RIFLESSIONI SULL’ECOPATOLOGIA (di Andrea Zhok)
Il dibattito sul clima è ostaggio di un emergenzialismo ideologico che nasconde i veri obiettivi delle élite. Tra "soluzioni" di mercato inefficaci e progetti di impoverimento di massa, l'unica via d'uscita è un reale cambiamento di sistema fondato sulla sovranità popolare.
312
di Andrea Zhok*
È estate, fa caldo, e come ogni anno in questo periodo si surriscalda anche il dibattito simil-ecologico sul riscaldamento climatico. Prendo spunto da alcune belle riflessioni di Pierluigi Fagan per cercare di districare l’ingarbugliata matassa delle discussioni sul tema e fornire una lettura d’insieme.
La premessa di quanto segue è metodologica e politica: se non impariamo a ragionare distinguendo, se continuiamo a supporre che la forma corretta del dibattere sia la contrapposizione di schieramento, la qualità del dibattito politico continuerà a degenerare. La prima ecologia che dobbiamo imparare a rispettare è un’ecologia del discorso e del pensiero: equilibrio, proporzione, visione organica.
1) RADICALIZZAZIONE IDEOLOGICA. Il tema ecologico nel dibattito pubblico è stato spinto dal solito apparato mediatico a gettone su un tipico binario morto di contrapposizione astratta, “ideologica”. Questo perché la complessità delle tematiche ambientali è stata ridotta ad un singolo problema (il riscaldamento climatico). Questo problema è stato trattato come se ammettesse epistemicamente una singola risposta (l’origine antropica), e quella risposta è stata utilizzata – come al solito – per lasciarsi mano libera su interventi “emergenziali”, antipopolari, asserviti ad interessi particolari, e inutili (rottamazioni forzate, elettrificazione coatta, introduzione di un’infinità di regole e regolette sulla mobilità, sugli immobili, ecc. che colpiscono regolarmente i ceti meno abbienti).
2) IL FENOMENO E L’INTERPRETAZIONE. Che vi sia stato una fase di riscaldamento climatico accentuato nell’ultimo mezzo secolo è certo. Vi sono ragioni per credere che questo riscaldamento possa avere un’origine antropica? Sì, vi sono: possediamo la conoscenza di alcuni meccanismi fisici (effetto serra) e la misurazione di alcune correlazioni. Possiamo dire che queste ragioni hanno carattere apodittico, dimostrativo, ultimativo? No, non possiamo dirlo e ben difficilmente potremo mai dirlo, a causa della natura del problema, che concerne un sistema complesso e unico (il pianeta), e che dunque non può essere sottoposto alle forme dimostrative più forti, cioè i test sperimentali con mutamento delle variabili a monte per vedere gli effetti a valle.
3) DIMOSTRABILITÀ E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE. Il fatto di non poter plausibilmente pervenire mai ad una dimostrazione compiuta è ragione sufficiente per sospendere indefinitamente il giudizio? No, non lo è, per la semplice ragione che siamo di fronte a processi che coinvolgono in maniera potenzialmente assai dannosa l’esistenza di tutti. Dunque è un tipico caso in cui ha senso applicare una forma di principio di precauzione, cioè agire come se l’opzione più dannosa fosse reale.
4) RIGETTO DELL’EMERGENZIALISMO. Assumere il principio di precauzione non significa cadere in una trappola emergenzialista. Il processo di cambiamento climatico, anche se accogliamo l’idea della prevalente origine antropica e anche se adottiamo il principio di precauzione, non fa parte di quei problemi per cui una decisione frettolosa è meglio che niente. Non è qualcosa che può essere risolto nel breve periodo, non è qualcosa che richiede decisioni emergenziali, con il consueto ricorso a scorciatoie, decreti, appelli che ben conosciamo tipo “NON C’È PIÙ TEMPO!” e “FATE PRESTO!”.
5) RIGETTO DELLA DINAMICA AMICO-NEMICO. Un corollario del rifiuto di ogni isteria emergenziale è quello di accettare ad ogni livello, e soprattutto a livello scientifico, la massima ampiezza di dibattito. Vanno fermamente respinti i meccanismi da gregge che oggi imperversano nel mondo scientifico e accademico, dove ogni posizione eccentrica finisce sotto il fuoco incrociato della denigrazione e del declassamento. Espressioni come “negazionista climatico” vanno eliminate dal vocabolario. Un dibattito scientifico in cui solo la tesi prevalente può essere sostenuta non è più dibattito scientifico.
6) LA VERA DIMENSIONE DEL PROBLEMA. Accettare la lettura che traduce “problemi ecologici” con “riscaldamento climatico ad origine antropica”, accentuando un’interpretazione particolare, finisce per nascondere il quadro generale. E il quadro generale è piuttosto chiaro: esiste un processo ECOPATOLOGICO generato dalle forme di vita dell’umanità contemporanea – soprattutto in alcune parti del mondo. Questo processo è legato ad una doppia tendenza: la crescita demografica mondiale e la crescita della produzione-consumo procapite.
