Venezuela, la 'legittimità' che piace all'imperialismo

4234
Venezuela, la 'legittimità' che piace all'imperialismo

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE



di Geraldina Colotti
 

Il 10 gennaio, in Venezuela, Nicolas Maduro assumerà l'incarico come presidente, dopo essere stato eletto a maggio con oltre 6 milioni di voti. Il suo principale avversario, Henry Falcon, di centro-destra, ne aveva totalizzati meno di due milioni. Maduro ha ricevuto un numero di voti certamente superiore a quelli di altri presidenti di destra, a partire da Trump negli Stati uniti o da Piñera in Cile, senza contare le elezioni in quei paesi, come l'Honduras, dove i brogli e la repressione sono all'ordine del giorno. Eppure, proprio dai presidenti di quei governi che calpestano quotidianamente i diritti basilari dei popoli, arrivano critiche e minacce al Venezuela.


Il segretario di Stato nordamericano, Mike Pompeo preme sui suoi vassalli del Gruppo di Lima, affinché rompano le relazioni diplomatiche con il Venezuela. E già i media mainstream annunciano che gli Usa potrebbero bloccare anche gli acquisti di petrolio venezuelano. Tutti questi signori contestano la “legittimità” di Nicolas Maduro. Ma da chi dovrebbe arrivare la legittimità di un presidente se non dal mandato popolare? Evidentemente, per l'imperialismo, abituato a designare i presidenti latinoamericani in base ai voleri dell'ambasciata Usa e agli interessi del Fondo Monetario Internazionale, non è così. Per loro, ai popoli non spetta di decidere, ma di eseguire gli ordini, facendoseli anche piacere, e poi cercare un falso nemico su cui sfogare rabbia e malcontento: l'immigrato, il diverso, il povero. E perciò, trovano normale andare dal nazista Bolsonaro, ma chiamano “dittatore” Maduro.


E così, su tutti i grandi media internazionali è ricominciata una martellante campagna di disinformazione. Menzogne dello stesso tenore, fatte con lo stampino, diffuse in tutte le lingue e nello stesso giorno. L'Italia, come sempre, spicca. Menzogne pacchiane che dovrebbero far vergognare qualunque giornalista che avesse anche solo un minimo di rispetto per il proprio mestiere, una professione nata per essere al servizio della “verità” e che, invece, evidentemente è al servizio della “verità” del padrone: una verità sonante quanto i dollari che le agenzie per la sicurezza nordamericane dispensano agli eserciti di ong e di associazioni cosiddette umanitarie per fornire falsi dati e cifre gonfiate.


Ma perché ci cascano in tanti, anche in quelle aree che, dall'America latina all'Europa, si dicono di sinistra? E perché chi le menzogne le vede non riesce a farsi sentire con la stessa puntuale ossessività di quella che ci propina il capitalismo?


Certamente, le forze di cui dispongono coloro che non vivono bene in questo sistema iniquo e guerrafondaio, sono poche. Mancano le televisioni, i canali informativi, il tempo da dedicare a una militanza vera quando si deve lavorare, sia fuori casa che in famiglia. Manca una forza che porti l'anticapitalismo in Parlamento e che organizzi un'opposizione efficace. Mancano, purtroppo, anche i luoghi dove ritrovarsi e ritrovare, condividere, organizzare, quella rabbia dei settori popolari che oggi segue false bandiere: le bandiere del razzismo, o delle violenze negli stadi di calcio...


Mancano, anche, gli strumenti politici, che nel secolo scorso – il secolo delle rivoluzioni – consentivano di capirsi anche senza parlare la stessa lingua. La lingua che parlavano i popoli, allora, era quella della lotta di classe, del compattarsi sempre, oltre le differenze, contro un nemico comune. Perché quel nemico lo si riconosceva nella sua violenza strutturale, così come fa il capitalismo che, pur essendo composto da squali in lotta per il profitto, sa ricompattarsi contro il nemico comune: le classi popolari.


