verso Cile e Uruguay, con missioni commerciali reciproche e l'obiettivo dichiarato di rompere l'isolamento geografico delle isole rispetto al continente, aggirando di fatto il tentativo argentino di isolare economicamente l'occupazione. E poi c'è la base militare di Mount Pleasant, che il piano britannico vorrebbe sempre più integrata nell'economia locale, fino a trasformare i soldati di stanza lì in una sorta di ambasciatori informali della causa coloniale una volta rientrati in Europa.

Su tutto questo si innesta il riavvicinamento militare tra Londra e Buenos Aires promosso dal governo neoliberista di Javier Milei, che ha annunciato l'intenzione di portare la spesa per la difesa al due per cento del PIL, richiedere lo status di partner NATO e riequipaggiare le forze armate argentine con materiale occidentale, allontanandosi dai crediti cinesi e dalle aperture russe. È un dialogo che Washington segue con grande interesse, perché la base satellitare cinese in Patagonia, la presenza russa nelle stazioni antartiche a duplice uso e l'espansione delle flotte pescherecce cinesi nell'Atlantico del Sud sono tutti elementi che spingono gli Stati Uniti a voler saldamente ancorare l'Argentina al proprio campo strategico, anche a costo di chiedere al Regno Unito di allentare l'embargo di armi imposto dopo il 1982. Il paradosso è lampante: un governo argentino che dovrebbe essere erede della causa Malvinas – ma Milei è un ammiratore confesso di Margaret Thatcher - accetta di comprare armamenti dalla stessa potenza che occupa il proprio territorio, in nome di un allineamento geopolitico che ha molto più a che fare con il contenimento di Cina e Russia che con gli interessi reali dell'Argentina.

Non è un caso che il Trattato Antartico, con la sua clausola di revisione sul divieto di attività minerarie fissata al 2048, aleggi su ogni mossa di questi anni: Regno Unito, Argentina e Cile mantengono rivendicazioni territoriali sovrapposte in Antartide, e chi oggi consolida la propria presenza logistica nell'Atlantico del Sud si sta posizionando per le trattative di domani su quella frontiera ancora congelata, letteralmente e politicamente. In questo quadro, l'ennesima risoluzione annuale del Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite, per quanto celebrata a Buenos Aires come una vittoria, resta un rituale diplomatico privo di qualunque forza vincolante: mentre le delegazioni si scambiano applausi a New York, le gru continuano a lavorare nei porti dell'arcipelago e le trivelle si preparano a entrare in funzione.

Solidarietà cubana e latinoamericana

In questo scenario dominato da interessi occidentali convergenti con inquietanti mire israeliane, la voce di Cuba resta uno dei sostegni più duraturi e meno raccontati alla causa argentina. L'ambasciatore cubano a Buenos Aires, Pedro Prada, ha ricordato in un'intervista come la posizione dell'Avana affondi le radici già nei primi decenni del Novecento, quando figure come Julio Antonio Mella includevano il riconoscimento della sovranità argentina sulle Malvinas tra le rivendicazioni del movimento studentesco e operaio latinoamericano. Con il trionfo della Rivoluzione, quella linea si è fatta politica di stato: Cuba ha co-patrocinato la risoluzione 2065 delle Nazioni Unite che nel 1965 sanciva la natura coloniale della disputa, e durante la guerra del 1982 - pur trattandosi di un conflitto voluto da una dittatura militare che a Cuba non poteva certo essere simpatica - Fidel Castro scelse comunque di offrire sostegno politico alla causa argentina, distinguendo tra i militari al potere e il diritto storico del popolo argentino sulle isole. Prada traccia anche un parallelo diretto con Guantánamo, definendo entrambi i casi atti di occupazione imposti con la forza e mantenuti attraverso trattati imposti in condizioni di manifesta disuguaglianza, a riprova che la questione Malvinas si inserisce per l'Avana in una lettura più ampia del colonialismo che il continente americano continua a subire da parte delle potenze del nord.

Alla fine, tutto questo intreccio di petrolio, pesca, basi militari e alleanze riporta a una domanda che nessun documento strategico britannico, per quanto elaborato, riesce ad aggirare: con quale diritto una potenza europea amministra ancora oggi, quasi due secoli dopo averlo strappato con la forza, un pezzo di Sudamerica. È una domanda che la grande stampa occidentale continua a trattare con studiata leggerezza, riducendo la questione a folklore identitario o a incidente diplomatico minore, quando invece si tratta di un caso irrisolto di colonialismo territoriale riconosciuto come tale dalle stesse Nazioni Unite. Il modo in cui la vicenda viene raccontata con gli isolani presentati come popolo da tutelare, con la sovranità argentina liquidata come rivendicazione nostalgica, con ogni riferimento pubblico alle Malvinas trattato alla stregua di una provocazione da contenere è esso stesso parte del dispositivo che tiene in piedi l'occupazione coloniale.

Lo si è visto con chiarezza proprio in questi giorni di Mondiale. La FIFA aveva vietato l'ingresso allo stadio di Atlanta di bandiere, cartelli e qualunque riferimento alle Malvinas, bollando la questione come un "messaggio politico" incompatibile col regolamento delle competizioni. Il governo argentino di Javier Milei aveva avallato quel divieto, giustificandolo con ragioni di sicurezza concordate con le autorità statunitensi, nel tentativo di tenere separati lo sport e la diplomazia. Sugli spalti, quindi, silenzio imposto. Ma dopo la vittoria per 2-1 sull'Inghilterra che ha spalancato all'Argentina la finale, sono stati i giocatori stessi a colmare quel vuoto: Giovanni Lo Celso e Nicolás Otamendi hanno srotolato sul prato del Mercedes-Benz Stadium uno striscione con la scritta "Las Malvinas son argentinas", tenendolo alto qualche istante prima di posarlo sull'erba tra gli abbracci dei compagni. Interpellato subito dopo, il centrocampista Leandro Paredes ha aggiunto che quelle isole "saranno sempre argentine". Nessun regolamento, nessun divieto calato dall'alto, nessuna diplomazia calcolata al millimetro è riuscita a impedire che la rivendicazione tornasse a manifestarsi proprio dove veniva negata. Ed è forse la sintesi più onesta di tutta la vicenda: si può vietare uno striscione sugli spalti, non si può cancellare una storia coloniale lunga quasi due secoli né il diritto di un popolo a raccontarla.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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