Dal 1900 ad oggi la popolazione del pianeta è più che quintuplicata (da 1,6 a 8,3 miliardi) e la produttività procapite è, approssimativamente, centuplicata. Facendo i conti della serva, possiamo dire che tra quando Heidegger o Wittgenstein erano adolescenti ed oggi il tasso di produzione-consumo planetario è aumentato di circa 500 volte. Senza abbracciare fantasie malthusiane o luddiste, bisogna riconoscere che questo processo è intrinsecamente esplosivo. Significa che sia il consumo di risorse, sia la produzione di scarti ed esternalità sono cresciute di 500 volte nell’arco che separa la generazione dei miei nonni dalla presente. Non bisogna essere apocalittici o catastrofisti per comprendere che una curva esponenziale del genere non è sostenibile nel lungo periodo.
Nota bene: È molto più difficile sapere QUALI squilibri un simile processo va a creare che sapere CHE una simile tendenza è destinata a creare gravi squilibri. Questo punto è cruciale. Noi possiamo nutrire moltissimi sospetti intorno a vari processi degenerativi a livello ambientale, possiamo rilevare l’incremento di numerose malattie, identificare processi di depauperamento biologico e desertificazione, possiamo registrare cambiamenti climatici, ecc. e tuttavia l’imputazione causale diretta può rimanere elusiva e contendibile per tempi lunghissimi. Possiamo in sostanza essere certi che il sistema è patologico, senza sapere esattamente quali processi causano esattamente quali danni.
7) L’ORIZZONTE DELLA SOLUZIONE. Se riconosciamo le linee di fondo dell’analisi precedente – e io credo che le riconoscano in molti, anche tra i più entusiasti sostenitori del sistema – ci si trova di fronte all’orizzonte delle possibili soluzioni. Riducendole all’osso le soluzioni che vengono immaginate (e, talvolta, molto più di rado, esplicitate) sono di tre tipi che chiamerò SOLUZIONE DELLA FEDE NEL LIBERALISMO TECNOLOGICO, SOLUZIONE DELLA POTATURA CICLICA e SOLUZIONE DEL CAMBIAMENTO DI SISTEMA.
7.1) LIBERALISMO TECNOLOGICO. La prima soluzione appartiene al novero delle escogitazioni dell’economia liberale. Essa suppone che, per ogni problema, il libero sistema della produzione competitiva troverà una soluzione, non appena quella soluzione sarà economicamente attraente. Questa è la forma in cui vengono incanalate oggi tutte le discussioni di natura ecologica, a partire dal riscaldamento climatico. Non si cambia niente a livello sistemico, ma si spinge per la ricerca di qualche soluzione tecnologicamente innovativa, che ha il vantaggio di aprire settori con margini di profitto allettanti. Si spaccia questa soluzione compatibile con i meccanismi di mercato correnti come decisiva. Simultaneamente si producono sistemi di incentivi e disincentivi economici, volti ad orientare il mercato verso le “soluzioni innovative”. Tutto ciò viene fatto da molti in buona fede. Tuttavia è una strategia insieme socialmente ingiusta e materialmente catastrofica.
Socialmente, questo modello mette in cattura tutti coloro i quali hanno difficoltà a stare all’altezza delle richieste di “innovazione”. L’incremento di controlli e certificazioni, la penalizzazione di beni tecnologicamente obsoleti (automobili, caldaie, ecc.) rispetto a beni tecnologicamente più avanzati mette sempre più gruppi sociali con le spalle al muro: si chiede a Mario la mobilità, la disponibilità a lavorare fuori sede, lo si spinge a vivere in periferia perché i costi delle abitazioni urbane esplodono, e poi lo si punisce perché non cambia la vecchia automobile con un gioiellino ibrido che costa quanto tre anni del suo stipendio.
Ma al netto dell’ingiustizia, questo modello è anche del tutto inefficace nell’affrontare i problemi. Esso infatti affronta i problemi generati dall’iperconsumo e dall’iperproduzione ricorrendo a ulteriore crescita di consumo e produzione. Mentre tappa un buco (ammesso che lo faccia) ne crea altri dieci. Il sistema in perenne accelerazione non ha mai il tempo di fare il punto sui problemi da risolvere, perché ne genera di nuovi a getto continuo.
