Mladic. E se la versione della NATO non fosse quella vera?
di Fabrizio Poggi
28 agosto. È stato lasciato morire in carcere a L'Aja, dove era rinchiuso dal 2011, il generale Ratko Mladic, condannato all'ergastolo da quella sorta di tribunale della nuova inquisizione ispirata ai dogmi della “democrazia” liberale. Aveva 84 anni, ma da tempo era gravemente malato, anche se i “padri della chiesa” del supposto Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia gli avevano negato la scarcerazione per motivi di salute.
Ai funerali di Mladic, in Serbia, non ci sarà la figlia Ana, morta nel 1994; con ogni probabilità “suicidata”.
Ammettendo una colpevole scarsissima conoscenza delle questioni jugoslave, ci limitiamo dunque ad alcune brevi osservazioni che, a nostro parere, accomunano la euroatlantista “informazione” su vita e morte del generale Mladic alle narrazioni propinate sugli sviluppi del conflitto USA-NATO-UE con la Russia in territorio ucraino. Inutile ripetere che, da sempre, per cancellerie e media euro-atlantici, i “nostri” (i loro) beniamini agiscono secondo i comandamenti evangelici, mentre i diabolici “aggressori” - oggi russi, ieri serbi – che imperversano contro il regno dei cieli liberale non sono altro che una terrena incarnazione delle malvagie fiere luciferine, assetate di sangue e cinicamente votate alle stragi più efferate. Bucha come Srebrenitsa, dunque; e nelle vene dei massacratori di civili innocenti corre, da una parte come dall'altra, “sangue slavo”, laddove nel caso del massacro del 2022, lo stesso sangue accomuni entrambe le parti in conflitto e sia d'obbligo un sacro silenzio di fronte alle richieste russe di indagini internazionali. Bucha, come anche per le bombe sul mercato di Sarajevo nel 1994, “senz'altro di provenienza serba”, nonostante le stesse forze di osservazione britanniche avessero assicurato che i colpi provenissero dalle postazioni dei musulmani bosniaci. Ma, si sa, ciò che conta, in questi casi, è quasi esclusivamente la “comunanza di ideali” liberal-europeisti tra Kiev e le cancellerie UE. E, nel caso del 1995, i medesimi “ideali” impongono di sorvolare sulle atrocità dei tagliagole musulmani nei confronti della popolazione serba, puntando invece l'indice accusatore verso «il macellaio di Srebrenica», come il signor Francesco Battistini definisce il generale Mladic sul Corriere della Sera del 28 agosto, ricorrendo a un'etichetta diventata “vangelo”.
NATO, USA, UE unite dunque nel comune “sentire” della “civiltà occidentale”, assediata, si dice, dalla barbarie che viene dalle regioni autocratiche iperboree, così come prima, all'epoca in cui l'appena “risorta democrazia” russa dava a ben sperare anche in terra jugoslava (indicativo, per un determinato aspetto, il film russo “La linea balcanica”) veniva dai loschi intrighi di una Belgrado che, allora, era lontana dai tentennamenti filo-europeisti di oggi.
E così è per lo stesso cosiddetto tribunale internazionale, che elargisce accuse e condanne sulla base dei medesimi “valori democratici” dettati dal medesimo filo nero che, ieri come oggi, unisce in un tutt'uno l'aggressione alla Jugoslavia, i biechi artefici di quell'aggressione e i gli infami esaltatori del regime nazigolpista di Kiev, uniti nei turpi accostamenti tra Russia e Terzo Reich. Un filo nero che, sulle pagine del Corriere, dà fiato alle ritrite furfantesche “liberalità” di un Ratko Mladic che sarebbe stato «”uno dei peggiori criminali” mai conosciuti dall’umanità», autore, scrivono, di tutto il male occorso nella tragedia jugoslava, indipendentemente da chi fosse stato commesso quel male; tanto, chisseenefrega, quando fa comodo, anche i peggiori “figli di puttana” sono “nostri figli di puttana” e, dunque, eroi e santi. E dunque, avanti con l'addossare stragi e sciacallaggi, oggi, ai malefici soldati russi in Donbass e ieri ai criminali serbi in Bosnia. “Orrore” perché a «Belgrado, il nome di Mladic è acclamato da centinaia di graffiti e perfino il tennista Novak Djokovic si vanta di frequentarne gli amici» e allora vade retro pure Djokovic, perché osa onorare il «figlio d’un partigiano titino, morto combattendo i croati». Tale padre, tale figlio, sembra voler dire il signor Battistini, omettendo democraticamente di ricordare che non di “croati” si trattasse, ma di ustaša fascisti croati: allo stesso modo del ritornello fascista degli “infoibati sol perché italiani” e non certo perché fascisti italiani macchiatisi di crimini contro la popolazione slava.
