Il moltiplicarsi dei progetti di guerra all’ombra Nato e Ue

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Il moltiplicarsi dei progetti di guerra all’ombra Nato e Ue

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di Federico Giusti

Premessa. La Cgil come il lupo cambia il pelo ma non il vizio

Torniamo a ragionare sul vertice Nato ma prima vorremmo riflettere su alcune questioni apparentemente scollegate.

All’indomani del Referendum si registrano segnali involutivi da parte della Cgil anche all’interno del movimento contro la guerra o di quel poco che ne resta. È vero che Cgil e Uil non hanno sottoscritto il Contratto nazionale della sanità per la carenza di risorse stanziate dal Governo ma ad oggi non ci risulta che sia stata messa in discussione l’alleanza con la Cisl o attuato un deciso cambio di rotta in materia di welfare aziendale e contrattazione di secondo livello. Le ragioni per le quali non sono stati sottoscritti gli accordi contrattuali su sanità e statali sono legati alla parte economica come se quella normativa fosse accettabile e da sostenere acriticamente.

E poi ci sono ragioni specifiche e collegate al Riarmo ricordando che sulla riconversione del civile a uso militare veniamo da anni caratterizzati dall’assenza di discussione tanto che numerose aziende hanno aumentato esponenzialmente la produzione a scopo militare senza alcuna presa di posizione da parte sindacale. E in Germania il sindacato non solo è compartecipe degli esuberi volontari ma anche della riconversione a fini bellici di aziende un tempo dell’indotto meccanico sempre in nome della salvaguardia dei posti di lavoro.

Il Consiglio UE e la guerra

Il Consiglio dell’Ue intanto detta le linee guida dopo il via libera del Parlamento prevedendo finanziamenti per appalti comuni effettuati da almeno tre paesi (due dei quali membri Ue), il potenziamento industriale in campo militare accelerando la ricerca e la produzione dei sistemi di arma. Interventi atti a favorire, sul modello israeliano, il coinvolgimento delle piccole e medie imprese e delle start-up, la creazione di comuni infrastrutture di difesa europee.

Il vertice Nato

Riuniti all’Aja i vertici della Nato discuteranno di portare a casa una spesa militare pari ad almeno il 5 % del Pil con tanto di tetto minimo obbligatorio onde evitare che la questione si trascini per troppo tempo e trascorrano anni, come avvenuto dal 2014, per ottenere un incremento generale della spesa a fini militari. E per andare incontro ai vari paesi salvaguardando i fragili equilibri esistenti si pensa a istituire nuovi criteri per calcolare la spesa militare inserendo i capitoli legati alla cybersicurezza, al controllo delle frontiere e a una campagna, non meglio definita, di lotta alla disinformazione, oltre a includere nella spesa complessiva tutti quei fondi stanziati da altri Ministeri per la sicurezza interna e la innovazione tecnologica

Avete capito bene? Intanto i paesi Nato sono concordi nel volere aumenti delle spese militari, si sono divisi sulle spese da includere anche per esigenze di bilancio, alcuni paesi come il nostro avevano da tempo chiesto più tempo per adeguarsi alle richieste della Alleanza Atlantica ma esistono già accordi raggiunti come i 150 miliardi erogati sotto forma di prestiti diretti agli Stati membri che ne faranno richiesta con tanto di copertura nel bilancio Ue escludendo a propri l’acquisto di componenti militari provenienti da paesi non associati. E qui entrano in gioco alcune palesi contraddizioni perché non esistendo ancora una industria Ue la parte del leone potrebbe avvenire da parte di alcuni paesi comunitari strettamente connessi agli Usa, operanti nel settore industriale su licenza statunitense.

Stiamo perdendo di vista l’insieme dei progetti di riarmo, di finanziamento europeo alle spese di guerra, si va dalla strategia europea per l'industria della difesa (EDIS) prevista dal programma per l'industria europea della difesa (EDIP) fino alle gare di appalto condotte con la dovuta segretezza per accelerare l’iter di potenziamento delle basi

E qui arriva la fatidica cultura della prontezza che non riguarda solo la celerità propria dell’intervento militare ma anche l’insieme di iniziative intraprese per costruire una industria di guerra attrezzata e moderna. E mentre prendono corpo progetti di finanziamento gran parte dei movimenti continua a eludere il problema di fondo ossia il carattere strategico delle spese militari dentro il tentativo capitalistico di superamento della crisi.

 

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