Perché Israele sta cancellando i video del 7 ottobre?

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Perché Israele sta cancellando i video del 7 ottobre?

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In un'inchiesta giornalistica per The Grayzone, la conduttrice radiofonica e analista Michelle Witte riporta il crescente sconcerto dell'opinione pubblica israeliana di fronte al comportamento delle autorità statali, accusate di trattenere e persino far sparire i filmati personali e comunitari girati durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. Secondo Witte, il prolungato sequestro di queste prove solleva il pesante sospetto che lo Stato stia tentando di nascondere la verità sulle responsabilità del proprio esercito nella morte di cittadini israeliani.

La sparizione dei video e la disperazione delle famiglie

Witte evidenzia il dramma delle famiglie delle vittime e delle comunità dei kibbutz, a cui l'apparato di sicurezza non ha ancora restituito il materiale sequestrato nelle ore successive agli attacchi:

  • Il sequestro sistematico: Subito dopo gli eventi, unità speciali delle IDF, dello Shin Bet e dell'unità investigativa Lahav 433 hanno confiscato in blocco telefoni cellulari, telecamere di sicurezza e schede di memoria. Un riservista ha confermato a Channel 13 che i militari hanno semplicemente scollato i dispositivi e se ne sono andati con il materiale.

  • L'accusa di cancellazione delle prove: Sabine Taasa, madre del diciassettenne Or ucciso sulla spiaggia di Zikim, ha denunciato che il figlio aveva filmato gli ultimi istanti prima di morire. Tuttavia, quando le autorità le hanno finalmente restituito il telefono, quel video specifico era stato cancellato. Secondo l'emittente israeliana, non si tratta affatto di un caso isolato.

Il ruolo della Direttiva Annibale e il fuoco amico delle IDF

Secondo l'analisi di Michelle Witte, il motivo dietro questo presunto occultamento di prove risiede nella necessità di proteggere l'esercito da ulteriori scandali legati all'attivazione della Direttiva Annibale – il protocollo militare che prevede l'uso della forza anche a costo di uccidere i propri cittadini pur di impedirne la cattura:

  • Viene ricordato il caso del generale Barak Hiram, che ordinò a un carro armato di bombardare una casa nel kibbutz Be'eri sapendo che all'interno vi erano ostaggi israeliani, provocando la morte di una dozzina di civili.

  • Un'artigliera israeliana ha confessato di aver ricevuto l'ordine di bombardare abitazioni senza sapere chi ci fosse dentro, mentre le indagini di polizia hanno confermato che elicotteri Apache aprirono il fuoco anche contro l'area del festival Nova.

  • Trattenendo centinaia di ore di filmati, lo Stato potrebbe voler evitare che si diffondano prove visive inconfutabili del massacro di civili israeliani perpetrato dal proprio stesso esercito.

Il rifiuto delle inchieste e il controllo della narrazione

Witte sottolinea l'ostinato rifiuto di Israele di collaborare con indagini internazionali indipendenti sulla gestione del 7 ottobre e sulle accuse – oggi ampiamente smentite dai fatti – di violenze sessuali di massa sistematiche da parte dei militanti palestinesi. Tel Aviv ha sempre rivendicato il diritto esclusivo a indagare su se stessa, omettendo però di avviare una vera commissione d'inchiesta indipendente sul catastrofico fallimento dell'intelligence e delle forze armate.

Solo di recente, riporta il Times of Israel, il governo è stato costretto da un ultimatum della Corte Suprema a definire entro il 1° luglio un quadro normativo adeguato per istituire una commissione statale d'inchiesta, cedendo alle fortissime pressioni interne dei familiari delle vittime.

Le scuse formali e il muro di gomma

Se da un lato la polizia dichiara che il materiale non può essere restituito perché l'unità Lahav 433 sta ancora conducendo indagini penali sul kibbutz Kfar Aza (teatro nei primi giorni di una serie di false segnalazioni di atrocità poi smentite), dall'altro le IDF respingono ogni accusa di insabbiamento parlando di "fasi finali" per la restituzione dei dati. Tuttavia, conclude Michelle Witte, a distanza di anni dagli eventi gli stessi sopravvissuti israeliani si trovano davanti a una certezza: l'apparato militare sta deliberatamente nascondendo qualcosa di inconfessabile.

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