La resistenza contro le città-vetrina. Recensione di “Pietre senza popolo” (a cura di Armando Maxia)
di Armando Maxia*
“Pietre senza popolo”, il lavoro di Angela Fais, merita ed esige ad un tempo, plauso e pensiero profondo. Scritto in uno stile fluido e coinvolgente, che non disdegna il ricorso misurato alla sottile ironia, prossima al sarcasmo, il libro si presta a diversi piani e chiavi di lettura che mai si elidono o viaggiano giustapposti, ma rinviano ad oggetti fortemente imbricati.
Atto certamente di coraggio politico, del quale c'era veramente bisogno (finalmente!), atto di pensiero e pratica militante che non si limita a “osservare, ma a trasformare il mondo”, atto di denuncia dei processi di turistificazione neoliberista e di gentrificazione delle città, che pervade tutto il lavoro costituendone l'ossatura.
Si addentra con piglio deciso e assertivo nell'analisi del fenomeno di cui scandaglia i meccanismi, mettendone a nudo contraddizioni e mende ad esso connaturate e costitutive, su cui costruire quelle che chiama “azioni di resistenza attiva”.
Ma è in particolare il metodo d'indagine a costituire il punto di forza del libro. La tesi formulata sulla gentrificazione con trasferimento coatto dei cittadini, loro sostituzione con city-users, figure socialmente asettiche, e distruzione del concetto di comunità nei centri storici, non solo è un paradigma applicabile pienamente ad altre città italiane, ma non equivale mai ad un'affermazione di principio, ad assunto ideologico entro cui incardinare e orientare i dati dell'indagine.
Ogni riferimento alle pratiche di trasformazione neoliberista delle città storiche in Disneyland da cui estrarre profitto a vantaggio di gruppi finanziari e a danno degli abitanti originari, è puntualmente suffragato dal riscontro di dati scientifici forniti con dovizia. Talché nessuna affermazione, nessun passo dell'indagine che scandaglia principalmente Palermo anche attraverso una risalita lungo l'asse diacronico, resta mai sospeso in uno iato documentario.
Ma ad essere rilevante e a qualificare il lavoro è ancor più il rigore dello sguardo, a cui non sfuggono i segni non solo materiali ma principalmente simbolici di un processo di turistificazione selvaggia che culmina nella “catastrofe antropologica”, sebbene l'autrice non ricorra mai ad un'espressione di così forte impatto apocalittico. Nondimeno è questo rischio che intende richiamare con la sua colta citazione della dicotomia neoliberista in atto tra urbs e civitas, a ricordarci che a estromettere il popolo, l’agire comunitario della polis, fondata sul logos, non restano che pietre, non luoghi senza spessore diacronico, vuoti di relazioni sociali, residenza di soli “idiotes”, nel pieno senso etimologico.
*Antropologo, direttore e fondatore dell’Ecomuseo della Montagna sarda.