7.2) POTATURA CICLICA. La seconda soluzione è quella indicibile, ma ben presente agli occhi delle èlite economiche. Siccome non sono tutti stupidi, anche tra chi è riccamente beneficato dal sistema ci sono molti che capiscono che il liberalismo tecnologico non risolve nulla. Ufficialmente continuano a supportarlo, ma ufficiosamente prendono in considerazione scenari alternativi. Questi scenari passano attraverso l’idea che, non potendo (non volendo) prendere in considerazione un mutamento di paradigma produttivo, l’unico punto su cui si può lavorare è la demografia o l’accessibilità di beni ai più. Lo spettro di queste soluzioni vanno da progetti di depopolazione, alla promozione di dinamiche di immiserimento ed esclusione di massa, alla promozione di scenari bellici, all’abbattimento della fertilità creando condizioni di invivibilità per i più.
L’idea di fondo è semplice e coerente, ed è quella che è stato ripetuto da Reagan e Bush, dicendo che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”, ma estesa all’interno degli stessi paesi ricchi (“il tenore di vita delle èlite non è negoziabile”). Quali soluzioni si percorreranno di volta in volta è da vedere. Alcune soluzioni saranno apertamente esplicitabili, altre rimarranno tra le righe, altre ancora saranno del tutto clandestine, ma il punto di fondo è, perdonate la semplificazione: “Povery, dovete morire.”
Che ciò avvenga abbattendo i sistemi sanitari e il welfare, creando condizioni di vita e lavoro che distruggono la fertilità, lasciando che i morti di fame si ammazzino tra di loro per le briciole del sistema, oppure inducendoli ad ammazzarsi tra di loro mettendogli un’uniforme, queste sono decisioni particolari, secondarie.
7.3) IL CAMBIAMENTO DI SISTEMA: La terza soluzione è in certo modo ovvia, ma oggi persino difficile da dichiarare. Siccome i problemi di cui sopra sono alimentati e resi insolubili da una specifica organizzazione sociale, bisogna mutare questa organizzazione. Un sistema che ha bisogno di crescita illimitata, che non può tollerare neppure una lunga pausa di stazionarietà senza collassare, è patogeno. Ovviamente il punto di questo sistema non è e non è mai stato il soddisfacimento di bisogni, neppure dei bisogni più elaborati e raffinati. Se si pensa che dagli inizi del ‘900 ad oggi la produttività procapite è centuplicata ma l’orario di lavoro è rimasto sostanzialmente immutato, si capisce bene che per il sistema ogni capacità produttiva supplementare deve essere impiegata per alimentare il circolo produzione-consumo, e non per liberare tempo umano, non per liberare energie fisiche e mentali. L’avvento prossimo venturo dell’AI in massa sui posti di lavoro è destinato a seguire la stessa parabola: esplosione di produttività e di margini di profitto, carichi di lavoro immutati per chi lavora, competizione aumentata per accedere ad un lavoro qualunque (e dunque compressione salariale).
Per uscire da questo modello bisogna accettare la sua trasformazione in un modello alternativo. E anche qui, di modelli possibili ce ne sono principalmente tre. Un modello dove la SOVRANITÀ NAZIONALE contiene e governa i meccanismi di mercato; un modello dove a contenere e governare i meccanismi di mercato è una forma di SOVRANITÀ POPOLARE, ed infine un modello di autoritarismo coattivo delle èlite, che possiamo chiamare TECNOFEUDALESIMO.
Sovranità nazionale e sovranità popolare sono distinguibili, ma non necessariamente in opposizione. Un sistema come quello della Cina popolare o del moderno Iran sono sistemi in cui la sovranità nazionale riesce a governare e contenere i meccanismi di mercato. Il che significa che, se c’è la volontà politica, è possibile crescere ma anche decrescere o rimanere in una condizione economicamente stazionaria. Ovviamente, quanto più un sistema si integra nel meccanismo dei mercati mondiali e ne accetta le regole, tanto più difficile è mantenere il potere in situazioni di assenza di crescita.
Un sistema a sovranità popolare deve avere caratteristiche di tipo socialista / comunista, cioè deve sottoporre i meccanismi di mercato ad un controllo governato da un fattore unificante di carattere costituzionale, mosso da un impianto di regole e principi che garantiscano la giustizia sociale. Esistono numerosi modelli, ma va detto che storicamente quelli più duraturi hanno sempre abbinato istanze socialiste a forme di sovranità nazionale. Non è necessario che il mercato venga abolito, esso deve essere circoscritto, diviene un gioco interno, un sistema che non può essere mai nelle condizioni di rimpiazzare il meccanismo politico.
Il terzo modello è quello che abbiamo chiamato “tecnofeudalesimo”, ed è la soluzione che più da vicino minaccia la scena occidentale. L’accrescimento del potere su base tecnologica, il suo accentramento nelle mani dei detentori di grandi capitali, la progressiva separazione di questi gruppi dalla società (gated communities) prelude ad un possibile scenario dove le rimanenze della democrazia formale vengono estinte e sostituite direttamente da un governo di grandi corporations, che esercitano un potere illimitato di tipo tecnologico coattivo sulla grande massa della popolazione.
*Post Facebook del 28 giugno 2026


