Inghilterra-Argentina, dall'Azteca ad Atlanta: la stessa storia, la stessa rabbia

Quarant'anni dopo, la stessa sfida, lo stesso orgoglio: Diego, le Malvinas e una rivincita mai conclusa

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Inghilterra-Argentina, dall'Azteca ad Atlanta: la stessa storia, la stessa rabbia

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di Fabrizio Verde

Il ventidue giugno del 1986 il cielo sopra l'Estadio Azteca sembrava fatto apposta per un'incoronazione. Diego Armando Maradona aveva ventiquattro anni e un mondo intero da conquistare, ma quel pomeriggio non giocava soltanto una partita di calcio: stava scrivendo un atto di rivalsa che sarebbe rimasto scolpito per sempre nella memoria del suo popolo ferito. Quattro anni prima, nelle acque gelide dell'Atlantico del Sud, seicentoquarantanove ragazzi argentini erano morti in una guerra voluta da una dittatura agonizzante contro un impero in declino, ma tracotante, che non aveva mai smesso di considerare le Malvinas una sua proprietà coloniale. Prima di entrare in campo, secondo il racconto che ne fece anni dopo José Luis Brown, Diego si rivolse ai compagni con parole che non lasciavano dubbi su cosa stesse per giocarsi quel giorno: "Andiamo, questi bastardi ci hanno ucciso i nostri ragazzi, i nostri amici, i nostri vicini, non possiamo perdere".

La mano che toccò il pallone in quel minuto cinquantuno non fu un imbroglio qualunque, un banale tentativo di barare. Fu una beffa consapevole, quasi teatrale, rivolta a un avversario che per secoli aveva imposto la propria legge con la forza delle cannoniere e poi con quella dei fucili. Diego lo ha raccontato in mille modi diversi negli anni, a volte negando, a volte ammettendo con un sorriso beffardo. "So di averlo fatto con la testa, molti dicono con la mano, io dico che l'ho fatto con la testa e con la mano di Dio", disse in una delle prime interviste dopo il Mondiale. Molti anni più tardi, con la franchezza spavalda che lo ha sempre contraddistinto, sintetizzò tutto senza più remore: "Ho rubato il portafoglio agli inglesi senza che se ne accorgessero, senza che battessero ciglio". Non era arroganza o volontà di rivedicare un’azione scorretta. Era il modo più argentino possibile di rispondere a un torto che le armi non erano riuscite a cancellare.

E poi arrivò l'altro gol, quello che non ha bisogno di aggettivi perché li ha consumati tutti ed è ancora negli occhi di ogni amante del calcio. Cinquantadue metri corsi con la palla incollata al piede sinistro, sei inglesi lasciati indietro come birilli, e la voce di Víctor Hugo Morales che si spezzava in diretta radiofonica in un crescendo entrato ormai nella cultura popolare di un intero continente. "Genio, genio, genio... voglio piangere, Dio santo, viva il calcio", gridò il telecronista uruguaiano mentre Diego incantava l'Azteca, per poi lasciarsi andare a quella domanda che è diventata leggenda: "Barrilete cósmico, da che pianeta sei venuto per lasciare sulla tua strada così tanti inglesi?". Non fu solo un capolavoro tecnico. Fu la dimostrazione plastica che un piccolo uomo del sud del mondo poteva umiliare, con la sola forza del talento e della rabbia, chi si era sempre creduto padrone del pallone e delle terre altrui.

C'è una curiosa simmetria che si ripete a distanza di quarant'anni. Allora fu Carlos Salvador Bilardo, commissario tencico dell’Argentina, a presentarsi in conferenza stampa cercando di raffreddare gli animi, ripetendo che non c'era nessuna politica in quel campo, che sarebbe stata una mancanza di rispetto verso i morti argentini mescolare il calcio con la guerra. Oggi è Lionel Scaloni,quello attuale, a fare lo stesso esercizio, insistendo che si tratta solo di una partita di pallone e nient'altro. Sono parole che suonano quasi identiche, pronunciate da due allenatori diversi in due epoche diverse, ed è proprio questa ripetizione a tradire quanto sia impossibile davvero separare le due cose. Si può provare a proteggere i giocatori dal peso della storia, ma la storia non si può cancellare.

Perché Diego non fu mai soltanto un calciatore, e forse è proprio questo che il mondo occidentale ha continuato ad attaccarlo a muso duro, senza mai perdonargli nulla. Ma lui è andato avanti per la sua strada con la coerenza delle sue idee: a Cuba trovò in Fidel Castro non un semplice amico ma quasi una figura paterna, un rifugio ideale in un momento in cui la sua vita privata sembrava collassare, e da quell'isola tornò più volte a ribadire il proprio amore per la rivoluzione cubana, tatuandosi il volto del Che sul braccio come manifesto politico permanente. 

In Venezuela si schierò apertamente al fianco di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi, senza mai preoccuparsi delle conseguenze mediatiche di quelle amicizie ritenute scomode a certe latitudini, convinto che il suo posto fosse accanto a chi si opponeva all'egemonia statunitense in America Latina. Da vero patriota della cosiddetta Patria Grande latinoamericana E a Napoli, in una città che l'Italia del nord guardava e garda tutt’ora con malcelato disprezzo e razzismo, Diego non si limitò a vincere due scudetti storici: difese pubblicamente i napoletani da cori razzisti e insulti che arrivavano dalle curve settentrionali, trasformandosi nel simbolo di una nuova consapevolezza che andava ben oltre il campo da gioco. Ovunque sia andato, Maradona ha scelto sempre di stare dalla parte degli ultimi, degli umiliati, di chi il potere lo subisce e non lo esercita. Ma non come semplice attestato di testimonianza, per lottare concretamente affinché i rapporti di forza fossero ribaltati.
 
È uno strano destino vedere che proprio in questo momento, alla guida dell'Argentina, siede un presidente come Javier Milei che ha fatto della sudditanza a Washington e di una aperta ammirazione per Margaret Thatcher quasi un vanto personale. Mentre il popolo canta ancora per Malvinas e per il Diego, chi governa sembra più interessato a piacere ai mercati e ai vecchi padroni che a difendere fino in fondo quella memoria collettiva che Maradona, con un pallone tra i piedi, seppe difendere meglio di qualsiasi diplomazia.

Perché questa, in fondo, resterà sempre la sua partita. Quella in cui un ragazzo cresciuto tra le baracche di periferia trasformò il dolore di una nazione intera in un gesto di genio puro, capace di restituire dignità a chi l'aveva persa sui campi di battaglia. Ogni volta che l'Argentina scende in campo contro l'Inghilterra, in qualche modo Diego torna a correre su quel prato di Città del Messico, con la maglia numero dieci incollata alla schiena e il mondo intero a inseguirlo senza mai riuscire a prenderlo. In primis quel Messi che in tanti vogliono accostare a Maradona. Stasera i giocatori argentini non porteranno soltanto il peso di una semifinale mondiale. Porteranno addosso quarant'anni di orgoglio, di lutti mai davvero elaborati e di una rabbia contro gli imperialisti inglesi che non è mai scemata.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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