Lavoro, servizi, e infrastrutture in Italia

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Lavoro, servizi, e infrastrutture in Italia

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di Giuseppe Giannini

L’Italia, nonostante tutto, è ancora una delle maggiori economie mondiali (fa parte del G7). Tuttavia, questa ricchezza dove sta? A chi appartiene? Da noi, come nel resto delle economie avanzate, il patrimonio dei grandi ricchi aumenta. Con esso, anche la forbice dei redditi, e quelli medi si apprestano a raggiungere i woorking poor.

Abbiamo assistito a decenni e decenni di ridimensionamento delle politiche pubbliche, a tagli lineari, ma distanti dalla particolarità delle varie realtà. Spesso il quadro di riferimento è dato dalla spesa storica consolidata e non si ha una visione di insieme. Manca la lungimiranza, viene meno la capacità di investire sul futuro del Paese e nelle nuove generazioni. I sacrifici vengono imposti dal tecnicismo austeritario europeo, in funzione dei vincoli e, soprattutto, di diktat iperliberisti, che demandano al mercato, alla competizione e all’individualismo (il self-made man), prescrivendo modelli da seguire, suggerendo dove intervenire.

Quindi, in maniera acritica, gli esecutivi italiani della cd. Seconda Repubblica hanno optato per: taglio della spesa pubblica; privatizzazioni e svendita di settori prima controllati dallo Stato; eliminazione formale delle province; allungamento dell’età pensionabile; introduzione e stabilizzazione di forme di lavoro precario. E, se aggiungiamo altri dati, allora, possiamo vedere che siamo davvero messi male.

Infatti, l’Italia è tra i Paesi dell’area OCSE quello dove le ore che vedono impegnate i lavoratori (non il numero di essi) sono maggiori, e dove si va più tardi in pensione, con i salari fermi o decurtati da trent’anni[1], anche in ragione dell’inflazione e delle varie crisi endemiche o indotte. Nella p.a. l’età media è fra le più elevate in Europa; il numero dei laureati e diplomati è inferiore ai Paesi virtuosi; gli insegnanti sono fra i meno pagati e potremmo continuare. Tutte “le riforme” sono state pensate per rispettare, gli impegni presi. Pertanto, si è provato ad evitare gli eccessi di spesa, che vengono visti come sprechi, ma le scelte spettano ai vari governi, che devono essere capaci di far quadrare i conti. Per la UE importanti sono solo i parametri di bilancio. Uno scenario che rappresenta bene la fine del welfare state.

Da trent'anni tutti i governi hanno tagliato la spesa pubblica ed ora ci ritroviamo con un Paese invecchiato, infrastrutture decrepite ed un turn over lavorativo, praticamente, bloccato. I redditi, per chi lavora o è in pensione, sono insufficienti. Nei prossimi anni la bomba sociale scoppierà, perché dai ventenni agli over 50, salvo rare eccezioni (perlopiù figlie del clientelismo politico) parliamo di lavoratori poveri o poco qualificati, con salari da fame, ed inevitabile bassa contribuzione quando si raggiungerà la pensione.

Un tema che riguarda i nati negli anni ’80 che, anche nelle rare ipotesi in cui si troveranno con quarant’anni di lavoro, riceveranno comunque una pensione vicina a quella sociale (a causa dei privilegi assicurati a lavoratori di settori determinati che, pur non avendo particolari titoli o meriti, sono andati in pensione molto prima, per non parlare dei baby pensionati e del cumulo delle pensioni).[2] Un sistema che non può reggere, anche in vista dell’avvento dell’intelligenza artificiale, e che falcidierà milioni di posti di lavoro. Quindi, se non si interviene in maniera strutturale non si va da nessuna parte. Altro che ulteriore allungamento dell’età pensionabile, bonus ed incentivi alle aziende o disponibilità ad accettare lavori usuranti e sottopagati. L’unica soluzione è la distribuzione della ricchezza. Facendo pagare i parassiti che vivono di rendita, che sfruttano i lavoratori ed hanno un fisco amico. Bisogna intervenire ripensando il lavoro nel complesso (il suo impatto sociale ed ambientale), facendo lavorare meno e coinvolgendo più persone. Aumentando i salari, adeguando il potere d’acquisito. E, mai come ora, è necessario approntare forme stabili di sostegno al reddito (di base o autodeterminazione). Inteso come trasferimento monetario e di servizi, sia per chi lavora che per quelli che sono inoccupati, in maniera tale da garantire una esistenza libera e dignitosa. Il lavoro ed il reddito dunque, dopodiché misurare il progresso e l’efficienza di un Paese e della classe dirigente valutando i servizi che offrono, la qualità delle infrastrutture. Oggi, visto anche l’invecchiamento della popolazione (e gli stili di vita) la voce di spesa più grande per le regioni è data dall’esborso in materia sanitaria. E’ vero, gli sprechi abbondano, però, a forza di tagli ci stiamo indirizzando verso l’americanizzazione del settore. Cure, visite ed esami diventano sempre più costosi e non tutti possono permettersi un’assicurazione o affidarsi al privato a pagamento. Vogliamo parlare delle infrastrutture? Guardiamo alla viabilità o al collegamento tra centro e periferia, tra città e province, tra le regioni. Salvo il motore economico (dello sfruttamento di lavoratori e territori) del Nord con una logistica efficiente ed una rete di stampo europeo, il resto del Paese risente di strade vecchie, carenza di mezzi pubblici adeguati e ritardi sulle linee ferroviarie ed aeree.

