100 anni dalla nascita di Fidel Castro: l'uomo che cavalcava il futuro
di Federica Cresci, Cuba Mambi gruppo di Azione Internazionalista
Il 13 agosto 1926 nasceva a Birán Fidel Castro Ruz.
A cento anni dalla sua nascita sarebbe facile ricordarlo attraverso le immagini che appartengono ormai alla storia: la Sierra Maestra, il gennaio del 1959, le interminabili piazze dell'Avana, la divisa verde olivo, i discorsi pronunciati davanti a un popolo che aveva deciso di riprendersi il proprio destino.
Ma sarebbe anche il modo più semplice per rimpicciolirlo.
Perché Fidel Castro non appartiene soltanto alla storia della Rivoluzione cubana. E forse il modo migliore per ricordarlo, cento anni dopo, non è domandarsi semplicemente ciò che ha fatto, ma quanto del suo pensiero continui a parlare al mondo nel quale viviamo.
Fidel fu un rivoluzionario marxista, un capo di Stato, un dirigente politico. Ma fu soprattutto un uomo capace di pensare politicamente oltre il proprio tempo e oltre i confini del proprio Paese.
Aveva compreso una cosa fondamentale: nessun popolo è realmente libero se la sua libertà dipende dalla povertà, dall'ignoranza o dalla subordinazione di un altro popolo.
È qui che l'internazionalismo cubano assume un significato che ancora oggi continuiamo troppo spesso a non comprendere.
Cuba non ha esportato ricchezza. Non ne aveva.
Ha esportato ciò che possedeva: conoscenza, medici, insegnanti, competenze, solidarietà.
Ed è forse questa una delle intuizioni più rivoluzionarie di Fidel.
La solidarietà non è dare qualcosa al povero affinché continui a sopravvivere da povero. Non è carità. Non è l'elemosina concessa dal mondo ricco al mondo che quello stesso sistema economico ha contribuito a impoverire.
Solidarietà significa mettere un essere umano nelle condizioni di non avere più bisogno della nostra elemosina.
Significa insegnare a leggere.
Formare un medico.
Costruire una scuola.
Trasferire conoscenza.
Restituire dignità e autonomia.
Per questo da Cuba sono partiti, per decenni, migliaia di medici verso luoghi nei quali spesso nessuno voleva andare. E per questo giovani provenienti da paesi poverissimi hanno potuto studiare medicina sull'isola e tornare nelle proprie comunità come medici.
Non si regalava loro semplicemente una cura.
Si dava loro la possibilità di diventare quelli che avrebbero curato gli altri.
Questa è politica. Questa è una precisa concezione marxista dell'emancipazione.
Ed è anche la ragione per cui Fidel non può essere rinchiuso geograficamente dentro Cuba.
C'è un pezzo di Fidel nell'Africa che combatté il colonialismo e l'apartheid. C'è nella Palestina alla quale Cuba non ha mai smesso di riconoscere il diritto alla dignità e all'autodeterminazione. C'è nei popoli latinoamericani che hanno tentato di sottrarsi alla condizione secolare di cortile di casa degli Stati Uniti. C'è in ogni luogo nel quale un popolo abbia rivendicato il diritto di decidere autonomamente il proprio futuro.
Nelson Mandela non dimenticò mai chi era stato accanto al popolo sudafricano quando essere contro l'apartheid non era ancora diventato conveniente.
E questo dice molto di Fidel.
Ma dice ancora di più del concetto cubano di internazionalismo: non chiedere a un popolo che cosa possa restituirti prima di decidere se meriti solidarietà.
Fidel aveva compreso anche un'altra cosa che oggi dovrebbe obbligarci a rileggerlo.
Aveva capito che la grande contraddizione del nostro tempo non sarebbe stata soltanto tra capitale e lavoro, ma tra un modello economico fondato sull'accumulazione infinita e un pianeta dalle risorse finite.
Aveva compreso che fame, sottosviluppo, guerra, devastazione ambientale e disuguaglianza non erano crisi separate.
Erano facce dello stesso sistema.
Ed è precisamente qui che Fidel diventa tremendamente contemporaneo.
Viviamo in un mondo capace di produrre una ricchezza immensa e contemporaneamente incapace di garantire una vita dignitosa a milioni di esseri umani.
