Hong Kong a fuoco

Anatomia di una rivoluzione colorata - Laura Ruggeri

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Hong Kong a fuoco

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di Leo Essen

Hong Kong a fuoco di Laura Ruggeri è un manuale di controinformazione, come se ne scrivevano ancora negli anni Settanta. Fornisce una sorta di addestramento di base – un vero e proprio CAR semiologico – per interpretare le rivoluzioni colorate come strumenti di guerra ibrida: operazioni orchestrate con la precisione di campagne di marketing cognitivo, finanziate da apparati come USAID e NED e animate da una classe di nomadi intellettuali, corrispondenti esteri e cosmopoliti altamente scolarizzati che si ritrovano al Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong con il fanatismo ideologico di chi non mette mai in discussione le premesse del sistema che lo nutre. Un ribellismo performativo ed estetizzante che lascia intatto il conformismo intellettuale di fondo. Ogni protesta ha una regia straniera; ogni dissidente è un utile idiota; ogni ONG una succursale della CIA.

I giovani provenienti dai campus americani che si erano politicizzati negli anni delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam, spesso orientati verso un progressismo liberal e desiderosi di sentirsi mossi da ideali, trovavano difficile immaginare un impiego diretto in un’agenzia percepita come compromessa da decenni di interventismo. Lavorare per ONG impegnate ufficialmente nella difesa dei diritti umani e civili consentiva invece di conservare credibilità all’interno dei propri ambienti culturali e politici. Per la CIA, inoltre, quell’esperienza di attivismo rappresentava un valore aggiunto: rendeva queste figure capaci di muoversi con naturalezza negli ambienti antigovernativi, intrecciando relazioni e costruendo reti. Non sorprende dunque che tra le nuove reclute figurassero numerosi giovani provenienti da collettivi di sinistra, spesso di ispirazione trotzkista. Erano studenti passati per Berkeley, Columbia, Yale, Johns Hopkins, Madison, Harvard o Irvine; giovani addottorati nei dipartimenti di letteratura e cultural studies, imbevuti fino all’eccesso delle teorie provenienti dall’École Normale, dall’École Pratique o da Vincennes. Nel frattempo erano diventati diritto-umanisti attivi nei settori dell’istruzione, dei media e della sfera legale: le persone ideali per spendere il proprio sapere in questo nuovo tipo di battaglie. Possedevano il curriculum perfetto nel momento in cui atenei sovvenzionati da fondazioni private o direttamente da apparati governativi iniziarono a istituire borse di studio e programmi internazionali per finanziare queste figure, in patria e all’estero. Le università si trasformavano così in spazi di reclutamento politico, dove curricula mirati, programmi di scambio e prospettive di carriera internazionale operavano come strumenti di soft power.

Più spesso, questi soggetti trovavano impiego nelle agenzie di stampa oppure in giornali e siti internet creati appositamente. Nasceva così una nuova classe di nomadi globali, cittadini del mondo pronti a spostarsi continuamente, talvolta persino senza incentivi diretti, attratti dalla passione per l’evento, per il casus belli, per la novità permanente. Al Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong si concentrava, secondo Ruggeri, una vera tribù di cosmopoliti altamente acculturati, accomunati da un intenso fanatismo ideologico. Il loro stile di vita, ostentatamente anticonvenzionale, appariva più come una compensazione che come una reale rottura degli schemi. Non solo queste persone rifiutavano di mettere in discussione il sistema per cui lavoravano e gli interessi che lo sostenevano, ma credevano profondamente nella sua superiorità morale, e per estensione nella propria.

Avevano tutti letto Gene Sharp e il suo The Politics of Nonviolent Action del 1973. I più brillanti avevano persino seguito la celebre conferenza tenuta da Umberto Eco a New York nel 1967, Towards a Semiological Guerrilla Warfare. È vero: Eco stava teorizzando una pratica di ricezione critica dal basso, una guerriglia della comunicazione volta a restituire autonomia interpretativa a un pubblico passivo. Non stava certo fornendo un manuale operativo per agenti del caos al servizio di potenze straniere. Eco parlava dei Provo olandesi, di azioni simboliche, di manipolazione creativa dei segni pubblici, di uso dei media contro i media, di teatralizzazione politica, di reinterpretazione dello spazio urbano, di piani urbanistici ironici, di mappe frammentate, di percorsi assurdi, di itinerari anti-funzionali. Non immaginava che i suoi studenti si sarebbero trasformati in agit-prop orchestrati dalla CIA e finanziati da Soros.

Eppure, secondo Ruggeri, le cose avrebbero preso esattamente questa piega. La sua ricostruzione paga certamente il prezzo di una contraddizione performativa – la stessa contro cui Eco aveva messo in guardia già nel 1967 – ma poco importa: il libro procede assumendo come plausibile una realtà in cui si può usare Gramsci per spiegare le campagne pubblicitarie di McDonald’s oppure sostenere che il postmodernismo francese – la cosiddetta French Theory – abbia suscitato l’interesse della CIA perché la decostruzione della distinzione tra fatti e finzione si adattava perfettamente agli interessi di un paese che esporta illusioni. Il salto logico tra Derrida e Langley rimane, eloquentemente, implicito.

Personaggi come Lyotard, Baudrillard, Barthes, Foucault, Deleuze e Derrida diventano così i nuovi chierici di manipoli di giovani della middle class americana desiderosi di spendersi nel ramo diritto-umanista: lo stesso ambiente che, nella visione evocata dal libro, alimenterebbe la spectre mondialista, abbeverata ai flussi di denaro provenienti dalla speculazione finanziaria e dai giochi valutari.

Hong Kong a fuoco è un libro che vale la pena leggere, anche solo come documento di un genere preciso – la contro-geopolitica di consumo – che finisce per condividere con gli oggetti della propria critica le medesime strutture retoriche: la certezza assoluta, lo schema totale, il nemico identificato con precisione millimetrica. E tuttavia il testo solleva interrogativi legittimi su meccanismi reali. L’Umbrella Movement viene interpretato come una rivoluzione colorata fallita: il governo di Pechino, scegliendo di tollerare le proteste invece di reprimerle violentemente, avrebbe semplicemente disinnescato la bomba che gli organizzatori speravano di vedere esplodere. La delusione dei professionisti dell’indignazione selettiva – ONG, opinionisti stranieri, fondazioni travestite da soggetti indipendenti – di fronte all’assenza di un bagno di sangue da esibire in prima pagina è descritta con una crudezza narrativa che ha il pregio della chiarezza. Ruggeri ha studiato semiologia a Bologna, avrà seguito le lezioni di Eco e mangiato alla stessa tavola con eccellenti professori francofili: lo Scanto al Foreign Correspondents’ Club deve essere stato forte.

Leo Essen

Leo Essen

Ha studiato all’università di Bologna con Gianfranco Bonola e Manlio Iofrida. È autore di Come si ruba una tesi di laurea (K Inc, 1997) e Quattro racconti al dottor Cacciatutto (Emir, 2000). È tra i fondatori delle riviste Il Gigio e Da Panico. Scrive su Contropiano e L’Antidiplomatico.

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