Al Sud sembra di essere fermi al dopoguerra. Ci vogliono ore ed ore per fare poche centinaia di chilometri. Le isole sono letteralmente staccate dal continente. E la politica a cosa pensa? all’alta velocità o a ponti immaginari. Quando parliamo di infrastrutture però pensiamo ad un adeguamento o rinnovamento di quelle esistenti. Nel mondo del digitale i dati viaggiano a velocità che il sistema della nostra rete internet non riesce a reggere. E così la linea telefonica. Basta un bug informatico, o temperature troppo elevate per mandare in tilt un modello al collasso.

La tanto decantata digitalizzazione della p.a, i server per la gestione dell’intelligenza artificiale, le auto elettriche e tutto ciò che è innovativo e tecnologico, rimessi nelle mani di un insieme infrastrutturale da rimodernare. Così, come nostra abitudine, ci troviamo indietro rispetto agli altri Paesi, ed a una economia che non aspetta i ritardatari. Il dramma della nostra arretratezza però si evince anche in quei servizi, che dovrebbero essere di base per cittadini ed imprese. Guardiamo agli sportelli bancari o postali, che chiudono o vengono ridimensionati.[3] Alla mancanza di personale nei settori fondamentali: dalla sanità alla scuola, da chi sovraintende all’ordine pubblico a quanti dovrebbero essere dediti alla manutenzione del territorio. Siamo il Paese che presenta i più alti rischi idrogeologici, anche a causa di impatti climatici sempre più estremi, e che facciamo? Invece di curare e presidiare i territori, con le aree interne abbandonate a loro stesse, puntiamo sulla cementificazione per le speculazioni degli immobiliaristi e per lo stoccaggio delle merci. Nessuna prevenzione e niente assunzioni di personale. Investiamo, invece, sulle politiche economiche di guerra. L’aumento delle spese militari a discapito di quelle destinate a rendere servizi ai cittadini. E poi la brandizzazione e turistificazione dei territori.

L’invasione di prodotti nocivi e degli ogm . Nascono nuove forme di dipendenza e servilismo. Tutto sommato, però abbiamo il governo più longevo (e peggiore) della storia. E, allora, cosa c’è che non va? E’ il progresso (della tecnica e non dell’essere umano). Possiamo sempre rifugiarci nel mondo virtuale, e far finta di niente.

[1] I Paesi dell’Est e la Grecia sono quelli con la settimana lavorativa più lunga, di circa 40 ore; Italia e Spagna sono sulle 36 ore; in Francia la media è di 35 ore; in Germania circa 34; in Olanda il valore più basso con 32 ore. Parliamo sempre di lavoro regolare, perché nella pratica ci sono realtà (il Meridione d’Italia) e settori (la logistica, la ristorazione) che presentano forme moderne di schiavitù. E dove vengono superate abbondantemente le 40 ore (o le 48 ore massime comprensive di straordinario), conquista del Novecento, che ha cercato di normalizzare il lavoro. I contratti inesistenti e atipici, la catena dei subappalti, l’inosservanza delle norme sulla sicurezza e la salubrità, figlie di questo sfruttamento determinano, quindi, incidenti, danni ambientali, malattie professionali, morti bianche. Aumentano le ore (altrove invece si pensa alla settimana corta lavorativa di quattro giorni) ma la produttività e i salari sono fermi dalla metà degli anni novanta. Un’altra eccezione italiana è data dalla differenza salariale a parità di lavoro tra uomini e donne e tra aree del Paese (un operaio del privato al Nord arriva a guadagnare il doppio di un collega del Sud).

[2] Anche qui, l’Italia è fra i Paesi con l’età più alta - 67 anni - per andare in pensione (in vigore dal 2019). Gli altri Paesi si stanno via via adeguando, portando l’età a 65, 66, 67 anni. In Francia si va tra i 62 e i 64 anni.

[3] Negli ultimi dieci anni sono stati chiusi oltre il 30% degli sportelli bancari. Quelli postali vedono ristrutturazioni, che si traducono in privatizzazioni, personale sottodimensionato, ipotesi di chiusura e, parziali riconversioni verso i settori della consulenza finanziaria ed assicurativa.

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