Il referendum che rischia di far riesplodere il conflitto russo-georgiano

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Il referendum che rischia di far riesplodere il conflitto russo-georgiano

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di Eugenio Cipolla

Mentre l’Italia è affaccendata con il congresso del Pd e concentrata sulla crucialità del ruolo di Berdini nella giunta Raggi, il mondo va avanti, producendo guerre e conflitti alla stessa velocità di come si produce nelle fabbriche del terziario. Non ci sono solo la Siria, lo Yemen e l’Ucraina tra le zone “calde” del pianeta. Esiste infatti un nutrito gruppetto di conflitti locali e regionali, spesso congelati, che, se alimentati in un certo modo, rischiano di esplodere su larga scala e coinvolgere i principali attori della politica internazionale. Tra questi c’è sicuramente la disputa tra la Georgia e la Russia per l’Ossezia del sud, territorio conteso tra Mosca e Tbilisi da più di vent’anni.

Era il 28 novembre del 1991 quando l’Ossezia del sud si autoproclamò indipendente dalla Georgia. Al pari di quella dell’Abkhazia, altra regione georgiana al centro dello scontro tra Russia e Georgia, l’indipendenza dell’Ossezia del sud non è stata riconosciuta a livello internazionale, anche se oggi questa regione è de facto indipendente e sul piano commerciale, diplomatico e della difesa dipende quasi totalmente da Mosca. Dopo la guerra lampo del 2008 la situazione è rimasta relativamente tranquilla con Tbilisi e Tskhinvali, capitale dell’autoproclamata repubblica, che hanno provato a ricostruire un rapporto tramite i vari tavoli messi su dalla diplomazia occidentale (i colloqui si sono tenuti quasi tutti a Ginevra, l’Astana della guerra in Siria, la Minsk della guerra in Ucraina). Ora, però, anni di duro lavoro potrebbero essere messi a repentaglio da un nuovo scontro tra il governo centrale e la regione separatista.

Il 9 aprile in Ossezia del sud si terranno le elezioni per eleggere il nuovo presidente. E Leonid Tibilov, ex agente del KGB e presidente uscente in carica dal 2012, oltre ad aver annunciato l’intenzione di correre per un secondo mandato, ha deciso di organizzare un referendum per rinominare la regione con una nuova denominazione. Cosa che ha scatenato il disappunto di Tbilisi. «Un referendum, un'elezione o qualsiasi altro evento che pretende di esprimere la volontà della popolazione non può avvenire su un territorio che è occupato da uno Stato straniero, dove una parte importante dei residenti locali sono stati trasferiti, dove ha avuto luogo una pulizia etnica e dove l'unica forza che controlla l'area oggi è la Federazione Russa», ha detto il presidente georgiano Margvelashvili, convinto un cambiamento del nome per la regione di Tskhinvali sarebbe un passo ulteriore verso l'annessione alla Russia. «Invitiamo ancora una volta la Federazione Russa a prendere le misure adeguate per rimuovere l'occupazione dei territori della Georgia e adempiere agli obblighi internazionali».

A infastidire Tbilisi è l’iniziativa di cambiare il nome della regione in “Repubblica dell’Ossezia del Sud – Stato di Alania”, percepito da molti un tentativo di accomunare la nomenclatura a quella dell’Ossezia del Nord-Alania, oblast federale della Russia. «Questo consentirebbe alla Repubblica di riprendere il suo nome storico», ripetono in questi giorni da Tskhinvali.

Nella delicata strettoia tra integrità territoriale di uno Stato e diritto all’autodeterminazione di un popolo, si sono ovviamente inseriti gli Stati Uniti d’America. L’ambasciata Usa a Tbilisi ha condannato l’organizzazione del referendum, definendolo “illegittimo”. «Gli Stati Uniti non riconosceranno i risultati di un referendum illegittimo che viene condotto sul territorio della Georgia senza l'esplicito consenso del governo», si legge in una nota dell'ambasciata. «Le regioni dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia sono parte integrante della Georgia, e ribadiamo il nostro forte sostegno alla sovranità della Georgia e all'integrità territoriale all'interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale». 

Nel frattempo Mosca, impegnata su più fronti, rimane a guardare in attesa di eventuali mosse azzardate da parte dell’amministrazione Trump. Mentre a Tskhinvali la campagna elettorale prosegue. Eduard Koloiti, ex presidente dell’autoproclamata Repubblica e Anatolij Bibilov, presidente del parlamento locale, sfideranno Tibilov. L’obiettivo è impedirgli di arrivare al 54,12% che lo decretò presidente della Repubblica sud-osseta.

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