Un filo nero, dunque, che unisce i media liberal-guerrafondai, oggi, nell'acclamare i nazigolpisti di Kiev e lanciare l'allarme su una Russia che «attaccherà l'Europa» e che ieri plaudeva alle “democratiche” bombe su Belgrado: «meritate», dicevano, per quanto fatto a Srebrenitsa. Farabutti.
Ma finiscono qui le nostre parziali osservazioni. Lasciamo la parola ad altri, più qualificati. Così, Oliver Galic, da Belgrado, scrive su PolitNavigator che se una lezione più importante di altre viene dalla vicenda di Ratko Mladic è che bisogna sempre valutare il prezzo di ogni accordo con l'Occidente. Oggi, scrive Galic, un altro tribunale illegale creato dall'Occidente a L'Aja ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, mentre emissari occidentali si recano regolarmente a Moskva con proposte di vari "accordi": è «comprensibile che la cortesia diplomatica e l'ospitalità russa richiedano che essi vengano accolti. Tuttavia, durante i negoziati con queste persone, il destino del generale Ratko Mladic dovrebbe sempre essere tenuto presente». Perché, in effetti, più di una volta gli accordi sottoscritti per un cessate il fuoco o per intese tra entità etniche diverse, sono stati disattesi proprio dagli esponenti di quei paesi il cui unico vero scopo era quello di accelerare il dissesto della Jugoslavia attraverso la rovina della entità su cui poggiava l'architrave dell'intero paese: la Serbia. Nel corso della guerra civile in Bosnia Erzegovina, scrive Galic, il comandante dell'esercito della Republika Srpska, Ratko Mladic, cercò di evitare vittime civili e si «conformò regolarmente alle richieste occidentali. Ma per aver salvato decine di migliaia di civili a Srebrenitsa, il generale fu dichiarato "autore di genocidio", processato in un processo illegale e condannato a una prigione illegale... Il generale Ratko Mladic è stato un eroe nazionale per il popolo serbo per decenni, e la sua morte, avvenuta il 27 agosto 2026 a L'Aja, per mano di un organo completamente illegale, non farà che rafforzare questo status».
Sintetizzando storia e biografia, ricorda Galic, nell'estate del 1991 Mladic era stato nominato comandante del corpo d'armata dell'Esercito Popolare Jugoslavo nella città a maggioranza serba di Knin (oggi Croazia). Dal dicembre del 1990, Knin era il centro della Repubblica Serba di Krajina, proclamata dai serbi croati in risposta all'inizio della repressione di massa da parte di Zagabria. Tuttavia, «a Ratko Mladic fu ordinato non di proteggere i serbi, ma di negoziare con i croati, condurre "operazioni di mantenimento della pace" e separare le parti in conflitto. Solo nell'agosto-settembre del 1991, quando gruppi armati croati iniziarono ad attaccare non solo gli insediamenti serbi, ma anche le caserme dell'esercito jugoslavo, il corpo d'armata del colonnello Mladic condusse diverse operazioni di successo contro i croati».
La Krajina serba, protetta dal corpo d'armata di Mladic, si sentiva relativamente al sicuro, ma a fine 1991 i serbi iniziarono ad avere problemi nella vicina repubblica jugoslava di Bosnia Erzegovina: la maggioranza musulmana, guidata da Alija Izetbegovic, con il sostegno dei croati locali, intendeva trasformare la repubblica in uno stato musulmano; i serbi rischiavano lo sterminio, l'espulsione o, nella migliore delle ipotesi, una cittadinanza di terza classe. Pertanto, nel gennaio del 1992, proclamarono la Republika Srpska in Bosnia Erzegovina.
Tra tentativi accordo e ricatti, azioni di pulizia etnica contro la popolazione serba a Sarajevo, si arriva all'attacco terroristico del 27 maggio 1992, nel centro di Sarajevo, con l'uccisione di decine di persone e l'accusa lanciata contro l'esercito della Republika Serba, sebbene fosse impossibile raggiungere il luogo dalle posizioni serbe. Si assiste quindi alla consegna dell'aeroporto di Sarajevo alle forze “di pace” UNPROFOR, nel giugno 1992: Mladic consegnò l'aeroporto alle forze canadesi e, da quel momento e per tutta la guerra in Bosnia Erzegovina, il sito divenne una fonte di armi e munizioni per i musulmani.