Un mondo nel quale la medicina raggiunge risultati straordinari mentre milioni di persone continuano a non avere accesso alle cure fondamentali.
Un mondo che parla continuamente di diritti umani ma continua a misurare il valore degli esseri umani sulla base del luogo nel quale sono nati, del passaporto che possiedono e della ricchezza che possono produrre.
Fidel aveva scelto da che parte guardare questo mondo.
Dal basso.
Dalla parte dei popoli colonizzati, dei poveri, degli esclusi, di quelli che la storia ufficiale considera periferia.
Ed è forse questa la ragione per cui continua a essere una figura tanto ingombrante.
Perché si può discutere Fidel Castro. Si possono discutere le sue decisioni, le sue scelte, persino i suoi errori. È ciò che si deve fare con qualsiasi grande figura storica.
Quello che diventa molto più difficile è ignorare le domande che ha lasciato.
Può esistere libertà senza giustizia sociale?
Può esistere democrazia quando milioni di esseri umani non possiedono gli strumenti materiali e culturali per esercitarla?
Può chiamarsi sviluppo un sistema che concentra enormi ricchezze nelle mani di pochissimi mentre condanna interi popoli alla dipendenza?
E soprattutto: che valore ha una rivoluzione se termina alla frontiera del proprio Paese?
A cento anni dalla nascita di Fidel Castro, forse è proprio questa l'eredità che vale la pena difendere.
Non l'imitazione.
Non la nostalgia.
Non il culto.
Il metodo.
Studiare la realtà. Comprenderne le contraddizioni. Scegliere da che parte stare. E poi avere il coraggio di agire di conseguenza.
Fidel appartiene a Cuba perché Cuba lo ha generato.
Ma appartiene all'Africa, all'America Latina, alla Palestina, al Sahara, ai popoli che hanno combattuto il colonialismo e a quelli che ancora oggi combattono perché nessuno decida al loro posto.
Appartiene, soprattutto, a quella parte dell'umanità che continua ostinatamente a pensare che il destino di un essere umano non debba essere deciso dal luogo nel quale nasce.
Cento anni dopo, dunque, non abbiamo bisogno di mettere Fidel su un piedistallo.
Abbiamo bisogno di fare qualcosa di molto più difficile.
Rimettere in circolazione le sue domande.
Perché finché esisterà un bambino al quale viene negata una scuola, un malato al quale viene negata una cura, un popolo al quale viene negata la sovranità, un essere umano costretto alla fame mentre qualcun altro accumula ciò che non potrebbe consumare in cento vite, la questione che attraversò l'intera esistenza di Fidel resterà aperta.
Che cosa siamo disposti a fare perché la dignità non sia un privilegio?
Forse è per questo che, cento anni dopo Birán, Fidel continua a essere così difficile da consegnare alla storia.
Perché alcuni uomini appartengono al proprio tempo.
Altri riescono a vedere più lontano.
E poi ce ne sono pochissimi che, attraversando il proprio tempo, riescono a parlare anche a quello che verrà.
È questa l'eternità di Fidel.
Non l'eternità del mito, ma quella delle idee che continuano a camminare quando l'uomo non c'è più. Idee che diventano coscienza, strumenti, possibilità; che passano da una generazione all'altra e continuano a produrre pensiero, resistenza, emancipazione.
Fidel non ha mai preteso di essere infallibile. Ha attraversato vittorie, sconfitte, errori, contraddizioni e cambiamenti enormi della storia. Ma non ha mai cambiato il punto dal quale guardava il mondo.
Gli ultimi. I popoli. La loro dignità. La loro possibilità di essere liberi.
Ed è rimasto lì fino alla fine.
Silvio Rodríguez lo aveva scritto ne El necio:
«Yo me muero como viví».
Forse è tutto qui.
È morto come ha vissuto.
Ma ciò per cui ha vissuto non è morto con lui.
Ed è per questo che oggi non celebriamo semplicemente un centenario.
Cent'anni li compie l'uomo nato a Birán il 13 agosto 1926.
Fidel, invece, appartiene ormai a quel tempo infinito in cui entrano soltanto le idee che diventano patrimonio dell'umanità.


