"Albeggerà al tramonto". Uno spettro si aggira per l'Europa....

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Recensione di "Albeggerà al tramonto" di Marco Trionfale (LAD Edizioni, 2025)

 

di Leo Essen

 

Quelli della generazione di Valerio venivano, direttamente o indirettamente, dalla Resistenza: o perché vi avevano partecipato o perché erano stati trascinati dalla corrente. Condividevano le pratiche e il modo di organizzarsi che Togliatti aveva imposto al Partito. Erano dogmatici in modo intollerabile, rigidi, schematici; e questo si rifletteva nelle loro personalità, rendendoli seri in modo grottesco. Erano però anche quelli che nel 1963, venuti da Longastrino, Passogatto, Lavezzola, Russi, Mezzano, Giovecca - all'incirca tutti trentenni, in canottiera e braghette - trasformarono una grande casa colonica semiabbandonata nella Casa del Popolo del quartiere Fratti. Lo fecero lavorando gratis, perché lavorare per il Partito era come lavorare per se stessi. Il tavolo per mangiare era stato messo su con due assi tolte dalle impalcature e quattro cavalletti. Sulla rasatura grigia del muro qualcuno aveva scritto con la tempera bianca: SIAMO TUTTI COMUNISTI.

I giovani, quelli della generazione di Baldi, erano entrati nel Partito come se stessero andando a una festa, e vennero accolti a secchiate d'acqua gelida. Ebbero comunque il merito di non scoraggiarsi. Erano gli anni della contestazione, e si fecero forza del clima generale per attaccare il nucleo dei vecchi conservatori. Conquistarono il loro spazio e iniziarono a organizzare incontri politici, raduni culturali, cene di finanziamento, ma soprattutto feste. Nel loro Club suonarono musicisti di alto livello e la gente veniva da Bologna, Modena, Parma e Ferrara. I vecchi dirigenti commentavano desolati il declino del Partito: musica rock, capelloni e spinelli. Nel giro di due o tre anni, quegli stessi vecchi allibiti bussarono a testa china alle porte del Club, chiedendo aiuto per estinguere un debito che gravava sulla Casa del Popolo e che la banca minacciava di portarsi via. A quei tempi Fratti era ancora soprannominata Stalingrado, sia per i voti alle elezioni sia per il livello di partecipazione alle attività del Partito.

Gli anni passavano, e molti non c'erano più o erano malati. Tutti avevano dato una parte importante della loro vita per la causa. Anche Ercole aveva più volte perso giorni di ferie in fabbrica per fare i turni allo stand della festa dell'Unità. Tutti prendevano ferie, rinviavano viaggi, mancavano a matrimoni e compleanni pur di aiutare. Ma non erano rinunce: era così che doveva andare, per il Partito.

E poi cosa successe? Successe che ci eravamo abituati a stare bene. Successe che il Partito venne sciolto.

Quando alla Bolognina il Partito fu sciolto, nessuno di noi voleva crederci. Davvero il Partito era finito? Davvero era morto? Davvero la nostra gloriosa storia era al Tramonto? Davvero il sol dell'avvenire era calato per sempre? Davvero quegli schifosi del Partito - che avevano investito i soldi in operazioni dissennate, a partire dal giornale l'Unità, sempre in deficit, sul cui bordo danzavano decine di miracolati, saccenti e strapagati, e che assorbiva e bruciava i soldi che i volontari raccoglievano alle feste - davvero volevano farla finita? Il Partito aveva sfruttato fino alla fine il nostro attaccamento e poi, di punto in bianco, ci aveva abbandonati. Cosa restava di tutta quella fatica, di tutte quelle giornate di lavoro, degli innumerevoli piatti lavati, delle ore e ore trascorse alla griglia, dei volantini, del ciclostile, della colla e dei tazebao?

Era così anche per il vecchio Partito - lo abbiamo vissuto tutti - ma c'era dell'altro: in fondo a tutto il marciume che ricopre sempre le cose umane, c'era qualcosa di vero. E questa verità si leggeva negli occhi di Valerio, di Nardi o di Baldi quando, come se fossero tornati a quando avevano vent'anni, decisero di far rinascere il Partito, di dargli una seconda vita, una nuova Alba, progettando il sequestro del Presidente del Consiglio. Lo spirito era quello di un tempo, rinato: quello di Marx e Salgari, di Marcuse e Tex Willer, di Gramsci e Jacovitti.

Il dolore era sempre lo stesso: un buco nero che calamitava tutto. Avvinti alla cosa perduta e di fronte al disastro del socialismo reale, vedevano inabissarsi il loro ideale e smettevano di militare. Sprofondavano. Come Nerio, che viveva in un capanno sull'argine del fiume, con le nutrie e un cane peloso.

Arrivavano il senso di colpa, l'autodisprezzo, l'attesa di una punizione; poi momenti di esaltazione, poi di nuovo il buio.

In questa storia il morto non muore mai: ritorna. Il comunismo prende le spoglie della Resistenza, della lotta armata - esaltazione e mania, poi una depressione profonda, la perdita di interesse per il mondo esterno - come la nevrosi che agitava l'inconscio politico dell'Europa occidentale dopo la dissoluzione dell'URSS.

Il malinconico non esce di casa, non vuole vedere nessuno, neanche gli amici più cari: rimane a letto tutto il giorno, non si lava, va a fare la spesa in pantofole. Se è stato abbandonato, è perché è indegno, schifoso, un mostro repellente.

Sui libri di storia delle scuole medie, scritti dalla nuova sinistra, si legge che il comunismo era una brutta cosa, come il nazismo; che Lenin gettava i cristiani nelle buche carsiche e li lasciava morire di stenti; che la Russia è un mostro che vuole ritornare sulla scena del mondo e mangiarsi tutto. L'abbandonato si sente indegno, non all'altezza, moralmente spregevole, il peggiore: aspira alla punizione, alla cacciata, e ci crede davvero.

Non basta saperlo dentro di sé: bisogna dirlo al mondo, con una direttiva del Parlamento di Strasburgo se serve, degradarsi in pubblico, commiserare chi ha ancora legami con il comunismo.

L'insonnia, il rifiuto del cibo, la pulsione di autoconservazione che smette di funzionare. Non si riesce a staccarsi dall'oggetto scomparso e, più la sofferenza si fa evidente, più ci si aggrappa al morto. Ma l'attaccamento prende la forma dello scongiuro, del riseppellimento convulsivo: si vorrebbe cancellarlo dalla mente, con effetto retroattivo, senza capire che cancellando la traccia dell'altro si finisce per cancellare se stessi.

Uno spettro si aggira per l'Europa.

 

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Leo Essen

Leo Essen

Ha studiato all’università di Bologna con Gianfranco Bonola e Manlio Iofrida. È autore di Come si ruba una tesi di laurea (K Inc, 1997) e Quattro racconti al dottor Cacciatutto (Emir, 2000). È tra i fondatori delle riviste Il Gigio e Da Panico. Scrive su Contropiano e L’Antidiplomatico.

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