A dicembre 1992, l'esercito della Republika Srpska controllava il 70% del territorio della Bosnia Erzegovina; nell'estate del 1993, il generale lanciò l'operazione “Lukavats”, che isolò completamente Sarajevo, e i serbi avanzarono verso le ultime roccaforti musulmane in Bosnia Erzegovina: le città di Bihac, Goražde, Žepa, Srebrenitsa, Tuzla. La guerra, dice Galic, avrebbe potuto finire allora, ma l'ONU dichiarò quelle città "zone di sicurezza" e Mladic accettò tale decisione, nonostante i musulmani all'interno di queste zone, protetti dal UNPROFOR, compissero regolarmente incursioni e massacri di civili serbi. Si arriva alla provocazione del febbraio 1994, quando i musulmani bosniaci esplosero un colpo di mortaio da 120 mm contro il mercato centrale di Sarajevo, uccidendo 68 persone e ferendone oltre 200. L'allora comandante del UNPROFOR, il generale britannico Michael Rose, testimoniò che il colpo di mortaio proveniva da posizioni musulmane, ma alla fine la colpa fu attribuita ai serbi. La NATO lanciò un ultimatum all'esercito serbo-bosniaco: ritirare le armi pesanti a 20 chilometri da Sarajevo, altrimenti sarebbero iniziati massicci raid aerei sulle posizioni serbe. Ancora una volta, Mladic accettò, a condizione che ciò non portasse a un'offensiva musulmana, cosa che invece poi avvenne. E nel novembre dello stesso anno, con il pretesto di proteggere la "zona di sicurezza" di Bihac, gli aerei della NATO iniziarono comunque a bombardare i serbi.
Srebrenitsa fu catturata l'11 luglio 1995; alcuni militanti riuscirono a fuggire dalla città, ma più di duemila vennero fatti prigionieri, mentre le forze serbe portavano oltre 36.000 civili dall’enclave di Srebrenitsa verso Goražde. A quel punto, sostiene Galic, i circa duemila militanti catturati furono fucilati, cosa che Mladic, semplicemente non ha avuto il tempo di impedire, dato che si trovava in Serbia. E nel luglio 1995 il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia emise mandati di arresto per Mladic e il presidente della Republika Srpska Rodovan Karadžic, accusati di genocidio contro "civili musulmani", nonostante le reti televisive mondiali avessero mostrato convogli di autobus che evacuavano gli abitanti di Srebrenitsa. Il 28 agosto 1995, i musulmani bombardano nuovamente il mercato centrale di Sarajevo, uccidendo 43 persone e ferendone 81.
I serbi furono nuovamente incolpati di tutto e la NATO, come di consueto, chiese il ritiro delle armi pesanti dell'esercito serbo da Sarajevo. Mladic, avendo avuto la sua dose di brutte esperienze, rifiutò e gli aerei della NATO iniziarono massicci bombardamenti sulle posizioni serbe, attaccate congiuntamente da musulmani e croati. Mladic e l'esercito serbo erano pronti a combattere, ma all'inizio di ottobre del 1995, sotto la pressione del presidente serbo Slobodan Miloševic, accettarono un cessate il fuoco. Si arriva al dicembre 1995 e al cosiddetto accordo di Dayton, imposto dagli USA, tra Miloševic, Izetbegovic e il presidente croato Franjo Tudzman, con l'esodo di quasi 100.000 serbi dalla periferia di Sarajevo.
Mladic venne arrestato nel maggio 2011 e cinque giorni dopo, per ordine del presidente serbo Boris Tadic, estradato a L'Aja.
Non ha senso discutere del processo a Mladic, della sua condanna all'ergastolo, delle condizioni di detenzione del generale e della sua morte in prigione a L'Aja, conclude Galic. Vale invece la pena, basandosi sulla esperienza di Ratko Mladic, discutere dell'inutilità di qualsiasi tentativo di negoziare con l'Occidente.
Per non tirarla troppo in lungo, vorremmo dire: guardiamo cosa siano stati gli accordi di Minsk del 2014 e 2015 sul Donbass e a quale scopo fossero stati condotti da parte di Kiev e dei suoi “mallevadori” europei, per loro esplicita ammissione.
Così, per concludere, ci permettiamo di citare Dmitrij Bavyrin che, su RIA Novosti, lamenta «Se i serbi avessero avuto la stessa destrezza con i Buk e i droni, le cose sarebbero potute andare diversamente». Chissà.



