“Gaza muore mentre il mondo tace” è il Libro del mese di This Week in Palestine

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“Gaza muore mentre il mondo tace” è il Libro del mese di This Week in Palestine

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In un momento in cui Gaza continua a essere travolta dalla guerra e dall'indifferenza di gran parte della comunità internazionale, accogliamo con particolare soddisfazione la decisione di This Week in Palestine (www.thisweekinpalestine.com) di nominare Gaza muore mentre il mondo tace Libro del mese nel numero 334 del maggio 2026. La storica rivista palestinese in lingua inglese, pubblicata a Gerusalemme dal 1998, riconosce così il valore di un'opera nata con l'obiettivo di dare voce alle vittime, denunciare le complicità e contrastare la normalizzazione della tragedia in corso. Il riconoscimento è accompagnato da una recensione molto gratificante di cui pubblichiamo la nostra traduzione.

Gaza sta morendo mentre il mondo resta in silenzio

A cura di L. Busca

Pubblicato da L.A.D. Edizioni, collana: I quaderni de L’AntiDiplomatico, aprile 2026; brossura, 88 pagine, in italiano.

Questo volume urgente e senza concessioni, Gaza muore mentre il mondo tace, riunisce una raccolta di voci per documentare la devastazione in corso a Gaza e le condizioni politiche che la sostengono. Combinando testimonianze dirette con saggi di commentatori di rilievo internazionale, il libro mira a incrinare quella che presenta come una crescente indifferenza globale, sfidando il lettore a confrontarsi non solo con la portata della distruzione, ma anche con le strutture di complicità che ne permettono la prosecuzione. Configurato al tempo stesso come documentazione e intervento, il volume si oppone alla normalizzazione della violenza e insiste sull’urgenza morale e politica del presente.

Pubblicato come parte de I quaderni de L’AntiDiplomatico, il volume è volutamente compatto, ma tematicamente denso. La sua logica editoriale si fonda sulla giustapposizione: le voci provenienti da Gaza si affiancano a quelle di osservatori esterni, producendo un racconto stratificato in cui esperienza vissuta e inquadramento analitico si informano reciprocamente. Questa struttura impedisce al testo di scivolare nell’astrazione. Al contrario, insiste sulla prossimità, trascinando il lettore in uno spazio in cui l’immediatezza della testimonianza non può essere facilmente presa a distanza o rimandata. Ciò che emerge con maggiore chiarezza non è soltanto una registrazione della distruzione, ma una riflessione costante su come tale distruzione venga resa tollerabile nel discorso internazionale. I saggi tornano, implicitamente ed esplicitamente, alla questione del silenzio, non come assenza passiva, ma come condizione attiva, prodotta attraverso il linguaggio politico, l’inquadramento mediatico e le limitazioni istituzionali. In questo senso, il libro non si limita a descrivere gli eventi; esamina i meccanismi attraverso cui questi vengono assorbiti, attenuati o occultati.

I contributori, tra cui Tawfiq Al-Ghussein, Chris Hedges e Angelo D’Orsi, portano registri differenti a questo compito. Alcuni scrivono con l’urgenza del reportage, altri con il distacco della riflessione storica, ma vi è una comune insistenza nel nominare ciò che spesso resta implicito. Piuttosto che presentare Gaza come una crisi eccezionale isolata da strutture più ampie, il volume la colloca all’interno di una traiettoria più lunga di processi politici e giuridici, invitando il lettore a considerare la continuità tanto quanto la rottura. Un elemento rilevante della raccolta è l’attenzione al linguaggio stesso. Diversi contributi mettono implicitamente in discussione il vocabolario attraverso cui Gaza viene comunemente descritta, interrogando quei termini che neutralizzano o depoliticizzano la realtà sul terreno. Questa sensibilità linguistica rafforza l’argomento più ampio del libro: che la lotta per Gaza non è soltanto territoriale o militare, ma anche interpretativa. Il modo in cui gli eventi vengono nominati, inquadrati e diffusi diventa inseparabile da come vengono compresi e dal fatto che suscitino risposta o rassegnazione.

Allo stesso tempo, il libro evita di ridursi a una critica puramente discorsiva. Le testimonianze ancorano l’analisi alle realtà materiali — infrastrutture distrutte, vite interrotte, comunità sfollate. Questi resoconti resistono all’astrazione non solo attraverso l’intensità retorica, ma grazie al dettaglio, offrendo una percezione concreta di ciò che è in gioco. In tal modo contrastano la tendenza, comune nelle narrazioni distanti, a ridurre Gaza a statistiche o spettacolo. Il risultato è un volume che opera su più livelli. È, al contempo, documento, critica e intervento. La sua forma compatta gli conferisce una certa incisività; non vi è eccesso, e il ritmo riflette l’urgenza del tema. Eppure, entro questa brevità, riesce a sostenere un argomento coerente: ciò che sta accadendo a Gaza non può essere compreso isolatamente dai sistemi che lo inquadrano, né affrontato senza mettere in discussione le condizioni che permettono al silenzio di persistere. In un momento in cui l’attenzione è frammentata e l’indignazione spesso effimera, Gaza muore mentre il mondo tace si propone come un atto deliberato di interruzione. Non offre soluzioni, né pretende neutralità. Insiste invece sulla necessità di un’attenzione prolungata e suggerisce, implicitamente, che distogliere lo sguardo non significhi semplicemente disimpegnarsi, ma partecipare alla stessa condizione che il libro intende denunciare.

Luca Busca

Luca Busca

Inizio il mio percorso giornalistico nel 1982, nel 1984 ottengo l’iscrizione all’albo dei pubblicisti come collaboratore del quotidiano La Repubblica e dell’Agenzia Giornalistica Telegraph. Entrato nel mondo musicale live come ufficio stampa, fondo, alla fine del 1984, la mia prima azienda di organizzazione di eventi musicali.  Dal 1987 al 2002 ho curato sei edizioni del Roma Live Festival, la rassegna Rock della capitale.
Come direttore di produzione ho poi partecipato alla realizzazione di Reality show, lavorando in Messico, Santo Domingo, Kenya, Sudafrica e India. Sono stato
commerciante, e amministratore di un’azienda che si occupava di fotovoltaico. Nel frattempo sono tornato a fare il giornalista occupandomi prima di arte (Next Exit), di viaggi (omonimo inserto di Repubblica) e ora di vino e olio per la rivista e la guida Bibenda. Sono anche docente presso la Fondazione Italiana Sommelier. Da un paio di anni scrivo per il blog Sinistrainrete e l’AntiDiplomatico

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