Cuba non si piega: approvate riforme per spezzare il cerchio dell'assedio

L'Assemblea Nazionale vara un pacchetto di misure che allarga gli spazi al mercato ma tiene salda la barra del socialismo, mentre il blocco USA stringe la morsa su petrolio e finanza

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Cuba non si piega: approvate riforme per spezzare il cerchio dell'assedio

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L'Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba ha varato un importante pacchetto di riforme economiche che ridisegna i confini del modello socialista, in un momento in cui l'isola viene sottoposta a una pressione inaudita da parte degli Stati Uniti. Il blocco ecoomico-finanziario e petrolifero, le sanzioni secondarie e la minaccia militare hanno reso la vita quotidiana dei cubani una prova di resistenza collettiva, e il governo ha deciso che questo è il momento giusto per un vigoroso colpo di timone e provedere a una svolta, come ha ricordato il presidente Miguel Díaz-Canel citando Fidel Castro, cambiare tutto quello che può essere cambiato.

Non si tratta di una resa. Il primo ministro Manuel Marrero lo ha detto con chiarezza: le misure non sono una rinuncia al socialismo, ma la condizione necessaria per preservarlo. Per rilanciare il modello cubano. Quando il nemico usa la fame come arma, quando ogni barile di petrolio, ogni medicinale, ogni tecnologia che arriva a Cuba è il risultato di una battaglia contro un sistema finanziario globale che punisce chiunque provi a commerciare con l'isola, l'unica risposta possibile è l'intelligenza strategica. Cambiare, utilizzare tattiche asimmetriche, come insegna l’Iran.

Le riforme approvate aprono settori che fino a ieri erano considerati tabù. Turismo, agricoltura, finanza, proprietà immobiliare: in tutti questi ambiti si introduce una maggiore flessibilità, si allarga lo spazio per l'investimento straniero, per le imprese private, per le cooperative. Si parla di vendita di immobili ai cubani residenti all'estero, di contratti di superficie fino a 99 anni per gli investitori, di una banca privata sotto il controllo del Banco Central, di importazione diretta di veicoli elettrici. Ma chi legge questi provvedimenti come una capitolazione davanti al neoliberismo sbaglia completamente il bersaglio. Lo Stato mantiene il controllo dei settori strategici, la proprietà sociale resta prevalente, e ogni apertura viene inquadrata in un disegno che non abbandona la pianificazione centrale. In questo caso il modello cinese può far scuola.

Il cambiamento più significativo è forse quello che riguarda il sistema di sussidi. Fino ad oggi lo Stato distribuiva risorse in modo generalizzato, ma la crisi ha reso quel modello insostenibile. Si passa a un sistema mirato, che concentra gli aiuti sulle persone più vulnerabili, mentre si istituisce un Fondo di Protezione Sociale per garantire che nessuno resti scoperto. E c'è un passaggio che la propaganda occidentale farà finta di non vedere: tutti gli attori economici, pubblici e privati, sono chiamati a contribuire al mantenimento delle politiche sociali. Più libertà di impresa, ma anche più responsabilità verso la comunità. Una logica che il capitalismo selvaggio non conosce e combatte con forza.

La riforma salariale interessa il 51% dei lavoratori statali, con un aumento del minimo e un aggiornamento di tutte le scale retributive. Un segnale importante per chi ha tenuto in piedi il paese nei momenti più bui, mentre l'allargamento del settore privato e cooperativo dovrebbe assorbire quella forza lavoro giovanile che troppo spesso viene spinta lontana dall'isola dalla mancanza di prospettive.

Díaz-Canel ha denunciato con parole durissime la natura del nemico e le sue azioni malvagie: “Un castigo barbaro, immeritato, insostenibile”, accompagnato dalla menzogna sistematica e dalla minaccia militare. Ma ha anche rivendicato la capacità di Cuba di resistere “eroicamente e creativamente”. Ed è proprio in questa creatività che si inseriscono le riforme. Perché chi crede che un paese possa essere messo in ginocchio con la fame e le sanzioni, e poi vedere la sua gente arrendersi, non ha capito niente della storia di Cuba e della sua capacità di resistenza. Come già dimostrato nel pieno del cosiddetto periodo especial, segnato dall’implosione dell’Unione Sovietica che rappresentava per Cuba un partner essenziale.

L'Occidente ipocrita parlerà di aperture al mercato, di moderazione, magari di un "socialismo più leggero". Ma la verità è un'altra: Cuba sta cambiando per non morire, e lo fa senza rinnegare la propria anima. Le misure approvate non sono un passo verso il capitalismo, ma un passo avanti nella difesa della rivoluzione, con gli strumenti che il presente rende necessari. Il blocco resta, le difficoltà restano, la guerra economica continua. Ma l'isola ha scelto di reagire con intelligenza, senza cedere di un millimetro sulla sostanza. E questo, per chi ha ancora occhi per vedere, è il vero significato di quello che è successo giovedì all'Assemblea Nazionale.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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