L'inchiesta del New York Times sullo strangolamento israeliano della Cisgiordania
Le restrizioni economiche imposte da Israele dopo il 7 ottobre 2023 hanno spinto la Cisgiordania sull'orlo del collasso finanziario, colpendo ogni aspetto della vita quotidiana e minacciando la solvibilità dell'Autorità Palestinese (AP). A tracciare il quadro è un'approfondita inchiesta del New York Times, dal titolo "How Israel’s Financial Chokehold Is Stifling the West Bank Economy", che descrive nel dettaglio le tecniche utilizzate dal regime sionista per il soffocamento economico del popolo palestinese.
Israele, scrivono i due giornalisti del quotidiano Usa, ha cancellato decine di migliaia di permessi di lavoro per palestinesi nei settori delle costruzioni e dell'agricoltura, sottolineano gli autori dell'inchiesta, facendo schizzare la disoccupazione in Cisgiordania al 28%, più del doppio rispetto al periodo pre-conflitto. La misura ha privato migliaia di famiglie dell'unica fonte di reddito, aggravando una crisi sociale già profonda.
Da maggio 2025, proseguono gli autori del NYT, Israele ha iniziato a confiscare centinaia di milioni di dollari al mese dalle tasse sulle importazioni che riscuote per conto dell'AP, entrate che rappresentano circa due terzi del bilancio dell'Autorità Palestinese per il 2026 (circa 6 miliardi di dollari). Il deficit forzato ha costretto l'AP a ridurre gli stipendi di 140.000 dipendenti pubblici e agenti di sicurezza, a ridurre la settimana scolastica a tre giorni e ad accumulare miliardi di dollari di debiti. Anche il settore sanitario ne risente, con farmacie spesso senza medicinali e ospedali con personale ridotto.
Il governo Netanyahu limita i trasferimenti trimestrali da banche palestinesi a banche israeliane a circa 1,5 miliardi di dollari, molto meno rispetto ai governi precedenti. Di conseguenza, circa 5,7 miliardi di dollari restano «bloccati» nei caveau delle banche in Cisgiordania, impedendo agli operatori economici di importare beni e pagare fornitori. Le due banche israeliane che ancora operano con quelle palestinesi (Israel Discount Bank e Bank Hapoalim) hanno espresso timore di cause legali per riciclaggio o finanziamento al terrorismo e hanno minacciato di interrompere i rapporti. Funzionari palestinesi avvertono che un eventuale distacco totale porterebbe a una «crisi piena».
Nuovi posti di blocco e la chiusura di 5 su 7 ingressi/uscite a Hebron – secondo quanto riferito dal sindaco e dai residenti – soffocano la circolazione interna di merci e persone, aggravando ulteriormente la crisi economica locale.
La risposta politica e le prospettive future
Il primo ministro dell'AP, Mohammed Mustafa, definisce la situazione un «enorme problema» che colpisce tutti, mentre il governatore dell'Autorità Monetaria Palestinese, Yahya Shunnar, avverte che la «finestra per agire si sta chiudendo rapidamente». L'ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu accusa l'AP di «distogliere l'attenzione dal suo sostegno al terrorismo e dal mancato riformismo», mentre il ministero delle Finanze guidato da Bezalel Smotrich – descritto come forza motrice della campagna di pressione – non ha risposto alle richieste di commento.
L'unica speranza citata da analisti e funzionari palestinesi è un possibile cambio di governo in Israele alle elezioni di ottobre, con un esecutivo meno incline a «infliggere dolore» ai palestinesi. Nel frattempo, conclue il NYT, il rischio di un collasso finanziario dell'Autorità Palestinese rimane concreto e imminente.