Invece, dopo la caduta dell'Unione sovietica, è passata l'idea che il massimo a cui possano aspirare le classi popolari sia la difesa del “male minore”. Più persuasive di tutti sono state quelle sinistre occidentali, progressivamente passate dalla difesa degli interessi popolari a quella delle multinazionali. In Italia, lo vediamo con chiarezza oggi. Oltre ai diritti, questo sistema di complicità e di falsi obiettivi ha tolto al proletariato anche le parole per dire che non ne può più del capitalismo, della povertà che produce e delle sue guerre. “Guerra alla guerra”, si gridava invece nelle piazze del secolo scorso, senza timore di perdere la sedia nel salotto buono: perché sembrava ovvio che solo con la lotta di classe si può raggiungere la pace vera. “Guerra al più povero”, grida oggi l'estrema destra deviando il bersaglio. E funziona.


Nel tempo in cui si cantava che “non è un delitto rubare quando si ha fame”, e che chi rapina una banca è meno colpevole di un banchiere, erano i ricchi ad avere paura. Si rintanavano dentro le loro auto blindate, le loro ville blindate... Oggi, chi lavora per due lire deve pure ringraziare, a fronte dei salari scandalosi dei manager, di parassiti e guerrafondai. Se non si vede a un palmo dal naso, perché si dovrebbe vedere quel che accade davvero in Venezuela?


Il Venezuela, infatti, è un paradigma di tutto questo, perché nonostante gli attacchi e le sanzioni - quelle sì che violano i diritti umani quando bloccano il pagamento di alimenti e medicine – destina oltre il 70% degli ingressi annuali ai piani sociali. Perché ha consegnato già oltre 2,5 milioni di case popolari, mentre solo a Roma ci sono migliaia di case sfitte, ma ti arrestano se le vai a occupare. Che esista un posto nel mondo – un paese pieno di risorse come il Venezuela - dove la ricchezza si mette al servizio della popolazione, è un pericoloso esempio da demolire. Che esista una rivoluzione vittoriosa che resiste, come Cuba, da sess'antanni, è un pericoloso esempio da demolire. Potrebbe far tornare anche da queste parti, qualche “cattiva idea”.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

Potrebbe anche interessarti

Cento Anni di Fidel: il Coraggio e la Coerenza di Fabrizio Verde Cento Anni di Fidel: il Coraggio e la Coerenza

Cento Anni di Fidel: il Coraggio e la Coerenza

Cina, il viaggio non è più quello di una volta (e meno male)   Una finestra aperta Cina, il viaggio non è più quello di una volta (e meno male)

Cina, il viaggio non è più quello di una volta (e meno male)

In Campania una fabbrica di droni destinati a colpire la Russia? di Francesco Santoianni In Campania una fabbrica di droni destinati a colpire la Russia?

In Campania una fabbrica di droni destinati a colpire la Russia?

RUSSELL MEANS, IL NATIVO CHE L’AMERICA NON RIUSCÌ A IGNORARE di Raffaella Milandri RUSSELL MEANS, IL NATIVO CHE L’AMERICA NON RIUSCÌ A IGNORARE

RUSSELL MEANS, IL NATIVO CHE L’AMERICA NON RIUSCÌ A IGNORARE

VENEZUELA: NON COLPEVOLIZZATE LA VITTIMA di Geraldina Colotti VENEZUELA: NON COLPEVOLIZZATE LA VITTIMA

VENEZUELA: NON COLPEVOLIZZATE LA VITTIMA

Complottista a chi? La legge di Gresham per l’informazione di Alessandro Mariani Complottista a chi? La legge di Gresham per l’informazione

Complottista a chi? La legge di Gresham per l’informazione

La nuova provocazione della NATO nei pressi di Kaliningrad di Marinella Mondaini La nuova provocazione della NATO nei pressi di Kaliningrad

La nuova provocazione della NATO nei pressi di Kaliningrad

Succubi e complici di americani ed israeliani di Giuseppe Giannini Succubi e complici di americani ed israeliani

Succubi e complici di americani ed israeliani

Il caro prezzo della Bari "attrattiva" di Antonio Di Siena Il caro prezzo della Bari "attrattiva"

Il caro prezzo della Bari "attrattiva"

Italia e vincolo esterno di Gilberto Trombetta Italia e vincolo esterno

Italia e vincolo esterno

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

ZELENSKY SI INCHINA A UN NAZISTA (di Giorgio Cremaschi) di Giorgio Cremaschi ZELENSKY SI INCHINA A UN NAZISTA (di Giorgio Cremaschi)

ZELENSKY SI INCHINA A UN NAZISTA (di Giorgio Cremaschi)

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti